racconto breve proposto da Sandro Russo da https://www.leparoleelecose.it/
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La voce di Naira, ovvero: una metafora della scrittura
di Michele Cecchini
Da quando sono diventato sedentario qui sopra, la mia vita ovvio che è cambiata. Migliore o peggiore, non saprei. Mi sento maggiormente responsabile nei confronti di me stesso, mentre il mondo sembra andare più veloce. Chi è nella mia posizione, per quanto provi a districarsi, non può stare al passo. Anche perché un passo vero e proprio io non ce l’ho. Allora meglio se mi soffermo su qualche dettaglio, su casi singoli, lasciando perdere il contesto. Tutto quello che ruota attorno a me e non è a tiro, non fa per me. Da qualche tempo ho perfino imparato una cosa nuova, di cui non mi credevo capace, perché ci faccio una fatica nera: ho imparato a chiedere aiuto.
La sedia a rotelle non è l’inferno che si pensa. Io lo posso dire. Ci sono persone che inorridiscono, quando vedono una carrozzina. Per me vuol dire libertà di fare e di andare. In particolare di andare lenti, così da assaporare il panorama della vita, che per me si squaderna in tutta la bellezza il martedì e il venerdì pomeriggio, quando Naira viene a prendermi.
Il resto del tempo lo passo a casa a guardare film al computer. Scarico di tutto, come se fossero scatole su cui salire, per affacciarmi il più possibile sul davanzale del mondo. Ma quando arriva Naira, i pomeriggi del martedì e del venerdì, festivi esclusi, non sono più le immagini a scorrere di fronte a me, sono io che mi muovo dentro loro.
La carrozzina è decisamente più comoda delle sedute di legno pieghevoli che ci sono al cinema Eden di Valdirozzi. Ora che ai miei fianchi sono spuntate queste grandi ruote e lì al cinema sono comparsi gli scalini all’ingresso – giuro, io prima non li avevo mai visti –, è finito l’Eden per me, costretto a scaricarmi la rabbia di dosso e i film dal computer.
Ma io su questa poltroncina vagabonda in giro per Polveroni non ci sto affatto male. Non fosse per quel piedone destro laggiù in fondo poggiato sul predellino che, a furia di scossoni per le buche nell’asfalto, rischia ogni tanto di andare a intrappolarsi nella ruota. E se Naira non si ferma ho paura di venire risucchiato laggiù in fondo tutto quanto e finire triturato quasi fossi il macinato di Nando. Sparire completamente prima o poi succederà, e non sarebbe male lasciare come ultimo fotogramma di me questa sedia vuota, magari con su scritto il mio nome, come i registi del cinematografo.
Per fortuna una volta Naira si è presentata con un grosso elastico, grazie al quale fissa la mia caviglia alla base della sedia a rotelle. Il piede ora rimane fermo e se alla sera lo trovo gonfio, pazienza: tutto il resto è salvo e se anche dovessi sacrificarlo, pazienza un’altra volta. Tanto a che vuoi che serva quel piede laggiù in fondo.
Naira l’ha mandata la ASL, anche se lei a dirla tutta viene dall’India. E io rifletto spesso su questa coincidenza di circostanze fortunate per cui su un miliardo e mezzo di indiani proprio Naira doveva capitare a Polveroni, duecento anime nella desolata campagna dell’empolese-valdelsa. E proprio a me, uno degli oltre tre milioni di invalidi che ci sono in Italia.
Devo a Naira le mie gite bellissime. E anche se non fossero bellissime, le aspetterei a gloria lo stesso, in quanto ogni volta occasione irripetibile per uscire di casa e gironzolare qua e là. Si dice anche di un film: girare. Non c’è verbo più azzeccato per raccontare la goduria.
Nei pomeriggi del martedì e del venerdì, alle 14,55 spaccate, Naira suona il campanello, che è il rintocco del mio ciak. Lo spettacolo di Polveroni sta per cominciare.
Naira dalla mia altezza e posizione, non la vedo. Sento solo che entra a precipizio in casa per il tempo da non perdere e mi sventaglia il giubbotto addosso come un mantello, mi infila il berretto che è un elmo di battaglia e poi via, salpiamo verso un mare aperto di avventure. Così, tutto d’un fiato, io che vado sempre a rilento.
Mi aggiro poco circospetto e padrone dei miei posti, come il Papa e il suo codazzo in processione solitaria, per tutte le benedizioni che quando sto chiuso in casa sono bestemmie. Grazie a Naira i confini del mio schermo miracolosamente si allargano e io vengo proiettato dentro la visione. Naira si aggira come un operatore alla macchina da presa e io mi riconosco proprio in questo termine, macchina da presa, perché assorbo e imprimo bene tutto nella testa, senza mai restituire. Divento una cinepresa con l’adrenalina della carrellata, io che sto sempre fermo e se faccio spostamenti, sono così minuscoli che li chiamerei aggiustamenti, accorgimenti a lenirmi l’esistenza.
Polveroni è un isolotto assai modesto, che bisogna circumnavigarlo in lungo e in largo per capirlo tutto, e poi dedicarsi alle esotiche periferie dei viottoli, delle pioppete, degli uliveti, dei filari di vite e casolari, delle stradine che si inerpicano verso una qualche proprietà privata che a un certo punto i cani abbaiano e Naira torna indietro di volata.
Lungo lo stradone la Casa del Popolo deserta e silenziosa aspetta l’arrivo dei vecchi dopo cena che balleranno il liscio anche stasera.
Verso sera rincasiamo malinconici, quando il paesaggio principia ad abbuiarsi e un poco di fumo risale dai campi che non sai se è la nebbia o per il fuoco a qualche fascina. Si posa lì, appena sopra il suolo scuro, con un’aria interrogativa, come a chiedere conto a noi della presenza.
Naira dice che sono gli spiriti dei morti che affiorano a riprendersi la loro dose di panorama, finché le zolle scaldate dal sole di domani non li risucchieranno di nuovo sotto terra. Io non so se questa cosa se l’è inventata di sana pianta o è una delle astruse grullerie che si devono alla sua provenienza forestiera. Però l’idea mi piace e chiude bene la giornata, ispirando quel senso di pace e di protezione che, per uno nei miei panni, è un lusso non da poco.
Ecco che, quasi non volendo, ho rivelato la cosa per me più importante e significativa: che la goduria non è solo girare per il paese, ma soprattutto ascoltare il racconto del mondo da parte di Naira mentre mi spinge.
A conti fatti, per me Naira non esiste. Come persona, intendo. Non la vedo mai perché rimane sempre dietro di me. La intuisco. La presumo. Naira per me sono parole che mi giungono da dietro. Naira è la mia voce fuori campo. Commenta, introduce, elenca, spiega il mondo e la vita.
Sarà per il suo accento forestiero che mi suona particolarmente musicale, sarà perché usa parole a volte anomale, straniere o strampalate, ma da quando lo vedo con la voce di Naira, il mondo non è più lo stesso. È aumentato in maniera esponenziale. Il viola delle melanzane sulle cassette del verduraio è più vivace, la luce della sera è soffusa molto a lungo e perfino l’odore delle zucchine si fa subito riconoscere. La voce di Naira non parla mai del tempo, se si è rimesso o se peggiora, che con gente della nostra fatta è l’argomento abituale. La voce di Naira è come se accendesse la luce. Mentre parla, zampillano bagliori qua e là e tutto all’improvviso cambia connotati, si fa più definito, concreto, vero. Grazie alla voce di Naira, una palazzina diviene un grattacielo, la pioppeta in lontananza riemerge dal paesaggio collinare fino a staccarsi decisa contro l’orizzonte, quel cascinale laggiù in fondo pare l’isola dei pirati.
Le cose non hanno consistenza di per sé, ma la acquistano grazie alla voce di Naira che le crea e le determina e le illumina, ma di una luminosità che sempre accarezza e mai contrasta. Naira è la direttrice della fotografia di Polveroni. Quella voce con parole solo sue, stabilisce quando è il momento di aprire a tutta i proiettori e quando è l’ora di tramontarli.
Io ascolto la sua voce che non mi arriva ormai da dietro ma da dentro e dice meglio, più dirompente e più profondo, quel che penso tra me e me o quel che avevo già pensato o quel che ancora mi sorprende.
Sorprendersi a Polveroni è un piccolo miracolo, che per me avviene il martedì e il venerdì pomeriggio, festivi esclusi. Gli altri giorni la voce di Naira rimane inoperosa e disinnescata, custodita dentro a qualche stanza della ASL. Ma il suo riverbero mi picchia dentro a lungo e ci metto un bel po’ a smaltirla, mentre nel frattempo la vita di Polveroni torna ripetitiva e blindata dentro casa.
Con la voce di Naira le urla forsennate dei vecchi ai tavoli del tressette al bar significano l’affetto che loro provano a camuffare, perché a provare affetto c’è da vergognarsi. La voce di Naira rende tutto opportuno, giusto, necessario.
“Lo vedi chi c’è che ti saluta?”, mi sussurra quella voce, che trasforma l’intoppare un individuo nell’entusiasmo di un incontro. Io che la mia vita è: a malapena, grazie alla voce inconfondibile di Naira dentro mi risuona: finalmente.
Beppe da lontano a poco a poco prende forma. Punta deciso davanti a sé il bastone e poi la prima gamba, mentre l’altra segue trascinando con una specie di semicurva. Il tonfo del bastone e lo strusciare della suola cadenza il passo. La voce di Naira dice che Beppe scrive il punto e virgola sul mondo e io ci rido, io che sono incapace di un’ortografia minima. Poi Beppe passa e mi guarda come un futuro da scongiurare.
La voce di Naira mi danza dentro e danzando fa dei ghirigori che sono ricami. Il ciglio lungo l’Elsa diventa il Lungosenna e il gracidare delle rane sono gli organetti di Montmartre. La voce di Naira ha vissuto a Parigi per qualche anno, ma nelle periferie più disgraziate. In centro, nei posti di cui dice, non c’è mai stata. Sarà per questo, forse, che ne parla e li rammenta. Quando entriamo nella piccola galleria subito fuori dal paese, io e quella voce andiamo a prendere il metrò.
Una volta al parco giochi, che non è più parco e i giochi non ci sono mai stati, la voce di Naira mi ha messo sotto il naso, dal nulla, una pigna rinsecchita e divaricata a cadavere. Io ho tirato su forte con il naso e mi è piovuto dentro un misto di resina, muschio e legno. Al mare sentono il rumore delle onde dentro alle conchiglie, noi dentro alle pigne annusiamo il profumo che è la colonna olfattiva di Polveroni. Per qualche istante ho chiuso gli occhi e mi è montato dentro un accenno di felicità, come la nebbiolina sulla terra nuda e nera.
Per tutto questo tempo la voce di Naira fuori campo, che alla fine è la più addentro, mi ha insegnato a ubriacarmi di quel che mi circonda, bello o brutto cosa importa. Ha allenato i miei occhi e me stesso a sentire quei posti miei e a indovinare perché.
***
Fino a che è successa una cosa che ha scombussolato tutto. La voce di Naira si è zittita. Naira ha perso la parola o le impediscono di esprimersi. Forse l’hanno richiamata dalle periferie di Parigi o verso il suo paese indiano. Ad ogni modo, il silenzio mi è calato sulle spalle e poi dentro. Il mondo si è denudato scheletrico afono.
Dopo un po’ dalla batteria di maestranze della ASL è saltato fuori Rino. Ma non è la stessa cosa. Intanto, i giorni non sono più il martedì e il venerdì ma il mercoledì e il giovedì. Così, attaccati, sono emotivamente ingestibili e ingestibile è poi il tempo infinito che li separa. Rino quel poco che parla non ha niente di esotico perché viene da Gambassi. Ma tanto, fondamentalmente, sta zitto, incapace ad osservare, commentare, incuriosire, ricavare il tutto da una sfumatura come faceva Naira. Così il mondo si è sbiadito. I contorni del paesaggio, degli oggetti, dei dettagli sono cambiati drasticamente perché nessuno dentro accende più la luce.
Rino si limita a fare il suo e anche senza vederlo io lo sento guardare spesso l’orologio, in attesa di meglio. Eppure potremmo spassarcela a bere e fumare. La voce di Naira traballava nell’accendere la sigaretta. Poi da dietro me la porgeva per un tiro. Io vedevo le dita di quella voce precipitarmi in corrispondenza delle labbra e succhiavo forte dal filtro. Il fumo che sbuffavo saliva a mescolarsi a quello dei campi e anche a me pareva di andarmene via lontano dietro a lui.
Rino non parla e non fuma e io mi adeguo a Polveroni cortometraggio in bianco e nero, senza alcuna sfumatura dentro a un grigio che ha sporcato tutto, compresi me e questa nuova voce al seguito.
All’inizio ce l’avevo con la voce di Naira che si era zittita, poi ce l’ho avuta con quella di Rino mai attiva. Ora ho capito, ma ce n’è voluta. Era sbagliato pretendere il mondo di prima. La colpa non è di nessuno se non del mondo stesso. È lui che a poco a poco si è fatto opaco, sfocato e senza nitidezza. Con la voce di Naira sono stato preda di una meraviglia che mi ha impedito di accorgermi di questo cambiamento. Mi sono ostinato a vedere quel che ci tenevo a vedere, ma è arrivato Rino a smascherare.
Così, quello che ora è, mi pare una conseguenza naturale. Quel che era prima, non potrà essere più. Il mordente, lo stupore hanno da tempo abbandonato Polveroni. Che senso ha pretenderli ancora. Le pigne conservano un profumo vago e la nebbiolina è un velo sottile che galleggia a malapena sopra i campi. Il silenzio di Rino è la dichiarazione di vuoto di un mondo che è una frastagliata successione di grigiori incapaci di dire o di dare. Anch’io tengo d’occhio l’orologio: prima o poi gli spiriti dei morti verranno a chiedermi di fare la mia parte e andare in fumo.









