“Quanto piace al mondo è breve sogno”. Il racconto di Cola di Rienzo (2)

di Fabio Lambertucci

.
[per la prima parte (capp. I, II e III), leggi qui]

Cap. IV – “Se Roma muore dove starò io?”

Cola mi ospitò nella sua casa nel rione Regola, vicino ai mulini del Tevere. Conobbi la giovane e bella moglie, figlia del notaio Francesco Mancini, il cognato Conte di Cecco Mancini, il figlio dodicenne Lorenzo e il più fidato collaboratore, il notaio Stefanello Magnacuccia. A tavola mi raccontarono dell’assemblea in Campidoglio dove Cola, con in mano le prove, aveva accusato i senatori di malversazione e ruberie e li aveva ammoniti a compiere il loro dovere di amministratori onesti e oculati e di Andreozzo dei Normanni, parente dei Colonna, che gli aveva mollato uno schiaffone e del segretario Tommaso Fortifiocca che gli aveva indirizzato un gesto sconcio.
Cola rise. – Bene, così hanno fatto il mio gioco. Da allora, mercanti, banchieri, tavernieri e cavallerotti (1) mi esprimono il loro scontento e mi incoraggiano all’azione!
Magnacuccia mi descrisse i tre diversi manifesti che Cola aveva fatto dipingere ed esporre, il primo nella piazza del Mercato ai piedi del Campidoglio: c’era al centro in un mare in tempesta una nave semi affondata – come quella che mi aveva condotto a Roma, pensai -, sulla nave una donna in abito vedovile, disperata e piangente, in atto di preghiera. Attorno a quella, quattro navi affondate, in ognuna una donna a rappresentare Babilonia, Cartagine, Troia e Gerusalemme. Sotto una scritta: – Queste città per l’ingiustizia pericolarono e vennero meno”.
Un altro cartello prediceva la prossima rovina di Roma. Poi varie isole: su una sedeva vergognosa l’Italia, sorella di Roma nel dominio del mondo, su un’altra le quattro virtù cardinali (2), su una terza la Fede Cristiana inginocchiata stendeva le mani al cielo e recitava: – O summo patre, duca e signor mio/ Se Roma pere (muore) dove starraio io?
Poi c’era una serie di orribili animali: leoni, lupi e orsi – pensai ai baroni romani -, cani, porci e caprioli – i consiglieri asserviti ai nobili, mi spiegarono -, pecoroni, dragoni e volpi – ladri, assassini, adulteri e rapinatori – e infine lepri, gatti, capre e scimmie che erano “i falsi ufficiali, giudici e notai” disse, ridendo, Cola. Tutte queste bestie soffiavano per tenere il mare agitato. Nella parte posteriore, in cielo, c’era tra san Pietro e san Paolo la Divina Maestà minacciosa, con due spade nella bocca, pronta a ristabilire la giustizia (3).
“Questo è quello che vogliono che facciamo!” esultò Cola, battendo la mano sulla tavola “e noi lo faremo!” concluse.

Note al cap. IV

1) – I cavallerotti erano i ricchi borghesi che nella milizia cittadina potevano mantenere un cavallo ed erano perciò alle soglie della vera e propria classe nobiliare.

2) – Le quattro virtù cardinali sono: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

3) – Non esistendo riproduzioni d’epoca di queste figurazioni, esse sono state riprodotte in vario modo, in base ai resoconti tramandati.
Brano tratto dallo spettacolo ‘In Fuga dal Senato’ in scena a Roma (Teatro Sistina) il 20 gennaio, a Fermo (Teatro dell’Aquila) il 25 gennaio, il 3 febbraio a Milano (Piccolo Teatro Strehler), il 16 febbraio a Bra, Cn (Palasport).Lo spettacolo è tratto dal libro di Franca Rame In Fuga dal Senato (Chiarelettere, 2013) [da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/15/storia-di-cola-di-rienzo-di-anonimo-romano-xiv-secolo/844585/ ]
Il tribuno così illustrò la pittura:
“Osservate bene, qui è rappresentata una tempesta furente che colpisce la città piena di monumenti. Uomini e donne travolti dalle onde dell’alluvione. Il grande fiume straripato, travolge simboli, personaggi, animali feroci e della mitologia.
Questa che vedete davanti a voi, l’avrete già capito, è Roma che travolta dalla tempesta rischia di essere distrutta; come già distrutte intorno potete leggere i simboli di città antiche ormai completamente scomparse: qui si fa allusione a Babilonia bruciata da un dio furente, più avanti una donna annegata rappresenta Cartagine, l’altro simbolo è Troia e poi Gerusalemme. Noi stiamo rischiando a nostra volta di essere cancellati dalla storia del mondo! Anche qui, avrete già capito, con questi animali – leoni tigri iene – si allude alle grandi casate dei nostri nobili. Baroni principi duchi, arcivescovi e cardinali…quelle belve feroci ci impongono di vivere in soggezione, piegati in ginocchio, vuoti di conoscenza, privi di che campare!
E giù, nella parte bassa del dipinto, vedete una famiglia composta da una madre, un padre, figlie femmine e maschi, contornata da bimbi e vecchi disperati, in balìa di ogni calamità. Questa famiglia prona su se stessa è l’Italia.

***

Cap. V – “So che molta gente mi ha sulla bocca…”

Basilica di San Giovanni in Laterano, 28 aprile 1347.
Tutti i maggiorenti di Roma erano stati invitati. La tavola di bronzo era stata affissa accanto a un quadro che rappresentava il Senato in atto di fare a Vespasiano la solenne concessio. Un podio di legno era stato eretto per l’oratore Cola. Erano presenti molti saggi, giudici e decretalisti e persino il più potente degli aristocratici: Stefano Colonna il Vecchio (1).
Cola apparve vestito come lo avevo visto nel Foro con in più tre corone d’oro che circondavano il cappelletto bianco. Cola iniziò descrivendo le condizioni disastrose di Roma, bella donna priva degli occhi, il papa e l’imperatore, che l’avevano abbandonata per l’ingiustizia dei suoi cittadini. Mise in risalto poi la magnificenza del popolo romano antico il cui Senato poteva accordare il massimo dei poteri terreni, l’imperium. A questo punto fece leggere da un cancelliere il testo: Vespasiano poteva legiferare e stipulare trattati, accrescere il territorio italiano, nominare e deporre re e duchi, abolire le imposte, distruggere e ricostruire città e persino deviare il corso dei fiumi.
Risi tra me e me. Cola mi aveva svelato che solo la prima facoltà era stata concessa, le altre erano sue invenzioni. Bisognava perciò tenere a distanza i cosiddetti saggi, che forse però non erano così esperti nella difficile arte di interpretare le antiche lapidi!
Parlò del prossimo Giubileo e disse che se disordine, violenza e insicurezza fossero continuati, i campi sarebbero restati deserti e la carestia sarebbe stata tale che i pellegrini si sarebbero portati via anche le pietre “per la rabbia della fame”.
Congedò i presenti, che forse non avevano compreso pienamente il valore eversivo che Cola di Rienzo attribuiva a quella legge, con una esortazione alla pace degli animi ma, per la prima volta, lo vidi mostrarsi uomo d’azione e capo partito, quando disse: “So che molta gente mi ha sulla bocca per questo che dico e faccio!”.
“Messer Enea, dovrà venire con me!” mi esortò.

Nota al cap. V

1) – Stefano Colonna il Vecchio (1265-ca 1348/49), capo riconosciuto dei baroni e dell’esercito romano, aveva combattuto contro papa Bonifacio VIII Caetani, a fianco dell’imperatore Enrico VII e dominato la Romagna.

***

Cap. VI – La congiura del “buono stato”

Cripta della chiesa di Sant’Alessio sull’Aventino, notte del 18 maggio 1347.
Alla luce rossastra delle torce, nella seduta che correva lungo il perimetro della cripta, convocati da Cola in gran segreto, stavano i capi delle Corporazioni delle Arti, i più influenti mercanti e prestatori di denaro, i più autorevoli cavallerotti e anche il chierico Iacopo Bartolomeo di Valmontone (1). Cola era dietro l’altare, sotto cui vi era la colonna del martirio di San Sebastiano, e dietro a lui una minuscola abside con dipinta una Madonna con Gesù Bambino e due santi.
Espose di nuovo l’orribile stato della città paragonandolo con la sicura e fiera esistenza dei romani di un tempo: “Perdute sono queste cose” disse e, per la prima volta, lo vidi piangere e i presenti scoppiarono a piangere con lui! Poi discusse del lato finanziario dell’impresa: il suo nuovo regime non avrebbe avuto di che preoccuparsi perché tra focatico (2), imposta sul sale, diritti portuali, pedaggi, e i contributi degli altri centri del “Distretto romano” (3) si poteva contare su almeno trecentomila fiorini. Rassicurò che il vicario papale, il vescovo Raimondo d’Orvieto, era al corrente di tutto e quindi anche il papa che da poco aveva inviato al Comune 4.000 fiorini.
Dimenticate le lacrime, i presenti acclamarono Cola e sottoscrissero un documento deliberando di “intendere al buono stato”, che voleva dire rovesciare il regime aristocratico. Cola annunciò: “Stefano Colonna il Vecchio, al comando dell’esercito, si trova ora a Corneto (4) a fare incetta di grano. Messeri, è giunta l’ora!”.

Note al cap. VI

1) – Secondo il noto filologo Giuseppe Billanovich è lui l’autore della Cronica (1357) che racconta, tra l’altro, la storia di Cola di Rienzo.

2) – Il focatico era l’imposta annua sulla famiglia: 4 soldi e 4 denari.

3) – Il “Distretto romano” si estendeva, secondo Cola di Rienzo, a nord di Roma dal ponte del fiume Paglia, affluente del Tevere, a sud, fino al ponte di Ceprano (oggi provincia di Frosinone).

4) – Corneto è l’attuale Tarquinia (VT).

Immagine di copertina. Dipinto di Dario Querci raffigurante Cola di Rienzo che arringa la folla (1871) – Roma, Museo di Roma, Archivio Fotografico Comunale.

La statua a Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano morto nel 1354, si trova nell’area a verde sul fianco sinistro della Cordonata del Campidoglio. Autori: Statua: Girolamo Masini (1840-1885); Basamento: Francesco Azzurri (1827-1901)

[“Quanto piace al mondo è breve sogno”. Il racconto di Cola di Rienzo (2) – Continua]

Clicca per commentare

È necessario effettuare il Login per commentare: Login

Leave a Reply

To Top