Ambiente e Natura

Il ricino, una pianta molto chiacchierata

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di Sandro Russo

Una sensazione fugace per strada, dalla macchina; una macchia di colore sui toni del rosso. È un bell’alberello, fiorito proprio in questi giorni, il ricino (Ricinus communis, Fam. Euphorbiaceae). Abbastanza comune, come pianta ornamentale anche se non tutti, temo, ne conoscono le caratteristiche e la potenziale pericolosità. Propongo qualche informazione sugli aspetti botanici e tossicologici.


Qui pianta sul bordo della strada, all’uscita da Lanuvio paese e (sotto), particolare della stessa


Una pianta di ricino in paese, addossata a un muro in piazza e (sotto), la mia pianta sull’aia del casale: in primo piano, davanti al piccolo arancio, alla bouganvillea a al più alto avocado

La pianta dissemina con facilità e se piove andranno strappate/zappate via, tutte le piante figlie che germinano alla base

Le particolarità della pianta del ricino cominciano già dal nome: ricinus in latino significa “zecca”; la pianta è così chiamata per la somiglianza dei suoi semi con il noto parassita. In inglese  la pianta si chiama Castor oil plant e il seme castor bean; non c’entra niente con il castoro, roditore semi-acquatico costruttore di dighe che si dice beaver.

La pianta del ricino ha un fusto semi-legnoso e belle foglie palmate, di un colore che va dal verde al rossiccio, a seconda delle stagioni. In inverno sfoglia, ma non completamente, specie nei climi più caldi.

Il ricino è una pianta monoica – gli organi riproduttivi maschili (stami) e femminili (pistillo) sono presenti sulla stessa pianta, anche se separatamente – con i fiori raggruppati a grappoli in un’infiorescenza sulla cui parte basale sono collocati quelli maschili mentre i fiori femminili si trovano nella parte alta. La fioritura avviene in estate.
A Ponza l’ho vista in passato sulla banchina dove attraccano le navi passeggeri, appena a sin. del distributore di Sant’Antonio, con le spalle al mare. Ora, mi dice Biagio Vitiello, l’hanno rimossa.
Ai Castelli è abbastanza diffusa.

L’olio di ricino – benché di trista memoria per l’uso improprio che ne fece il regime fascista, di far perdere la faccia agli oppositori politici costringendoli ad una umiliante diarrea -, non è propriamente tossico. Ha ancora un ruolo in medicina come purgante oleoso.
Indimenticabile in Amarcord di Fellini (1973), la punizione preventiva dei fascisti al capofamiglia (Aurelio Biondi impersonato da Armando Brancia) per impedirgli di andare a manifestare contro il Duce in visita a Rimini.

Il personaggio di Aurelio in Amarcord

Torniamo al ricino. L’olio di ricino, purgante oleoso e poco assorbito per via intestinale, è irritante, ma non propriamente tossico.
Però i semi del ricino sono fortemente tossici. Tre-quattro semi masticati possono essere mortali per un bambino (…per un adulto una ventina di semi!)
Allora?
Per mettere insieme le due cose, ricordiamo come i vecchi farmacisti  (o speziali) producevano nel loro retrobottega l’olio di ricino. Mettevano in un torchietto simile a quello usato per pigiare l’uva, ma in scala, molto più piccolo, un centinaio di semi e cominciavano a stringere la vite senza fine che li schiacciava fino a che dal beccuccio sottostante non cominciava a fuoriuscire un olio chiaro, limpido, senza particolare odore. Questo, senza altre manipolazioni, è l’olio di ricino.
Ma attenzione! I vecchi speziali, a operazione ultimata, avevano cura di far seppellire in un fosso profondo (tanto che fosse anche fuori della portata dei maiali) il residuo della spremitura. Quindi la sostanza tossica dei semi di ricino, che non passa nell’olio, è contenuta in questo residuo. Ma dove esattamente?

La sostanza è la ricina, un polipeptide presente nella sottilissima membranella perlacea che riveste la superficie interna della cuticola legnosa del seme… È la ricina responsabile degli effetti tossici, per permeabilizzazione delle mucose (soprattutto gastroenterica), agglutinazione ed emolisi dei globuli rossi.

Questi sono i semi del ricino, contenuti in numero di tre in ciascuna delle numerose capsule spinose che si formano dopo la fioritura.

I semi del ricino

Le capsule dei semi, dell’anno in corso e dell’anno precedente, rimaste sulla pianta

Il seme, aperto, manifesta il suo contenuto: la polpa bianca, da cui si spreme l’olio rivestita da una involucro legnoso. La ricina è nella membranella che riveste l’interno dell’involucro, mentre la polpa non è pericolosa

Riferisco un paio di aneddoti dal mio passato di medico e tossicologo, perché la pericolosità del ricino si ricordi meglio.
Quando lavoravo in Rianimazione, ci portarono con grande allarme e spiegamento di mezzi un bambino di otto-nove anni dalla Sardegna (dove la pianta e particolarmente diffusa come ornamentale) per una “sospetta” ingestione di semi di ricino. Ma il piccolo paziente stava bene, non aveva alcun sintomo. Questo era strano. Quando montai il mio turno di guardia di notte andai a sedermi sul suo letto e mi feci spiegare cosa aveva esattamente mangiato. Mi disse che conosceva bene i semi, ne aveva rotto qualcuno con una pietra e assaggiato una piccola quantità della polpa bianca che contenevano al loro interno. Sicuramente non li aveva masticati interi.
– Ma perché non l’hai spiegato questo ai tuoi genitori e al medico che ha disposto il trasferimento in elicottero? – gli chiesi
– Ci ho provato, ma strillavano tutti… Nessuno mi stava a sentire!  …E poi l’elicottero mi è piaciuto tanto!
Ovviamente non c’era alcun problema e fu dimesso la mattina seguente.

L’altra storia col ricino mi è capitata al Pronto Soccorso della Clinica di Pomezia (RM), dove ho lavorato per anni.
Arrivano tre-quattro signore piuttosto anziane, agitate e vocianti. Faccio entrare quella che diceva di avere un problema in bocca e in gola insieme a una sua amica perché lei non riusciva a spiegarsi bene.
– Che cosa è successo?
Pare che la signora avesse masticato un solo seme di una manciata di semi di ricino che gli aveva dato un contadino e poco dopo avesse cominciato a sentire bruciore in bocca e ad avere difficoltà a parlare.
Dice che qualche giorno prima avevano fatto una scampagnata e incontrato un contadino…
– Sa come succede, dotto’, a ‘na certa età se finisce sempe a parla’ de malattie, de acciacchi…
E a proposito di stitichezza, di cui qualcuna del gruppo soffriva, il contano aveva detto che anche lui aveva quel problema, ma aveva risolto con un seme al giorno di una certa pianta, di cui generosamente poteva dare i semi.
E il giorno dopo la signora aveva provato a masticarne uno…
– Li mortacci sua e der consijo che m’a dato… ‘O vede che m’è successo dotto’!? E mó che mme succede?
Al che è intervenuta l’amica: – Però contagliela tutta ar dottore, Concetti’… Er contadino t’aveva detto pure che ce dovevi leva’ ‘a coccia, ar seme… Invece tu te lo sei magnato e masticato tutto intero!

Anche questo caso si è poi risolto bene, data la piccola quantità ingerita, ma questa via di assunzione, che è la più comune, può essere pericolosa.
Della ricina estratta dai semi e chimicamente purificata si sa che è molto pericolosa, tanto da essere studiata come agente di guerra biologica e qualche volta utilizzata dai servizi segreti per “eliminare” dissidenti o persone sgradite.

E tutto a partire da una bella pianta innocente che cresce pure nel nostro giardino!

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