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La lezione di Fofi per combattere la disillusione

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segnalato da Sandro Russo un articolo di Concita De Gregorio su la Repubblica di ieri

Nel ricordo di Goffredo Fofi – leggi qui – e nel segno della sua eredità, un bellissimo articolo di Concita De Gregorio.

Dignità e ribellione elogio dell’impazienza
di Concita De Gregorio – Da la Repubblica del 14 luglio 2024

“Esiste un’altra Italia L’ho vista in concerti luminosi di gioia, in arene dedicate alla politica internazionale”

È giunto il tempo di dimostrare nei fatti la nostra impazienza, ha scritto Goffredo Fofi in quel libro bellissimo, un libro Nottetempo, che s’intitola Elogio della disobbedienza civile.
Se una cosa c’è da fare, quando qualcuno che ha segnato la rotta del suo tempo se ne va, è questo: incorporarlo.
Caricarsi le sue parole in spalla, leggerle fino a che non si incidono negli occhi, mangiarle masticarle, tatuarsele sulla pelle per chi ama farlo. Non basta ricordarle, come sempre si dice. No. Se una cosa Fofi ha lasciato in dote a chiunque, non solo a chi gli è stato allievo ma a tutti, è questa: fare, non dire.

Fare più che dire. Ha senso solo la parola che diventa gesto, azione, movimento. Dimostrare nei fatti la nostra impazienza. Nei fatti, non con un like con un post con una polemica in rete. Andare, esserci, prendere un treno prendere posizione, attivare processi. La militanza culturale, che è anche e soprattutto militanza politica, in un tempo come il nostro — lo abbiamo detto qui, tante volte — è diventata l’ultimo luogo, simbolico e reale, dove incontrarsi coi corpi. Centinaia e centinaia di persone, sempre, riempiono cinema e piazze, strade di paese e teatri e palasport. Certo. Se la proposta è interessante, se accende una passione, un bisogno, un desiderio. Altrimenti non vanno, e non è vero che solo le celebrità televisive chiamano le persone all’incontro. Ho visto folle, in questi mesi in cui finalmente la salute mi consente di nuovo di viaggiare, folle riunite per ascoltare storie di figli adottivi che cercano le madri biologiche, di stelle che si spengono nell’universo, di concimi naturali che non avvelenano e no, non erano superstar da milioni di seguaci, i relatori. Non erano influencer né celebri comici. Erano docenti, studiosi, appassionati, cronisti. Dunque sono convinta che sia la proposta a generare l’attenzione, non il contrario. Anche. Certo che esiste anche l’altra possibilità: certo che le persone sono più propense a riconoscere che a conoscere, nella pigrizia indotta dalla vita inchiodata davanti agli schermi.
Ma non solo.
Esiste un’altra Italia. L’ho vista in certi concerti luminosi di gioia, l’ho vista in sale in cui si parlava delle asperità del tradurre, in arene dedicate alla politica internazionale. Moltissimi ragazzi, che poi sono quelli che seguono le notizie dove sanno di potersi fidare, si iscrivono alle newsletter delle persone a cui riconoscono competenza, precisione, sguardo obliquo.
Fofi lo sapeva, che c’erano, difatti non ha mai smesso di andare da loro. Non si può pretendere che le persone cerchino quello che non conoscono, bisogna andare a mostrarglielo. Accendere desideri che non ci sono ancora, non inseguire quelli che ci sono già per capitalizzare maggior consenso. La cartina al tornasole che distingue il lavoro fatto per sé da quello fatto per gli altri è sempre questa: quanto costa, quanto conviene, a chi. Se conviene solo a se stessi, allora è un fatto. Se costa e non rende, in termini di denaro e di popolarità, allora è un altro.

Dimostrare nei fatti la nostra impazienza sarebbe facilissimo, oggi, poiché i motivi per perdere la pazienza sono innumerevoli. Eppure, ancora si stenta. La consegna di farsi i fatti propri, non impicciarsi, non mettersi in pericolo, non privarsi di maggiori opportunità per sé è stato il ritornello di questi anni tristi, decenni in cui si è coltivato l’egoismo, l’amor proprio, la personale convenienza a discapito di quella altrui. Non voltarti a guardare se qualcuno rallenta, se c’è chi è caduto. Non tornare indietro ad aiutarlo. Fai la tua corsa, guarda avanti. Non denunciare un sopruso se questo può metterti in condizione di maggior debolezza nel mercato dei forti: mostrarsi deboli abbassa il tuo “rating”, mi ha detto una volta un importante uomo d’affari. Le tue quotazioni sul mercato diminuiscono se manifesti una fragilità, un torto subito. Significa che non sei abbastanza competitiva. Ecco. È forse venuto il momento — le grandi sofferenze dei più giovani, la loro difficoltà a trovare un posto in questo posto, ce lo mostrano con lampante evidenza — di rifiutare questo modo di stare al mondo. Un modo che asseconda un racconto fasullo, fondato sul successo personale ma nessuno si salva da solo: nessuno sposta l’orizzonte di un millimetro, da solo. Fare, non dire.

In un tempo in cui siamo ogni giorno appesi all’ultima dichiarazione che smentisce quella del giorno prima, agli umori instabili di leader mondiali che su questo contano, sulla nostra attenzione fugace, è venuto il momento di tirare una riga e ripartire dai fatti. Anche piccoli, anche minimi.
Non serve essere celebrità, Goffredo Fofi non lo era se non in una cerchia ristretta. Per gli altri, per tutti gli altri che lo vedevano comparire in stanza, era un anziano signore burbero e ridente appoggiato a un bastone. Poi parlava, e si faceva silenzio. È questo, ripeto: è cosa dici, a generare attenzione. Non chi sei, o per lo meno: non solo. Chi sei non basta. È precaria, la popolarità, non bisogna fidarsi. È sulla credibilità, sulla corrispondenza con il vero, che bisogna fare leva e appoggiarsi per muovere qualcuno, qualcosa.

Accendo la tv e vedo terrapiattisti che concionano in ascoltatissimi reality show. Apro i social e trovo neonazi, odiatori anonimi identificati in bio dal tricolore, dibattiti su polemiche del giorno destinate appunto a durare un giorno. Ma poi la povertà. La povertà che dilaga e diventa rabbia, razzismo, ignoranza. La povertà che ci rende sudditi, strumento passivo di chi detiene quei soldi, il denaro, il potere che si manifesta e ci si impone come supremo oggetto di desiderio, di successo: un matrimonio miliardario, una borsa all’asta per milioni, una macchina di lusso, una beauty routine possibile solo a condizione di comprare certe creme costosissime, maschere vaginali, sbiancanti per pelli troppo scure.

“Educarsi per arrivare alla fine del mondo con dignità”, diceva Fofi. Io non lo so, se questa vigilia di Apocalisse lo sia davvero, se la fine del mondo — la guerra atomica, lo scioglimento delle nevi, l’allagamento delle città che come Atlantide sono destinate a scomparire, la morte di migliaia di bambini nella Striscia — non lo so se sia l’antifona della fine di tutto. Speriamo di no. Ma questo fatto della dignità mi convince moltissimo. Intanto, dignitosi e ribelli. Impazienti nei fatti, nell’agire. Poi vedremo.

[Concita De Gregorio – Da la Repubblica del 14 luglio 2024

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