Racconti

Il signore delle camelie (2)

di Sandro Russo

A inizio anno Biagio Vitiello mi ha mandato la foto di una sua camelia in fiore, cui non ho potuto non rispondere. Perché la casa dove abito, nelle campagne di Lanuvio è il paradiso della camelie… Pare che la composizione della terra (vulcanica) sia acida al punto giusto da essere loro gradita. Tanto che a Velletri, a una decina di chilometri da qui, ci sono rinomati vivai dedicati specificamente alle camelie.

Credo di aver fatto attenzione alle camelie per la prima volta durante la mia ‘scoperta di Roma’ nei primi anni dell’Università.
Un giorno la meta fu villa Torlonia. Negli anni tra il 1965 e il ’70 era ancora in completo abbandono; non erano ancora iniziati i lavori di sistemazione del Parco nel suo insieme e quindi dei singoli edifici dopo che la Villa era stata da residenza di Mussolini dagli anni ’20  (1) e quindi sede del comando anglo-americano a Roma dal 1944 al 1947.
Durante quella mia prima visita da studente fui ‘folgorato’ da alcuni alberi – proprio alberi, non cespugli né alberelli! – dai grandi fiori rossi, rosa e bianchi (su piante diverse). Qualcuno mi disse che erano le ultime camelie sopravvissute all’occupazione della Villa da parte degli anglo-americani che proprio lì parcheggiavano le loro jeep.
Ora quegli alberi non ci sono più, ma a villa Torlonia capito spesso perché è uno bello spazio verde vicino al quartiere San Lorenzo dove abito a Roma, e alcuni edifici restaurati meritano una visita con gli amici. In particolare la Casina delle Civette, una bella esposizione permanente di vetrate artistiche (la legatura dei vetri ‘a piombo’ e la lavorazione Tiffany sono state uno dei miei hobby in gioventù).

La Casina delle Civette, a villa Torlonia. Se si ingrandisce l’immagine sono visibili i vetri ‘a piombo’ alle finestre, ma la fruizione corretta é dall’interno verso l’esterno, perché il vetro “lavora con la luce”

Per quel che riguarda me, finita l’università e iniziata la vita lavorativa a Roma, avevo “messo radici” ai Castelli romani in un casale tutto mio con abbastanza terra a disposizione, dove ho cominciato a piantare, piantare… E non mi sono più fermato (leggi anche qui, del vivaio clandestino).

Potrei dire – se non apparisse perfino ovvio – che il segreto per avere un bel giardino è comprare delle specie più amate – peonie, clematidi, camelie, per l’appunto – qualche pianta nuova ogni anno (un paio, non tante, ma di varietà diverse). Uno non se ne accorge, ma guardandosi indietro si trova ad avere una bella collezione. Poi ogni pianta si esprime in modo diverso; quando si è acclimatata, stimola a crearle intorno un certo contesto e invita a delle associazioni particolari: un buon giardiniere deve essere aperto alle suggestioni e alle proposte (delle piante).

Altre informazioni sulle Camelie
CameliaCamellia spp. L. (1) – è un genere di piante della Famiglia delle Theaceae, originario delle zone tropicali dell’Asia. Il nome del genere, scelto da Linneo, deriva dal nome latinizzato del missionario gesuita Georg Joseph Kamel (1661-1706), botanico, che per primo importò la pianta dal Giappone, con le navi della Compagnia delle Indie (1).

Allo stesso genere Camellia appartiene Camellia sinensis, la pianta del thè, le cui foglie e i cui germogli sono usati per preparare la nota bevanda. Tutti i tipi di thè traggono origine dalla lavorazione delle foglie, dei germogli e di altre parti di questa pianta: soltanto i metodi di lavorazione differenziano le varie tipologie.
La camelia del thè farebbe anch’essa dei fiori (piccoli, di colore bianco o appena rosato), ma le piante vengono continuamente cimate prima di arrivare a fiorire e vengono tenute basse, per favorire la raccolta (nelle prime due foto qui sotto). Le camelie dei nostri giardini sono invece selezionate proprio per la grandezza, la forma e il colore dei fiori.

Le colline del thè di Newara Eliya in Sri Lanka (leggi qui) e la lavorazione del thè sono state raccontate sul sito da me e da Irma Zecca (leggi qui).

Curiosità
Alla loro introduzione in Europa le camelie ebbero un successo immediato e straordinario.
Fiore delicato e allo stesso tempo forte, il primo esemplare di Camelia arrivò in Italia nel 1760, come pegno d’amore dell’ammiraglio Nelson a lady Emma Hamilton, la moglie dell’ambasciatore inglese presso la corte dei Borbone di Napoli, andando così a impreziosire il giardino inglese della Reggia di Caserta.

La fioritura delle camelie ha una particolarità: se il fiore si stacca, cade tutto intero, senza che i petali si separino dal calice. È per questo che rappresenta nella tradizione cinese l’unione perfetta e la devozione tra due innamorati.
Dai giapponesi invece le camelie sono considerati fiori di malaugurio, perché i fiori caduti tutti interi ricordano loro – storicamente provati da secoli di crudele feudalesimo – le teste decapitate. Questo a sottolineare una volta di più la distanza culturale tra cinesi e giapponesi.

A rendere conosciuta ai più la camelia, fu Alexandre Dumas (figlio) che scrisse nel 1848 La Signora delle Camelie; l’opera e la sua protagonista, Margherite Gautier, a sua volta ispirarono Verdi (1853) per la Traviata, e il personaggio di Violetta Valéry (libretto dell’opera di Francesco Maria Piave).

Tornando al giardino…
Non c’è una camelia uguale all’altra. A seconda della predilezione personale si possono scegliere il colore, la forma e la grandezza del fiore, l’epoca di fioritura, la presenza o meno del profumo.

Camelia profumata (High fragrance Meilland Richardier)

La stessa pianta fotografata dal terrazzino verso l’esterno e al contrario (sotto), da fuori verso casa



Tante cose vengono in mente, convivendo con le camelie. Sono resistenti al freddo e la loro fioritura è generosa e prolungata in un periodo – quest’anno tra dicembre e fine febbraio – in cui il giardino non è tanto ricco di colori. Nella mia esperienza quelle di colore bianco sono le più tardive e il bianco è di una purezza assoluta.
Ce ne sono dal fiore semplicissimo, dal fiore più complesso, di perfetta simmetria (come le ninfee), o “arruffate”, con gli stami più o meno in evidenza, con tutte le varianti intermedie.
Le foglie sono coriacee, di un bel verde scuro, lucido e brillante.
In linea generale non sono profumate, ma lo sono Camelia sasanqua e alcuni ibridi recentemente messi in commercio.
Gradiscono terreno sciolto, lievemente acido (purché non calcareo!); posizione riparata (certo non amano il caldo; comunque evitare l’insolazione diretta). Dedicando loro un’attenzione discreta non soffrono di particolari malattie. Non sono di facile propagazione. Sto provando a isolare e rinvasare i ‘ricacci’ alla base delle piante, ma è un procedimento lungo con frequenti insuccessi; l’acquisto nei vivai è una accettabile alternativa; dopo qualche anno diventeranno “vostre”.


Altre ospiti qui al casale. L’ultima foto è dal web, ma le ho viste, anche le mie, fiorite sotto la neve

Note

(1) – Camelia spp. L. = Camelia species Lineii. Le storie dei “cercatori di piante”, in gran parte occidentali, inglesi in particolare, nelle regioni più impervie del mondo – Asia, Africa nera, Amazzonia -, costituiscono un’epopea a sé con eroi, morti e scomparsi nel nulla, vincitori e perdenti che ha caratterizzato un’epoca (max tra Ottocento e primi del Novecento); le piante confluivano poi ai Royal Kew Gardens di Londra per la classificazione, l’acclimatamento e la riproduzione. Prima o poi queste storie andranno raccontate su queste pagine.

(2) – Negli anni venti, Giovanni Torlonia concesse la residenza ufficiale a Benito Mussolini. Mussolini con la sua famiglia si trasferì al Casino Nobile, mentre il principe si trasferì alla Casina delle Civette. Il duce pagava un affitto annuale simbolico di una lira; Mussolini e il principe Carlo Torlonia, fratello di Giovanni, costruirono un rifugio contro i bombardamenti nelle catacombe ebraiche del terzo e del quarto secolo poste sotto la villa. La famiglia Mussolini lasciò la Casina dopo il 25 luglio 1943. Dal 1944 al 1947 la villa fu occupata dal comando anglo-americano.

(3) – Il romanzo di Alexandre Dumas (figlio) parla di una donna dai facili costumi Margherite Gautier. La storia si ispira a Marie Duplessis (1824 –1847), pseudonimo di Alphonsine Rose Plessis, divenuta poi la contessa di Perrégaux, morta giovanissima, con cui lo scrittore ebbe una relazione durata poco meno di un anno.
Nata da famiglia povera in un piccolo paese in Normandia, Alphonsine – Marie si trasferì a Parigi ove divenne una delle donne più desiderate e richieste e conseguentemente molto ricca . La storia la descrive come una donna alta, fisico esile e pelle lattea. Invidiata dalle donne per la sua eleganza e raffinatezza dei modi di fare, amava leggere, suonare e andare a teatro.
L’ultima volta fu vista proprio a teatro, magrissima data la malattia che la consumava (la tisi era la malattia del tempo, molto letteraria, del resto – ndr) e con in mano un mazzo di camelie bianche.
Morì il 3 febbraio del 1847 e si narra che ai suoi funerali partecipò una folla enorme. La vendita all’incanto dei suoi beni, disposta per risarcire i numerosi creditori, vedrà i partecipanti strapparsi di mano, con morbosa attrazione, gli oggetti andati all’asta. I suoi amanti fecero a gara assicurarsi un cimelio delle sue cose e per adornare di camelie la sua tomba, attualmente ancora adornata di fiori nel cimitero di Montmartre (fonte: Wikipedia).

Il signore delle camelie (2) – Fine
Per la puntata precedente, leggi qui

 

1 Comment

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  1. Biagio Vitiello

    20 Gennaio 2023 at 11:51

    È superfluo dire che le camelie mi piacciono molto; di più: esercitano su di me un fascino particolare. Ho più volte provato a piantarle in piena terra nel mio giardino, ma senza successo, forse perché il mio terreno non è loro gradito, essendo prevalentemente sabbioso. Per cui mi accontento di tenerle in vaso, con ottimi risultati.
    La mia passione per le camelie risale agli anni ’80, quando ero studente di medicina a Napoli. Abitavo in un meraviglioso eremo dei Camaldoli (fondato dai Camaldolesi di monte Corona: Coronesi eremiti).
    Nell’eremo c’era un grande e vecchissimo esemplare di Camelia ubicato nel piccolo giardino della cella del priore (originario di Bagni di Romagna: don Albertino, professore di lettere a Napoli), appassionato anche di rose, per cui aveva nel viale tra le celle un viale pieno di rose varie e lavanda. Il monaco aveva moltiplicato tale camelia e mi aveva raccontato che essa fu regalata secoli addietro da un principe andato in visita all’eremo; forse lo stesso dell’iscrizione che stava sul camino di una sala. Ricordo anche, di quel bellissimo periodo all’eremo, due esemplari ciclopici di cedro del Libano, ubicati vicino la foresteria.

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