Libri

Su un libro misterioso che mi sto rigirando tra le mani

di Sandro Russo e Anna D’Elia

 

Cara Anna
Ho ripreso in mano solo oggi, due giorni dopo, il libro che mi hai voluto regalare – grazie ancora –  ed è stata una vera sorpresa.
Per la veste editoriale, per il tema, per le patate di Van Gogh e il racconto di Kafka (che sono andato a rileggere con più attenzione), anche per i due registi che hanno contribuito alla tua ispirazione: Béla Tarr e Agnès Varda (il primo non lo conoscevo).
Un vero oggetto misterioso! Che ha stimolato la mia curiosità.
Già dalla copertina, rossa, rigida che non reca il titolo. Un libro senza autore e titolo? Ohibò!
Li ho trovati, rigirandomelo tra le mani, sul dorso:

Anna D’Elia – Quasi nel mezzo di una verità

Mentre la copertina, al centro, mostra dei cerchi concentrici fatti di parole; bisogna avvicinarla agli occhi  e mettere a fuoco per leggerle. Le ritroveremo più avanti, disposte come i versi di una poesia, anche in versione inglese sulla pagina a fronte.
Nella pagina successiva c’è l’intestazione del libro: il titolo, in alto, tutto in maiuscole,
QUASI NEL MEZZO
DI UNA VERITÀ
l’autore, Anna D’Elia e l’editore: seipersei.

In the silence of the daily ritual,
in a circular time repeating day and night,
the meaning of life continues to be lost.

Memory crumbles, sight blinds in the wind.

I feel humanity lost,
see all the world’s cruelty unfold by sea and land.

Everything is in ruins, everything is corrupted.

On the edge of the abyss,
there’s nothing left but to eat the fruit of our labor
as long as it still exists.

Nothing can change anymore.
The horse has collapsed, the bucket is now empty.
The light is fading.

Nel silenzio del rito del quotidiano,
in un tempo circolare che si ripete ogni giorno e ogni notte,
il senso della vita continua a smarrirsi.

Si sfalda la memoria, si acceca lo sguardo nel vento.

Sento il genere umano perduto,
vedo tutta la spietatezza del mondo dispiegarsi per mare e per terra.

Tutto è in rovina, tutto è stato corrotto.

Sull’orlo dell’abisso,
non resta che mangiare il frutto del lavoro delle nostre mani,
fin quando ce n’è ancora.

Nulla può più cambiare, il cavallo è stramazzato, il secchio è ormai vuoto.
La luce sta svanendo.

Continuando a sfogliare, trovo delle foto, inframezzate da pagine bianche, foto buie, di interni poveri, muri sbrecciati, piccole cose, uno sguardo che si aguzza a discernere forme nel buio.
A metà circa del libro, ancora due pagine affacciate – inglese e italiano, con strofe sparse, di poche righe ciascuna ma con il senso di un’unica poesia, su una casa dell’infanzia, un vivere difficile, il freddo, la sete, l’aridità di ogni cosa, pensiero, sentimento.

Di questo libro scriverò ancora, perché ad ogni nuova scorsa, lettura, sembra darmi nuovi pensieri.
Intanto ringrazio Anna per aver provato a rispondere a molte di queste curiosità nei termini che qui fedelmente trascrivo…

© Agnès Varda. Patatutopia – Mostra alla Biennale di Venezia nel 2003

Storie minori
di Anna D’Elia

Mi interessano le storie minori, la poetica del quotidiano. Mi affascinano i racconti della gente comune, che fatica per vivere.
La mia ricerca, avviata sull’osservazione del dipinto di Van Gogh “I mangiatori di patate”, che mangiano il frutto del lavoro delle loro mani, si è dipanata secondo un approccio multidisciplinare e si è nutrita della contaminazione con altri media.
L’esito del lavoro intende porre un interrogativo e rivolgere un invito a riflettere sulle conseguenze delle azioni distruttive dell’uomo.
Si tratta – in definitiva – di una denuncia sociale, formale e solenne, sulle azioni che stanno portando al punto di non ritorno l’umanità, alla deriva, tra cambiamenti climatici, guerre, carestie e migrazioni.
Una via di salvezza è ancora possibile? C’è ancora speranza?
“Quasi nel mezzo di una verità” nasce da questo eterno interrogarmi sulla condizione umana.

Ho portato avanti la ricerca per oltre cinque anni. Dopo l’iniziale ispirazione, ho
seguito un percorso libero, tra spunti letterari (da Dostoevskij a Proust, a Kafka, da Montale a Pavese e Calvino) e filosofici (Nietzsche e Deleuze) e varie fascinazioni cinematografiche (tra cui Béla Tarr e Agnès Varda), che mi hanno condotta a esplorare un sottile confine tra realtà e finzione, passato e presente, inconscio e coscienza, in un paesaggio che aspira ad essere possibile cifra dell’ardua dimensione dell’esistenza.
Il progetto ha preso forma esplorando la mia memoria rarefatta di spazi privati ed essenziali, di luoghi senza tempo, supportati dall’apporto visivo di album di famiglia scoperti in archivi impolverati, da racconti e domande ai miei parenti.

Successivamente ho messo in scena, ricreando quegli ambienti, interni silenziosi in cui si consuma la quotidianità nella lentezza e ripetizione dei gesti, realizzando le immagini nei colori della terra, quale unico concreto approdo, unico centro nella mancanza di certezze.
In tale dimensione temporale indefinita e sospesa si affacciano inquieti interrogativi universali, che si ripetono all’infinito in una natura desolata e inaridita, fino allo smarrimento.
La qualità delle relazioni umane si è deteriorata, regnano l’isolamento e la scomparsa del senso di comunità. La spietatezza del mondo spadroneggia in un pianeta ormai al limite, distrutto dai cambiamenti climatici.
Come Il cavaliere del secchio di Kafka in cerca di carbone per le mancanze e i disastri economici e umani causati dalla guerra, anche io cerco il senso dello stare al mondo, senza avere quasi più nulla da raccontare.
Il rifiuto di guardare ormai dalla finestra non è un rifugio: distante dallo spavento della vita, vorrei la leggerezza, ma questa appare irraggiungibile.
Anna D’Elia


Note

In diretta relazione al libro abbiamo presentato sul sito una breve nota sulle patate, che comprende anche una disamina del dipinto di Van Gogh, “I mangiatori di patate”  (1885): leggi qui.

Anche il racconto di Kafka: Il cavaliere del secchio (1916) è stato pubblicato nei giorni scorsi: leggi qui

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