Ambiente e Natura

Esplorazioni urbane (3). Termini e dintorni

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di Gianni Sarro

La stazione Termini
È un pomeriggio assolato e afoso. Ho un appuntamento di lavoro importante a via Napoleone III, nei pressi della stazione Termini. Decido allora di prendere il bus 92, anziché incamminarmi a piedi, non voglio sudare troppo: non posso certo presentarmi come un tennista al cambio campo, con l’asciugamano in testa. Il bus fa capolinea a piazza dei Cinquecento. Da lì posso raggiungere facilmente a piedi il luogo dove sono atteso.

Il 92 compie lo stesso percorso, a parte qualche marginale variazione, da almeno cinquant’anni, ossia da quando io ho cominciato a prenderlo; allora era il numero 35, la vettura era verde, e aveva, per l’epoca, una linea moderna, slanciata, per me un’autentica meraviglia. Io cercavo di sedermi sempre nel primo sedile dietro l’autista, per studiarne i movimenti, memorizzarli e poi ripeterli a casa, dove giocavo a fare l’autista del 35 (il volante era il cuscino, un bastone conficcato in un cestino, il cambio). Poi, nella seconda metà degli anni ’70, l’A.T.A.C. riformò la numerazione dei bus – non tutta, per carità: il 56 e il 57, compagni di percorso del 35, rimasero invariati, mentre quest’ultimo divenne il 319.

Mi piaceva molto andare alla stazione per due motivi, o perché si andava a prendere il treno, altra mia passione, in genere direzione paesello (Roccasecca, in Ciociaria, non distante da Cassino), o, come accadeva più spesso, per andare a trovare mio padre che lavorava come ‘economo’ in un grande albergo di piazza dei Cinquecento, il Continental (oggi non esiste più, nel grande palazzo che lo ospitava, adesso c’è la Polizia di Stato). Faceva, almeno ai miei occhi, un lavoro bellissimo: l’economo, colui che si occupava di far arrivare all’hotel tutto ciò che serviva — cibo, bevande, ogni bene necessario.

Via D’Azeglio
L’ingresso (oggi scomparso, dopo la ristrutturazione) dell’ufficio di papà si trovava su via Massimo D’Azeglio, incastonato lungo il lato corto del palazzo, quasi nascosto, come se volesse passare inosservato nel via vai della città. Varcata la soglia, si saliva una breve rampa di scale che conduceva a una stanza dalle pareti di vetro, l’ambiente non particolarmente luminoso e l’atmosfera un po’ sospesa, come se galleggiasse tra il dentro e il fuori. Sono convinto che quello dell’economo sia stato il lavoro che più sia piaciuto a papà, che l’ha sempre ricordato con piacere.

Nel corso del tempo la zona della stazione Termini, un tempo considerato uno dei salotti buon della città, ha conosciuto un degrado profondo, destino comune di molte altre stazioni, poi dagli anni novanta c’è stata una lenta risalita.
Termini prende il nome dalle Terme di Diocleziano, le più grandi terme imperiali dell’antica Roma, costruite tra il 298 e il 306 d.C. (1). La decisione di costruire la stazione fu presa dallo Stato Pontificio per dare un assetto più razionale al nodo ferroviario romano che nel 1860 era in piena evoluzione. La scelta di costruirla nell’area delle Terme non sembra estranea agli interessi immobiliari, che in quella zona aveva il cardinale de Mérode (2).
Oggi la zona di Termini è un luogo dove realtà commerciali e disagio sociale si contaminano. Per me rimane comunque un luogo magico, dove passato e presente sembrano intrecciarsi senza soluzione di continuità.

L’acquario di Roma
Lasciatami alle spalle la stazione, mi incammino verso via Napoleone III. Guardo l’orologio: sono in notevole anticipo. Ne approfitto per camminare un po’, mi aiuta a scaricare la tensione. Inizio a esplorare le strade attorno al luogo dell’appuntamento, e lentamente affiora un ricordo vago: da queste parti, un tempo, dovevano esserci dei giardini pubblici. È un’immagine sbiadita, ma man mano che avanzo prende forma, si fa più nitida. Finché arrivo in piazza Manfredo Fanti, da dove si scorge ancora, in fondo, la maestosità dell’edificio ferroviario. Ed è lì che capisco: il ricordo non mentiva. I giardini che avevo in mente esistono davvero — sono il giardino dell’Acquario Romano.

Davanti a me si apre un piccolo parco alberato, silenzioso, e al centro sorge quel magnifico edificio neoclassico, costruito tra il 1885 e il 1887 dall’architetto Ettore Bernich. A colpire subito sono l’imponente colonnato e la grande cupola centrale: un’eleganza fuori dal tempo. Nato come padiglione scientifico dedicato alla fauna acquatica, oggi ospita la Casa dell’Architettura. Il fascino originario è rimasto intatto. Il luogo ha un’aria sospesa, come se stesse lì da sempre, in attesa. Entro nel parco, dopo essermi assicurato che non sia privato, mi guardo intorno e vedo molte persone sedute ai tavolini che consumano un gelato o una bevanda fresca, immersi in un’atmosfera non lontana da quella che, a fine Ottocento, doveva ospitare vasche e creature acquatiche, per stupire la Roma moderna con le meraviglie del mare. Oggi in mezzo al cemento e alla fretta, è un luogo dove cambia la percezione della metropoli, è un’isola al margine del caos.

Via Napoleone III
Il tempo stringe. Mi rituffo nel disordine cittadino: il caldo esaspera passanti e automobilisti (soprattutto questi ultimi), i decibel salgono — non pensiamo mai abbastanza all’inquinamento acustico — e affretto il passo verso via Napoleone III.

Il colloquio ha avuto esiti più che soddisfacenti, così, all’uscita, mi concedo un’ultima deviazione. Costeggio via D’Azeglio e raggiungo via del Viminale, dove sorge La Casa del Passeggero. Un tempo era un albergo diurno, pensato per i viaggiatori in transito a Termini, che avevano solo qualche ora da trascorrere a Roma. Realizzato in stile Déco negli anni Venti, oggi è un relitto urbano (3). Mi fermo a osservarlo, colpito dal contrasto tra il lusso che fu e l’abbandono attuale. Un vero peccato che sia stato lasciato decadere. Mi affascina quel contrasto tra il lusso che fu e l’abbandono attuale. Un peccato che sia stato lasciato decadere. Ogni tanto si parla di riqualificare l’intero complesso, ma finora non si è mosso nulla di concreto. Ho scoperto che La Casa del Passeggero è stata anche location di alcune scene de Il segno di Venere, il film di Dino Risi del 1955, con De Sica, Franca Valeri e due giovani Sordi e Loren. Una pellicola leggera, ironica, che racconta una Roma diversa, eppure familiare.

Nel frattempo, il cielo si fa improvvisamente plumbeo, si è alzato un vento sibilante e aggressivo che fa mulinare la sporcizia e la ‘monnezza’ depositata sui marciapiedi. Un ultimo fugace sguardo lungo via del Viminale lo dedico all’entrata dell’arena del cinema Moderno (prima sala romana, aperta nel 1904 sotto i portici sabaudi di piazza della Repubblica, precipitata a partire dagli anni Settanta negli inferi della programmazione a luci rosse e riportata al suo rango dalla Warner nei primi anni duemila). Il vento si rafforza, in lontananza sento il brontolio pigro di qualche tuono è tempo di tornare. Con la certezza che i ricordi non erano solo fantasie e che a Roma ci sono sempre luoghi nuovi – o dimenticati –da (ri)scoprire.


Note

(1) – Le terme furono utilizzate fino all’invasione dei Goti del 537 d.c.

(2) – L’attuale stazione fu inaugurata nel 1950, su progetto degli architetti Montuori e Calini

(3) – Nel portone all’angolo c’era un’arena. Fino primi novanta ultimi Ottanta.

Per le precedenti “Esplorazioni urbane” di Gianni Sarro, leggi:
Il “223”, del 9 giugno 2025 e
“223”, note di esplorazioni urbane, del 13 giugno 2025

 

 

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