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L’intervista a Teona Strugar Mitevska, regista macedone, per il suo nuovo film

di Lorenza Del Tosto

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Cosa mi dà il mio lavoro? – Teona Strugar Mitevska, in Italia per presentare L’appuntamento –  distribuito in Italia da Teodora film -, soppesa la domanda a lungo, in silenzio. Poi con uno scatto risponde: “La felicità…” Non vorrebbe fare sfoggio della propria fortuna, ma non si trattiene – Io sono una persona molto felice. Una gioia luminosa dirompe dai suoi occhi neri, profondi, dalle sue mani, dal corpo tutto. Piccola, bella, forte, intensa. Ciocche di capelli nerissimi le ricadono sulle spalle e talvolta le nascondono il viso, quasi volesse proteggere chi ha di fronte dall’intensità dei suoi gesti vigorosi, dei suoi sorrisi felici. Non tutti sono in grado di tollerare la fortuna altrui. – Sono felice di potermi esprimere – si porta la mano al petto. Gli occhi brillano e guardano lontano – Felice di dedicare a questo tutte le mie energie.

Regista e sceneggiatrice macedone è nota per il suo Dio è donna e si chiama Petrunya, film irriverente, con una protagonista sgraziata e intruppona che riscatta con allegria tutti i brutti della terra: Petrunya osa sfidare le regole della chiesa ortodossa e si impossessa di una croce che è appannaggio esclusivo dei fedeli maschi. Film originalissimo, mosso e pieno di energia come la sua regista che sembra una ragazzina, e pure ha un figlio di venti anni che ora studia filosofia in Francia e, durante gli scioperi, è finito due giorni in cella.
– Se vuoi tornare in piazza, gli ho detto, almeno copriti il viso altrimenti finisci dentro di nuovo – Teona ride. La sua voce è dura, un inglese che risuona di vibrazioni russe. Le sue risate dirompenti spandono attorno scie di allegria e un desiderio di afferrare il meglio della vita, che esiste sempre e comunque. Non bisogna farsi inchiodare da nessun dolore. L’energia, nella voce e nella risata, sorprende in un corpo così minuto.
– Finché i figli vivono in casa per una madre è diverso, ma ora non ho altro da fare che seguire i miei film. Ho tanti progetti. Lavorare su più cose è il modo migliore per portarle avanti. Le sue mani, piccole, smalto azzurro sulle unghie, si muovono assertive.

– Ho appena chiesto un finanziamento ad una Commissione belga. A Bruxelles dove vive hanno letto il progetto: – Come osi parlare di queste cose? – mi hanno detto.
Certo che oso, ho ribattuto. Se nessuno parla è ancora più importante alzare la voce.
Non c’è vanto né spavalderia solo un’effervescenza luminosa e una scaramanzia balcanica che le impedisce di parlare di progetti futuri. Seria si concentra sui dettagli del film che è venuta a presentare.

L’appuntamento è una storia contemporanea che parla dei traumi ancora aperti trent’anni dopo la fine della guerra in Bosnia. Si parte con uno speed dating in stile balcanico: uomini e donne che cercano l’anima gemella e si impegnano a dare risposte a domande stravaganti. Tanto umorismo per catturare lo spettatore e tirarlo dentro verso un’altra profondità: la storia vera che la co-sceneggiatrice Elma Tataragich si è tenuta dentro per 25 anni cercando, senza trovarla, una forma per raccontarla.

– Con Elma – negli occhi di Teona brilla lo stupore di chi ha trovato un tesoro inatteso – è stato un incontro di anime, uno di quegli incontri rari che puoi cercare per anni. Il segreto della nostra collaborazione? Mettere ciascuna da parte il proprio ego e riversare tutta l’energia nel lavoro e nella creazione dei personaggi. Ognuna colma le carenze dell’altra. Lei è la drammaturga, riesce a vedere tutte le fasi. Io sono brava con i dialoghi, creo le scene, trovo l’inizio e la fine, ma sul resto mi perdo, lascio buchi ovunque, allora arriva lei e mette tutto a posto – sorride sbarazzina. Poi rivolta alla giornalista, come una madre che si accinga a raccontare al figlio una storia che gli servirà per la vita, dice: – Lascia che ti racconti la storia di Elma.

Durante l’assedio di Sarajevo Elma era un’adolescente e una notte, mentre dormiva nella sua stanza, è stata raggiunta dal proiettile di un cecchino che le ha sparato dal tetto della casa di fronte. È andata in coma, ne è uscita e, finita la guerra, ha studiato cinema. Un giorno partecipa ad un workshop su come facilitare il lavoro tra persone diverse. Ad un certo punto della giornata viene chiesto ai partecipanti di raccontare ciascuno l’evento più tragico mai vissuto. Elma racconta del momento in cui l’ha raggiunta il proiettile, prima che perdesse conoscenza, e un ragazzo racconta del momento in cui è stato obbligato a salire su un tetto a sparare alla sua gente.  Lentamente, attraverso il racconto di alcuni dettagli, gli stessi riportati nel film, capiscono di essere vittima e carnefice l’una davanti all’altro.
Elma ha confessato che, fino ad un istante prima, quel ragazzo le sarebbe anche piaciuto. In altre circostanze sarebbe potuto essere il suo migliore amico o il suo amante. Ora che il tempo è passato e l’ex Jugoslavia non esiste più, proviamo nostalgia, ci rendiamo conto di quanti elementi ci univano. Di quante cose condividevamo. Sarajevo era la città più bella del mondo perché era un crogiolo di culture. Asia e Zoran sono vittime entrambi: la storia si è imposta su di loro e ha reso impossibile ogni forma di intimità.

Teona sgrana gli occhi neri e luminosi come se ancora non potesse capacitarsi della portata della tragedia.
– Ha girato questo film come monito per l’Ucraina?
– No, no attenzione. Scatta su perentoria – Abbiamo girato prima della guerra. Tutti ci dicevano: un altro film sulla Bosnia? Non lo vedrà nessuno. La guerra in Ucraina è scoppiata durante il montaggio. È brutto: ma ha riportato il tema di moda.
– Comunque è una guerra diversa.
– Lei crede?
– i suoi occhi neri sono pieni di amarezza ironica – Dopo Venezia (dove L’appuntamento era nella Sezione Orizzonti) ho voluto portare il mio film in Ucraina. Non sono un’esperta, ma l’Ucraina orientale è una terra complessa. Ci sono persone che hanno studiato in Russia, che non parlano l’ucraino, e a cui ora i russi sparano. Non c’è nulla di più illogico della guerra. Un giorno la guerra finirà, questo volevo dire mostrandogli il mio film, e allora dovrete fare i conti con il dopo e guardate come stiamo messi noi ancora dopo tanti anni. Se vogliamo credere nell’evoluzione dell’umanità dovremmo aspettarci da voi qualcosa di meglio.

Siano quali siano gli effetti individuali della guerra, e forse di ogni trauma, l’unico modo per superarli è affrontarli. È questo il punto centrale del film.
– Per creare un futuro occorre parlare, non dico che bisogna essere d’accordo, l’importante  è parlare.
Una gravità scende improvvisa nel suo sguardo. Vede cose lontane e brutte e, per un istante, non sembra più una ragazzina, ma una donna piena di anni vissuti, qual è.

L’idea alla base del film è nata all’Hilton Hotel di Sarajevo, luogo emblematico della guerra di Bosnia, dove Teona e sua sorella, Labina Mitevska attrice (ha debuttato in Prima della pioggia  di Manchevski) e produttrice sempre presente nei suoi film, erano sedute a prendere un caffè.
Se grande è la sintonia tra sceneggiatrice e regista, potentissimo è il legame tra le due sorelle. Insieme al fratello Vuk Mitevski, pittore e scenografo, hanno fondato la casa di produzione dal titolo suggestivo Sisters and Brother Mitevski Productions.

Nelle interviste i nomi di Elma e Labina ricorrono sempre, pronunciati con fiducia e vigore, tanto che sembra di avvertirne la presenza, basterà voltarsi e queste donne balcaniche, sceneggiatrice e sorella, giovani e forti appariranno sorridenti alle nostre spalle. Seguono la regista ovunque: nei salotti degli alberghi, negli studi della radio, siedono con noi al ristorante. Come una grande famiglia l’accompagnano, invisibili, all’incontro con Nanni Moretti che Teona guarda colma di ammirazione, quasi paralizzata nella contemplazione del suo Sacher e della sua persona.

Quando alla domanda “Cosa ti dà il cinema” la giornalista ha aggiunto “E cosa ti leva?” – Teona ha pensato a lungo – ascolta ogni domanda con estrema serietà, e risponde con estrema attenzione, come se dalle sue risposte dipendessero le sorti del mondo, e non solo dei suoi film – e poi ha detto:
– La stabilità, una relazione forse, ma è il mio karma…non importa. Si è stretta nelle spalle con un sorriso di malinconia.
– Non è l’amore che cerco. E scoppiando in una delle sue risate si è sfilata la spilla con i due cuori che è il simbolo dello speed dating e gadget scherzoso del film.
– I miei sono piccoli film, vengono da un piccolo paese e li devo promuovere in giro per il mondo. Devo farlo io. Non può farlo nessun altro per me. Per questo si sottopone ora ad un lungo giro per l’Europa. Nonostante la sua paura di volare.
Ho paura sì – sorride, – ma ora andrò in Francia, Svezia, Danimarca e tanti paesi ancora. Pazienza.
Viaggia curiosa, in ogni posto, in ogni luogo c’è qualcosa da scoprire. Anche questa è la felicità: le tante dimensioni dell’esistere che il suo lavoro le mostra fuori dalla piccola Macedonia natia. Ad esempio la scoperta che la Danimarca, con la sua Copenaghen, è il posto migliore al mondo per le donne. La parità di genere non è imposta dall’esterno ma è parte del Dna.
– Un paese fantastico – ripete sgranando i suoi occhi neri luminosi, vi ha vissuto sei mesi durante il montaggio del film.

L’idea, si diceva, è nata tra lei e sua sorella, Teona e Labina macedoni di nascita, e belghe di adozione, sedute all’Hilton Hotel a prendere un caffè. Hanno pensato allo speed dating ambientato  proprio lì in albergo: la ricerca dell’amore è pur sempre tema universale.
– Abbiamo chiamato Elma. Le abbiamo raccontato l’idea un poco timorose. Temevano che lei ci dicesse ma come vi permettete? Questo è il mio trauma. C’è stato un istante di silenzio…E poi Elma ha detto. Forza che aspettiamo? Mettiamoci a scrivere.

L’amore, l’ironia: le migliori armi, nella vita e nel cinema, per prendere le distanze dalle cose difficili ma qualcuno nota anche altro.
– C’è violenza femminile.  La protagonista: Asia è violenta…
Teona  è sorpresa.
– Forse ci sono momenti in cui Asia si lascia andare. Ma in lei prevale sempre la curiosità: vuole capire. Curiosità e bisogno di capire sono tratti femminili. Un modo di affrontare le cose.  Se fosse stato per le donne non ci sarebbe stata una guerra così…
Uno spettatore, dopo una proiezione a Belgrado, si è avvicinato a dirle: “Sono stufo di vedere film dove i colpevoli sono sempre serbi e maschi”.
– Ma sui tetti a sparare erano loro – Teona imbraccia un fucile immaginario, punta verso il basso e spara. Un gesto che a tratti ricorre: tremendo visto così da vicino. Capisci quanto è terribile salire su un tetto a sparare alla gente che cammina. Gente che conosci, che fino a ieri era il tuo vicino di casa.
– A sparare ai loro vicini c’erano i serbi e c’erano gli uomini. Non posso metterci i tedeschi o le donne.

Eppure il vero salto di grazia, la mossa spiazzante di queste cineaste affascinanti e vigorose è il  personaggio maschile: Zoran. Non è stato facile trovare l’attore giusto.
Entrambi i protagonisti sono interpretati da attori di teatro al loro primo grande ruolo al cinema.
– Tutti gli attori, professionisti e non, sono comunque di Sarajevo, hanno vissuto la guerra. E nelle loro interpretazioni c’è l’urgenza e la verità delle ferite vissute.
C’è un momento in cui quaranta attori, professionisti e non, sono in scena e la coreografia doveva essere perfetta. Teona lo ripete. Tutto doveva essere curato alla perfezione: una danza di personaggi che entrano ed escono, in un viluppo di tensioni e di voci, come viluppo e intrico e dissidio è ciò che lascia ogni guerra.
In questa danza Zoran, l’aguzzino, il carnefice, appare figura gentile e fragile.
– Ci voleva un attore che potesse trasmettere un’idea di vulnerabilità, non perché il pubblico debba prendere le sue parti ma perché possa comprendere la complessità della sua situazione. Zoran si prende la responsabilità delle sue azioni andando contro ogni regola del maschilismo balcanico. Pochi uomini, nella sua situazione, avrebbero detto io sono responsabile. La nostra società mette un’enorme pressione sugli uomini obbligandoli ad aderire ad un certo ideale.
Zoran è un’anima genuina che agisce in modo opposto rispetto alle aspettative della società.
Teona sorride tra le ciocche dei capelli nerissimi. I suoi occhi risplendono di felicità, certo ma anche di comprensione, come se conoscesse un segreto che la difficoltà della vita le ha svelato. Una bambina piena di sogni e di innocenza.
– Se ci pensi bene Zoran è l’incarnazione del vero femminismo. Se ne frega delle aspettative della società.
– Zoran è femmina?
– L’interlocutore sembra non capire.
– Sì – Teona guarda nel vuoto colpita lei stessa dalla verità che ha appena scoperto.
– Il vero femminismo è: libertà per tutti. Tutti devono essere liberi di essere ciò che sono. Dobbiamo stare attente a non mettere in mezzo gli uomini nella nostra battaglia.

Sorridendo per la sorpresa della sua scoperta, si congeda pronta ad affrontare le prossime tappe del suo tour con L’appuntamento: per sostenerlo, difenderlo, farlo conoscere. Sfida ogni paura. Aerei, viaggi, incontri. Se nessuno parla delle cose importanti, bisogna pure che qualcuno lo faccia. Lei è felice di farlo, elfo felice circondato da invisibili fate.

Teona Strugar Mitevska, alla Berlinale del 2019

 

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