di Pasquale Scarpati
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Forse perché nato e vissuto per tutta la fanciullezza e buona parte dell’adolescenza tra scogli, cale e calette, spiagge ciottolose più che sabbiose, a me non è mai piaciuto e non piacciono le spiagge “pachidermiche”. Quelle che durante i mesi estivi sono nascoste da migliaia di ombrelloni di varie forme e colori, dove il mare non “canta” o forse non è possibile sentirlo “cantare” a causa del gran vociare e degli strilli e dei suoni della folla che occupa tutto l’arenile, di coloro che tirano i carretti lungo la battigia, vendendo un po’ di tutto. Li vedi sudati ed affaticati specialmente quando l’Astro dallo zenit scende (ma molto lentamente per loro) a riposare. Visi stravolti. Alcuni cercando di racimolare qualche soldo, ma soprattutto, forse, per rinfrescarsi un po’ all’ombra di un ombrellone, si fermano, proponendo la loro merce. Il più delle volte è un diniego. Penso, altresì, chi potrebbe celarsi dietro questa povera gente!
Amo, invece, la spiaggetta dove, il Sole, insieme all’acqua, forma sul fondale sabbioso strane figure geometriche sempre in movimento; dove con pochi passi sul bagnasciuga posso raggiungere la roccia che s’inabissa nel mare e da dove fuoriesce in una miriade di colori. Senti il profumo dell’alga marina e della piccola cozza abbarbicata alla roccia. A tratti pezzetti di posidonia deposti sulla poca sabbia per lo più sempre umida perché l’onda la sommerge di frequente. Essi rimangono lì perché non c’è nessuno che li va a togliere ma danno il senso della natura selvaggia. Quando anche Chialiuna ai miei tempi ne era sommersa. Ma allora io non capivo cosa fosse. Mi dava solo fastidio insieme alla “pece” traditrice! La spiaggetta è, comunque, abbastanza frequentata (quale posto è immune da questo?) specialmente nei fine settimana anche di un giugno che è sembrato luglio a causa della calura e dello scirocco che da un po’ di anni oramai è di… casa, al posto del fresco maestrale. E figuriamoci quanto di più a luglio
Dunque pochi giorni fa io e colei che mi accompagna da oramai 60 anni, facevamo i famosi quattro passi su tale spiaggia, quando, all’improvviso una giovane coppia si è avvinghiata e si è ripetutamente baciata. Pochi passi e poi ancora e poi ancora con molta passione. Lei gli metteva le braccia al collo, lui la tirava sui fianchi. Non so se, travolti dalla passione, hanno continuato così stando in piedi, oppure si sono distesi sulla sabbia oppure si son tuffati nell’acqua fresca e limpida oppure sono andati via. Non è la prima volta che mi capita di vedere simili scene coram populo. Le persone che camminavano o stavano distesi su un asciugamento avevano un atteggiamento di nonchalance. Pensavo che si stesse girando la scena di un qualche film. Mi sono guardato intorno per vedere se ci fosse qualcuno che filmasse: nessuno, ovviamente. Ci ho riflettuto e sono andato indietro nel tempo (deformazione mentis!). Quando, ai “miei tempi”, in collegio, durante la proiezione di un film, allorché i due protagonisti stavano avvicinando le labbra e la musica sottolineava l’evento, apparivano, invece, sullo schermo, con sommo disappunto, il formicolio bianco e nero accompagnato dal rumore del “crepitio” della pellicola spezzata. Ciò è stato ben sottolineato nel film “Nuovo cinema Paradiso”. Quando ci portavano a vedere qualche colossal (come ad esempio Ben Hur) nelle sale cinematografiche pubbliche, io – sicuramente anche la totalità dei coetanei – ero molto contento perché in quella sala non si poteva spezzare nulla! Altri tempi! Tempi in cui si faceva ciò che si è fatto da sempre (dalla preistoria!) ma lo si doveva nascondere. Si rischiava addirittura di essere incriminati per atti osceni in luogo pubblico! Ed anche a casa non lo si poteva fare alla presenza degli adulti! Ma si sa contro l’istinto e gli ormoni nulla si può. Anche quando si “si faceva l’amore” stando seduti a distanza alla presenza di vari parenti. Gli adulti fingevano di non sapere! Quando, addirittura, anche dopo il fatidico “sì”, il sacerdote era obbligato a rilasciare un certificato di matrimonio perché si rischiava di non essere accettati in un qualche albergo!
Se ciò si faceva di nascosto, ben diversamente avveniva quando qualcuno lasciava questa vita terrena. Oggi si affigge un manifesto funebre, si fa in fretta in fretta un funerale e poi subito ognuno ritorna al proprio tran-tran.
“In quei tempi” si agiva un po’ diversamente da oggi. Innanzitutto nessun manifesto. Non so se esistessero. Ma se anche lo fossero non lo si faceva per due motivi: il primo perché molti non sapevano leggere o leggevano a stento per cui non avevano tempo di soffermarsi di fronte ad un manifesto e poi i manifesti avevano un costo! Ma all’evento, anche se triste, bisognava dare visibilità! Ed allora: gli uomini (parenti) portavano o una fascia nera al braccio oppure un bottone nero sul bavero della giacca. Le donne, poi, coprivano i capelli con un fazzoletto ovviamente nero e portavano il vestito nero (lutto) per un certo ed anche lungo periodo (anche 6 mesi!) a seconda del grado di parentela. Cosicché se in famiglia capitavano (come capitavano essendo famiglie numerose) più decessi nell’arco di un cero periodo, la donna, specie se sposata, praticamente il nero non lo toglieva più. Qualcuna, forse, staccava quella monotonia con frange, ricami o altro, ma il nero restava comunque il colore dominante. Quello, a mio avviso, era anche un altro modo non solo di risparmiare ma anche di costrizione perché lo sporco sul nero si vede poco e le donne erano costrette ad indossarlo! Rassomiglia un poco a certi costumi di altri Paesi.
Ma, poi, vi erano ancora altri tempi da rispettare. Il focolare doveva rimanere spento per un certo periodo (almeno una settimana). In quel frangente i parenti più “larghi” (cugini ed altri) e gli amici più stretti si prodigavano per portare il cosiddetto “cuonzo” (altrove anche detto consòlo) e cioè il cibo per tutti i parenti più stretti del defunto che nel frattempo restavano nella sua casa. Ed era bello vedere questa solidarietà perché, ovviamente, ci si riuniva tutt’insieme intorno ad un tavolo insieme a quelli che avevano offerto il pranzo o la cena. Tutto ciò per vari giorni. Non essendoci carri funebri motorizzati, il corteo si snodava, a piedi, lentamente per le vie (penso a quelli provenienti da Le Forna o nelle zone sperdute dell’entroterra sulla Terraferma: giungevano via mare? Se via terra quale strada percorrevano per giungere al cimitero? E se ciò accadeva in una giornata tempestosa?). I notabili avevano anche l’accompagnamento della banda che, con le sue note lunghe, dava ancor più la sensazione di cosa lugubre, funerea mentre si abbassavano le saracinesche dei negozi e si chiudevano i battenti delle case prospicienti la strada. Insomma si dava molta visibilità alla morte più che alla vita. Ognuno può dedurre il perché…
Veruccio commenta: “La morte, allora, stava in agguato dietro l’angolo, la vita era più breve e più dura di quella di oggi. Accompagnata alla penuria di denaro dava alla morale un senso diverso, sottomessa anzi oberata dalle regole religiose o meglio dai tabù. Pertanto la perdita di un componente familiare, specie se giovane, era un danno enorme, morale e anche economico per la società, ma soprattutto per la famiglia che perdeva un sostentamento. Questa perdita poteva gravare sugli altri componenti. I quali, a loro volta, economicamente non è che navigassero nell’oro, anzi!”
Gli rispondo: – “Forse quello di oggi è un modo come un altro per inneggiare alla vita e bandire la morte o meglio cercare di esorcizzarla! Ai tempi dei Romani quando qualcuno lasciava questa vita si banchettava e si libava agli dei”.
Infatti molti dei riti “tradizionali” di una volta erano in definitiva un voler esprimere la continuità della vita. Oggi avviene lo stesso ma, essendo il mondo veloce ed irrequieto, immediatamente si ritorna (o si è costretti) al “travaglio usato” come diceva il Leopardi.
…Lo conferma Pasquale








