Racconti

Toccasana per l’inverno

di Francesco De Luca

L’inverno raggela la mente, la restringe. Piove… e si resta in casa. Il cielo è coperto ed intristisce l’animo. Fuori fa freddo e si rimane dentro casa. Attorniati dagli oggetti propri, quelli che parlano anche in silenzio. Sì… però quello che dicono è sempre lo stesso. Le evocazioni sono conosciute, le narrazioni quasi avviliscono per la ripetizione continua.

Se tutto questo lo si riporta a Ponza, l’ atmosfera diventa ancora più deprimente. E già… perché il territorio isolano è circondato, anzi no, avvolto, o meglio intrappolato in una rete dal colore plumbeo. Grigio il cielo e grigio il mare. Insomma una cappa che… per quanto ci si sforzi, intristisce l’animo. Come ho già detto.

Il cerchio si chiude… o meglio, quando sta per chiudersi, lo sguardo colpisce un oggetto. Eccolo qui… lo presento anche a voi. Cosa è?
E’ un tronchetto. La sua è una storia ambientata in una lontana estate.

È quello che ci vuole per frenare l’accerchiamento grigio e desolante.

Anni fa si decise con l’amico Gianni di andare a fare il bagno, insieme con le rispettive famiglie. Quel giorno, come di solito accade a Ponza, si era alzato un dispettoso levante. Avrebbe infastidito il mio motoscafetto per quel tanto che saremmo stati nell’arco del golfo. Superato il quale avremmo potuto godere del mare. Macché… le signore si dichiararono non disposte a tollerare lo sballottìo delle onde, neanche per quel poco tempo necessario a raggiungere il faraglione della Guardia e doppiarlo. Sarebbero andate per negozi.

Io e Gianni decidemmo di prendere il mare. Dapprima a velocità ridotta per non patire lo sbattimento dello scafo sulle onde del levante. Fino al faro della Guardia. Girato il quale il mare si offrì come l’estate pretende: calmo, invitante, brioso.

“Dove andiamo?” Dovunque. Tutta la costa è appetibile per noi. Veniamo dalla scuola della Caletta. Col mare noi ci intratteniamo. Giochiamo a fare escursioni in apnea per mirare tutto quello che il fondale propone. Gusci di  ‘patelle reale’, gusci di ricci levigati, nu pint’ i rre  che guarda con diffidenza. Gianni stacca qualche patella per mangiarla. “Ne vuoi una?” – mi dice. “No” – rispondo.
Lui è più attivo, io più contemplativo. Vado infatti a terra a rovistare fra i detriti che vi deposita il mare. “Dove stiamo?” Stiamo in una spiaggetta fra il Fieno e il faraglione, zona detta ‘’a scarrupata ‘i fore’.

Scendo a terra e rovisto: legni, tronchi, radici, canne, lattine, cordami, pezzi di plastica.

Il tormento del mare logora tutto: arrotonda, scolora, leviga, sagoma. Mi colpisce quel tronchetto: tutto storto, legno leggero, dalle forme sinuose che il mare ha evidenziato ancor più. Lo prendo, poi mi sdraio al sole.

Da giovani è uno sfizio. Oggi, con gli anni, giudico quell’assorbimento di calore come provvidenziale.

Il posto non ha attrattiva, se non per noi isolani. Non amiamo vicini, non diversivi che distolgano il nostro intrattenimento col mare.

E invece, apro gli occhi, socchiusi quel tanto per dare sfogo ai pensieri, e un gommone è giunto a riva. Ne scendono due signore o signorine, non so, fermano il natante alla meglio e si accingono al bagno.

Gianni, pure lui sta accanto a me. Le due donne si tolgono il costume e si immergono, nude.

Il luogo lo permette. Non c’è nessuno, soltanto noi due: io e Gianni. Il quale, senza nessuna remora, si toglie anche lui il costume e si mette a guardare il mare. Io rimango colpito dalla prontezza del gesto, ma non reagisco alla stessa maniera. Ci penso su, e mi distendo al sole.
Voglio fare l’indifferente ma non ci riesco del tutto. Sottocchi controllo l’evoluzione delle cose.
Gianni si butta in acqua e, come al solito, alterna qualche bracciata ad una immersione. Vedo infatti ogni tanto le natiche bianche lumeggiare al sole e sparire nell’acqua.

Le due ragazze, le ho viste bene, sono bionde e dai tratti nordici, risalgono sul gommone e si allontanano.
Anche io, col tronchetto, risalgo sulla barca.
Gianni si appropria del costume, lo indossa e risale.
Torniamo in porto.

Col tronchetto prendo la via di casa. Incontro Pino: “Che fai con questo?” – indicando il legno. “Niente  – rispondo  – lo porto a casa”.
“Dallo a me che ci faccio qualcosa ”.
“Tieni”.
Pino è un ‘creativo’, ne conosco le manie e le produzioni. “Fammi vedere, poi, cosa ne trai ” – gli dico con sorriso da sfottò.
Ecco qui, questo è il prodotto dell’elaborazione di Pino. Il quale, dopo qualche anno, con lo stesso sorriso da sfottò, me lo regalò.

Oggetto del mare, stracquato per caso sulla spiaggia e, dalle mani di Pino, reso oggetto che evoca sole, mare, giovinezza, amicizia, bellezza.
“Gianni… ti ricordi quelle ragazze? ”Gliel’ho ricordato in questi passati giorni festivi, quando è venuto a casa. E ho indicato il tronchetto.

Un vero toccasana in questi giorni di grigio inverno.

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