Ambiente e Natura

Dico anch’io la mia. Dintorni anno 1840. Qui Stato pontificio… (1)

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di Luigi Maria Dies


Il brigante Gasbarrone non era un brigante

Considerazioni innescate da uno scambio via whatsapp con Sandro Russo cui ho promesso in regalo un libro introvabile (non stampato) di Giuseppe Tricoli (anno 1860) e anche dalla vicenda del brigante Gasbarrone, citato della Canzone per la domenica (345). Altolà (Storia di un brigante) proposta da Fabio Lambertucci.
L. M. Dies

Ha risposto Sandro: Grazie per il regalo, molto gradito. Per quanto riguarda il brigante Gasbarrone leggerai che Lambertucci nel suo racconto lo tratta molto bene (dal punto di vista storico): ne riparleremo dopo la pubblicazione…

Mi cresce la paura di leggere ed aggiornare sempre più e modificare le mie conoscenze e convinzioni.
Non trovo un solo capitolo che non mi dica quanto io sia lontano e mi allontano sempre più dal concerto universale restando sempre più prigioniero di tanti “assolo” fatti di alti e bassi particolari che invece che avvicinarmi al disegno compiuto me lo confondono in progressione e sempre a scapito dell’armonia.
Poi quando vuoi spiegare a qualcuno quello che tu cominci forse solo ad intuire ma che non hai comunque ancora chiaro ti scontri con la difficolta di ripetere con la stessa ricchezza di particolari le cose che ti sembra di aver capito. Parlare è faticoso, ascoltare lo è di più, parlare a lungo ed ascoltare tanto è una grande sfida. Non è per tutti. Le persone non hanno voglia di stare a sentire, vogliono dire la loro e lasciarla lì come fosse verità assoluta.

Al riguardo dell’unità d’Italia abbiamo convinti nordisti e convinti sudisti. Invece la “merma” sta dappertutto.
Primo assunto: “L’unità d’Italia è stato un trionfo”.
Secondo assunto: “Il nord ha spogliato il sud”.
Quanta prosopopea in ogni narrazione!
Ho ascoltato fantastiche narrazioni su quanto fosse evoluto il regno di Napoli rispetto a tutti gli altri regni d’Europa. Ma alla fine… Savoia! e Borbone!
Due regni, due modi di avere il popolo in condizioni di non contare nulla. Nell’incapacità di farsi valere.

Luigi Settembrini ce lo dice con poche frasi.
«…Nel Lombardo-Veneto – scrive egli – c’era lo straniero che è peggiore di ogni tirannide paesana, ma lì lo straniero era forte, non stolto, puniva feroce ogni reato pubblico, ma favoriva la buona amministrazione interna ed era giusto con tutti fra certi limiti: lì erano due campi, in uno lo straniero, nell’altro il popolo tutto unito…. Noi altri (in Napoli) per contrario, si aveva la tirannide fraterna che è la più crudele fra tutte e non era Ferdinando il tiranno, no, ma il prete, il gendarme, il giudice regio, il ricevitore, qualunque impiegato con potere, che non ci lasciavano un’ora di pace, che continuamente, ogni giorno, e in piazza e in casa ci stavano ai fianchi e ci dicevano come il ladro: o dammi o ti pungo. Questa oppressione corrompe una nazione sin nelle ossa. …»
E ancora:
“La monarchia ed il clero controllavano la società civile attraverso un sistema oppressivo di stato di polizia basato sulla delazione e sul sospetto:”
«…. la Polizia, composta da una banda di individui brutali della peggior risma, che hanno il potere d’imprigionare e maltrattare chiunque, senza conceder mezzi di difesa o di rivalsa, sparge naturalmente lo sgomento e impedisce qualsiasi progetto o azione concorde, giacché grande è la paura e la corruzione introdotta da questo sistema, e nessuno si fida più del suo vicino.
[Luigi Settembrini tratto da Garibaldi e i Mille, G. M. Trevelyan, pp. 51-55)] (1).

Ritornando a noi, e aggiungerei: …comparando l’ieri con l’oggi
Come si fa da dire dove si stesse peggio?
E a Ponza come si stava?

Non ho idea di quanto fossero efficienti, capaci, motivate, quanto fossero all’altezza dei compiti loro affidati le istituzioni e i vari gradi di uffici ed ufficiali preposti a svolgere le funzioni di tutori, operatori impegnati nei vari compiti di gestione del sociale nel regno dell’Italia borbonica che si interfacciava ancora, in quell’anno con l’altrettanto italico regno Sabaudo/Savoiardo (adattissimo il nome Savoiardo alla Savoia non più grande di un biscotto).

Stiamo rivedendo la storia dell’unità d’Italia e tutte quelle ombre che in realtà erano tenebrosi baratri di vergogna, camuffati da un senso di patria dove ognuno negava la patria dell’altro, man mano che emergono, assumono sempre più l’aspetto di un tetro girone infernale. Il nostro re ed eroe che arriva a Teano anche lui in camicia rossa (metti che Garibaldi che un santo non era, dopo Napoli si annette anche Torino) quel re che ci ha fatto sentire come fossimo stati noi ad incollare i due monconi di una Italia inspiegabilmente (ci facevano credere) spezzata in due, oggi lo si potrebbe condannare, alla luce di tanti documenti emersi, come stupratore seriale di popoli. Si chiama, questa, revisione storica.

Ma nel regno dei naviganti e dei poeti con mandolino e luna rossa come andavano le cose?
Il regno di Napoli, Napoli, lo stato da Gaeta e dal Garigliano in giù, ci raccontano fosse uno degli stati più ricchi d’Europa, più industrializzato, più all’avanguardia rispetto a tanti staterelli miserrimi che sopravvivevano di elemosine pagate con alleanze ed ulteriori indebitamenti.
Ma vogliamo parlare anche dei napoletani, e con loro di tutto il popolo meridionale? Di come Garibaldi sia giunto a Napoli si sa. Ma di tutti quelli che al suo passaggio gli si accodavano, cosa ne sappiamo?
La verità è che il popolo stava male e Masaniello fa lezione. Da qui a pensare che le cose andassero come in ogni altra parte del mondo, ed anche peggio, ci vuole poco.

Ho avuto la fortuna di leggere un opuscoletto che è uno spaccato di periferica vita quotidiana di uno stato che mostra le sue facce peggiori nella figura di suoi personaggi che sentivano ed esercitavano l’onnipotenza di un Gengis Khan, ma non su un impero grande come l’Asia, ma su uno sputo di terra che era ed è Ponza. Se volete, questo libricino lo si potrebbe pubblicare frazionato per arrivare alla fine a vedere che nel confronto, ieri, oggi, venti secoli fa, l’uomo non cambia. Ma come non cambiano i cattivi, ricordatevi che non cambiano neppure i buoni. Oggi quasi non li vedete ma non si sono scoraggiati, stanno lavorando per il futuro. Domani ci saranno, ancora e sempre.

Ponza: pubblicato il 31 12 1860 il “Memorando” del nostro concittadino Giuseppe Tricoli ci racconta il ventennio “1840/1860” (che si ripeterà pari pari un secolo dopo “1940/1960”) dove le ombre di un cattivo potere schiacciano qualsiasi anelito di buone intenzioni ed opere.

Giuseppe Tricoli fu capace di esaltare le peggiori vergognose rabbie di omuncoli che l’incarico ricoperto divinizzava. Cani ringhiosi, carichi di risentimenti verso chi metteva a nudo le proprie incapacità fatte di arroganza, ignoranza, esercizio vessatorio del potere e tutti gli atteggiamenti che qualificano gli individui della peggiore specie.
Credo proprio che se il Tricoli non finì veramente male fu solo e soltanto per la sopravvenuta unità d’Italia.
Cito qualche brano e paragrafo che chiaramente da soli non rendono la giusta visione di cosa fossero le prevaricazioni di cui erano capaci certi personaggi.

Dice il Tricoli – pag. 8 –
Benemerenza — Pèr altri utili servigi umanitari renduti al paese, nel 1845 veniva il Tricoli insegnito dell’ordine cavalleresco di Francesco I e vi era confirmato con l’altro rescritto de’ 21 settembre 1848.

Tendenze — La vita del Tricoli si presenta in un quadro disseminato di tribuli, e di spine, dacché a dette cure domestiche era dominato dal sentito dovere di cittadino, sebbene avvedeasi che non era moneta corrente, non pertanto con anticipato convincimento ed animo risoluto cimentavasi nel l’avvenire, in mettere ogni cura e sforzo à vincere gli ostacoli, e svellere i mali che rovinavano il paese ed escogitare i mezzi onde avviarlo alla prosperità, per quanto gli attacchi incessanti di taluni avversari antipatriotti gli permettevano, che alla fine de’ conti gli ànno procurato inquietezza, ma non l’ànno intiepidito dal compito del suo dovere, in sottrarre l’isola dalla oppressione cui andava fatalmente soggetta per le viziose istituzioni e funeste abitudini, originate da somma trascuraggine governativa che à prodotto una concatenazione di moltiplicate sfortunate condizioni, e quindi vedeva per potente leva a rimuoverle, in sostituirvi quelle dello sviluppo e sveglio nel genio fecondatore, invece del retrivo e dello spoglio. In tutte le occasioni non tralasciava insinuare ai coabitanti a corredare il paese delle necessarie opere pubbliche, ad immegliare la coltura, con praticare le piantagioni di alberi fruttiferi, coll’introdurne di diverse specie, che ànno mirabilmente provato, come di quelli selvaggi per attudolire l’impeto de’ venti, che distrugge i seminati, ed infrenare le acque piovane che trascinano dai pendì il miglior terreno a mare, e si avrebbe pure il compustibile che difetta, nonché i pali per le viti, siccome a sua isticazione per la prima volta si apriva a padula un terreno che offriva squisite verdure; si cooperava a rianimare ed ingrandire il tanto utile mestiere della pesca, che vi occupa quasi la maggior parte della popolazione, e con dar vita ad altre industrie che spontaneamente si facevano strada, mentre ora di tutte le cose le più ovvie, debbono gli isolani provvedersi altrove.
Percui sebbene il paese introita immense somme, nulla resta nelle mani dello abitante, il quale invece è condannato senza arti a rimanere misero ed inoperoso, e così invecchiare nell’ozio, corrompersi come abbandonato ad imputridire e morire.

Preveggenza — In un aspro soggiorno dove la vita corre monotona quanto quella del prigioniere (2), una popolazione in ozio, crescente ed immersa nella miseria, appassita dalla fame e dalla privazione delle prime necessità della vita, e non si marca che luridi pescatori per quei scogli con meschino ordegno, o con mal sicuri schifi pel tempestoso Mediterraneo, in altre lontane isole in cerca di coralli e ragoste, onde procacciarsi una cattiva sussistenza, mentre la terra contenda il necessario frutto al proprietario che si fa pallido e sparuto dalla penuria, sovrastato da debiti e da usurajo interesse. Di tutto ciò n’erano cagioni le ricordate cause di mali, tanto catagoricamente enumerati e sviluppati dall’opuscolo, che porta per titolo le piaghe sull’amministrazione municipale di Ponza. Considerava perciò il Tricoli che col progredire simile inconveniente, preparavasi un pessimo avvenire per la sua famiglia e dei compaesani, da ridursi fino al pauperismo. Quindi cercava svegliare emolazioi ne’ coabitanti, eccitamento a procurare lavoro alle braccia vaganti, ed in concorrere tutti a purgare l’isola dall’ elemento più infetto, e ravvivare e svingolare degl’inceppi le accennate almeno esistenti industrie, che anche sterilivano per lo intutto, e senza pietà.

La tomba di Giuseppe Tricoli, al Cimitero di Ponza (da viaParata blog di Francesca Iacono)

Dico anch’io la mia… Dintorni anno 1840. Qui stato pontificio… (1) – Continua

 

Note (a cura della Redazione)

(1) – George Macaulay Trevelyan (1876-1962) “Garibaldi e i mille”; Zanichelli, Bologna; 1910

Sulla autobiografia di Giuseppe Tricoli, lettura consigliata, di Franco Schiano (2020), su calafelci.com:
https://www.ponzacalafelci.com/2020/12/17/giuseppe-tricoli-biografia-dellautore-basilare-nella-storiografia-ponziana/  

Il racconto storico breve di Lambertucci su Stendhal e il brigante Gasbarrone è stato pubblicato oggi 10 luglio 2025:
https://www.ponzaracconta.it//2025/07/10/il-rosso-e-il-nero/

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