di Francesco De Luca
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Il mattino seguente Fausto accompagnò Gertrud alle Formiche. La ragazza non trovò il posto degno di molta considerazione. L’acqua è sì bella perché ha un colore perlaceo ma non essendoci un posto dove sdraiarsi non l’attirava proprio. Eppoi lei nuotava a malapena e lì non c’erano appoggi per i piedi. Insomma si decise a gettarsi in acqua soltanto per non fare la figura dell’imbranata, e per vincere quel po’ di fifa che le aveva immesso il racconto della sera prima. Il padrone della casa dove alloggiava, zio Tore, sempre a proposito delle benedette Formiche, divenute un vero tormentone, le aveva raccontato che ancora intorno al 1950, quando lui andava a pesca col padre, vicino a quegli scogli avveniva di incontrare i delfini. La cosa si combinava per le seguenti circostanze. Anzitutto si doveva essere in prossimità dell’estate. Le costardelle si radunano a banchi per la fecondazione. La effettuano in acque poco profonde e ad esse note. La quantità dei pesci e il loro frenetico agitarsi attirano i delfini per una scorpacciata fuori misura. Essi adottano strategie di catture ben precise, perché alcuni girano intorno alle costardelle in modo da impallarle, ossia tenerle conchiuse come una palla, e nel far questo saltano sull’acqua, provocando rumori per impaurire il pesce azzurro. Gli altri, da sotto, fanno incetta di bocconi.
Questa scena, ben conosciuta dai pescatori, era un segnale per entrare anch’essi nel canovaccio naturale e trarvi utile. Per cui, non appena vedevano i delfini volteggiare presso le Formiche, vi si dirigevano. La manovra dei pescatori si avvaleva dell’azione dei delfini perché l’appallottamento aumentava le possibilità del pescato, nel contempo però anche i delfini si avvantaggiavano dell’opera dei pescatori perché questi, gettando la rete, facevano sì che da quella parte i delfini non dovessero curare la fuga delle costardelle. Infine, una volta racchiuso il banco nella rete, ai mammiferi marini risultava più agevole rimpinzarsi, nel frattempo che i pescatori a mano la tiravano.
Un combinato d’opportunismo che gettava un ponte di fratellanza fra l’uomo e il mare, non immune da poesia. E lei, Gertrud, ne avvertì i toni anche se zio Tore indugiò di più sul fatto che le costardelle ormai non si pescano più e nemmeno più si vedono i dorsi dei delfini allietare le acque dell’isola.
E dunque ella si gettò anche per non sentirsi paurosa. Quelle acque un po’ di tremore lo danno perché, se si guarda oltre il fondale sottostante, il blu intenso che da lontano avvolge, appare minaccioso di presenze ostili.
Una bagnatina, giusto per togliersi il calore sul corpo e poi di nuovo in barca. Nel salire però s’appoggiò maldestramente ad un sasso e i denti di cane che li infestano le procurarono un taglio alla mano. Fausto la soccorse come poté ed ella non si lamentò. Il taglio però c’era e buttava sangue.
I denti di cane, già il nome la dice lunga, spregevole specie di gasteropodi, crescono a colonie sugli scogli dove il mare frange. Hanno forma conica e nella parte alta, al posto della punta s’apre un forellino i cui contorni sono taglienti come lamine. Al di sotto c’è il corpo dell’animale che costruisce la sua dimora calcarea, dura quanto basta perché la pelle che l’ urta si laceri.
E il taglio le dava fastidio per non poter usare la mano agevolmente. Questo le ingenerò un po’ di rancore nei confronti delle Formiche. E tuttavia avveniva che, quando incontravano qualcuno, l’attenzione si posasse sul taglio. Inevitabile la risposta: “L’ho fatto sulle Formiche”. Al che di rimando: “Lo sa cosa avvenne alle Formiche?”
Bagno a Le Formiche (parte terza – continua)










