proposto da Sandro Russo da la Repubblica
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Di Marino Niola, antropologo che ha approfondito molti aspetti della nostra realtà, abbiamo pubblicato diversi scritti nel corso degli anni: cfr. schermata articoli. Con questo articolo inizia una serie che pensiamo di continuare a seguire.
La superstizione è abbastanza trasversale, per cultura, stato sociale e locazione geografica, ma la sub-cultura meridionale ne è particolarmente interessata. I ponzesi, per l’ascendenza dell’ultima colonizzazione (1734 e segg.: Ischia, Torre del Greco) del napoletano hanno mantenuto il dialetto, la tradizione culinaria e altro… Lo stesso Marino Niola è nato a Napoli (1943) e vi ha a lungo insegnato.
S. R.
Schermata dell’indice per Marino Niola (cliccare per ingrandire)
Razionali si nasce, superstiziosi alla fine si diventa
di Marino Niola – Da la Repubblica dell’8 luglio 2025
Animali fausti e giorni infausti, cornetti e scongiuri: certi rituali non tramontano mai. Ecco perché in tempi di crisi non resta che aggrapparsi alla scaramanzia. Come racconterà questa serie estiva
È una sorta di dubbio metodico un’osservazione supplementare che ci restituisce il senso dei nostri limiti conoscitivi
Gatti neri, specchi rotti, scaramanzie, amuleti, scongiuri, corna, “toccatine”. Sono solo pochi esempi dello sterminato catalogo delle superstizioni, ovvero quelle credenze e comportamenti cui sin dalla notte dei tempi ricorriamo contro le incognite del vivere. È sorprendente che, nonostante i progressi della conoscenza, la crescente alfabetizzazione, lo strapotere della scienza e della tecnologia, l’immaginario scaramantico non conosca declino. Tutto al contrario. Perché evidentemente non è semplicemente una sopravvivenza del pensiero magico, ma un bisogno di spiegazione supplementare.
Lo dimostra la perdita di denaro che si verifica in molti paesi, compresi quelli anglosassoni, quando il venerdì cade il giorno 13 o in Europa il 17. A causa dell’aura negativa che circonda la data incriminata, le persone sono riluttanti a viaggiare, fare acquisti, presentarsi alle visite mediche. Per una ragione analoga i laboratori di analisi cliniche il venerdì 17 registrano un netto calo delle prenotazioni perché la maggior parte delle persone preferisce non sottoporsi ad accertamenti in un giorno che porta male. Perfino gli studenti universitari evitano di presentarsi agli esami e alle sedute di laurea. E a conferma di questa tendenza scaramantica, ci sono le cifre sui matrimoni civili e religiosi che il venerdì 17 registrano un deciso calo. A conferma del noto adagio secondo cui «di Venere e di Marte non si sposa e non si parte, né si dà principio all’arte». Risultato, un calo del business complessivo che si calcola in cifre a nove zeri. In realtà, quelle che chiamiamo comunemente superstizioni sono credenze, simboli, gesti, comportamenti che vengono da molto lontano. Spesso non ne conosciamo nemmeno l’origine.
Le usiamo e basta, come facciamo con il linguaggio. Ignoriamo l’etimologia di ogni parola che pronunciamo, eppure continuiamo a parlare. In realtà più che un residuo prelogico del pensiero, come vorrebbe un facile evoluzionismo sociologico, si tratta di una pulsione istintiva a scongiurare possibili situazioni avverse. Come se la mente mettesse le mani avanti per avere l’impressione di poter esercitare una forma di controllo sull’esistenza. In effetti, le superstizioni servono a dar senso agli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita individuale e collettiva. E soprattutto ci aiutano a riconoscere e controllare le nostre ansie, paure, insicurezze dando loro un volto, una forma, un simbolo e persino un numero. Riconoscibili, condivisi da tutti, senza possibilità di errori.
Lo specchio rotto, l’olio rovesciato, il sale dietro le spalle, il cornetto di corallo, gli animali portafortuna come gattini ed elefanti, quelli malefici come gufi, civette, corvi. Sono altrettanti segni che riassumono le inquietudini degli uomini e, a dispetto delle apparenze, contribuiscono a razionalizzarle.
Il malocchio e la iettatura, per esempio, spiegano a modo loro degli avvenimenti sfavorevoli attribuendone la causa all’azione di uno sguardo malefico. Di fatto, sia il malocchio sia la iettatura si fondano sul potere dell’occhio, che rappresenta uno dei fondamenti simbolici della nostra cultura. A partire dalle religioni che raffigurano Dio come un grande occhio alle antiche concezioni della regalità che rappresentavano il sovrano come un occhio onniveggente e onnipotente. O come un sole, ovvero la pupilla del cosmo. Era il caso dei faraoni, dei monarchi Incas e più di recente, di Luigi XIV, il Re Sole per antonomasia. Proprio in quanto simbolo di potere, però, lo sguardo può portare bene ma anche male, prosperità ma anche calamità. Soprattutto se è mosso da invidia. Parola che deriva dal verbo latino invidere, cioè guardare biecamente, con occhio cattivo, cioè con malocchio. Nell’antichità si lanciava il malocchio per vendetta, per inimicizia, per odio, e perfino per assicurare ordine e giustizia.
Secondo sir James George Frazer, padre dell’antropologia, in origine il rispetto delle leggi e delle istituzioni deriverebbe dalla paura superstiziosa delle maledizioni scagliate dai sovrani. Il caso più celebre è quello del re assiro Nabucodonosor, temutissimo per le migliaia di terribili anatemi che era capace di ricordare a memoria e sparare a ritmo da trapper.
Tutto questo non significa che viviamo in una bolla oscurantista, impenetrabile alla luce della ragione. Significa semplicemente che la maggior parte di noi passa da un tipo di ragione all’altro, proprio come le auto ibride passano dal motore elettrico a quello a benzina. Alterniamo il pensiero logico, quello fondato sul nesso di causalità e sul principio di realtà, a quello fondato sull’associazione tra i simboli e gli eventi. Soprattutto nei periodi di crisi, quando il mondo appare più indecifrabile. È così che amuleti, talismani, giorni fausti e persone infauste diventano un modo per darsi l’impressione, talvolta l’illusione, di controllare l’incontrollabile. Un placebo. A condizione di non crederci fino in fondo, di vivere tutto ciò con il distacco ironico del «non è vero ma ci credo». O se si preferisce del «non ci credo ma è vero». Un mix di pensiero debole, di fatalismo soft e di disincanto positivo che convivono in un perfetto ménage à trois .
Introducendo nella lettura degli avvenimenti qualcosa che assomiglia, alla lontana, a quel principio di indeterminazione che da Werner Heisenberg in poi è diventato un mantra della scienza moderna. Si racconta che il fisico premio Nobel Niels Bohr, padre della teoria quantistica, tenesse sulla scrivania un ferro di cavallo portafortuna. A chi gli rimproverava di credere a queste assurdità lo scienziato rispondeva: «Non ci credo ma funziona».
Insomma, la superstizione ben temperata non è un blackout della ragione. Ma una sorta di dubbio metodico, un’osservazione supplementare che ci restituisce il senso dei nostri limiti conoscitivi. Ci ricorda che la realtà non si riduce all’alternativa secca tra vero e falso. E che la probabilità è parente stretta del mistero. Una saggezza cui si arriva per gradi. Ecco perché razionali si nasce, superstiziosi si diventa.
[Marino Niola – Da la Repubblica dell’8 luglio 2025]
L’articolo di Repubblica in file .pdf: La Repubblica 08.07 2025. M. Niola. Superstizione










