Racconti

Per Ferragosto un dono speciale da Melania Mazzucco

proposto da Sandro Russo

 

In questi giorni (settimane-mesi) sto leggendo (con colpevole ritardo) un gran romanzo di Melania Mazzucco, Vita (2003). Mi sta piacendo molto, ma vengo continuamente interrotto da altre urgenze e non riesco ad andare avanti spedito come vorrei (sono anche 462 pagine!). Che c’entra con Ferragosto? È che ho trovato per caso, tra i racconti che avevo messo da parte in altri tempi, questa perla (solo tre pagine di Word), e mi ero ripromesso di farlo conoscere ai lettori di Ponzaracconta alla prima occasione.
S. R.

Il dono
di Melania Mazzucco

Il giorno di Ferragosto a messa vennero solo quattro anziane del quartiere, che non potevano andare in vacanza
Fuori il sole arroventava l’asfalto e le lamiere delle macchine che erano accatastate nel piazzale
Mentre Padre Angelo leggeva il Vangelo si rese conto con stupore che riusciva a sentire il canto delle cicale sul pino. Distinse quello che sembrava il miagolio di un gattino sperso e perfino il richiamo dei pappagalli dal casale diroccato

Il giorno di Ferragosto, a messa vennero solo quattro anziane del quartiere, che non potevano permettersi di andare in vacanza. Fuori, il sole arroventava l’asfalto e le lamiere delle macchine accatastate nel piazzale. Mentre Padre Angelo leggeva il Vangelo, si reso conto – con stupore – che riusciva a sentire il canto delle cicale annidate sul pino. Distinse quello che sembrava il miagolio di un gattino sperso e perfino il richiamo dei pappagalli.
Abitavano nel casale diroccato accanto alla chiesa, ma durante l’anno non poteva sentire i loro versi, perché la loro musica d’amore e di scherno era perennemente sopraffatta dal traffico che scorreva sulla Trionfale. Da quasi vent’anni, Padre Angelo era parroco di questa chiesa di periferia – una sgraziata costruzione di cemento armato, con un campanile simile a una matita che qualcuno abbia dimenticato di temperare. La chiesa era spoglia – a parte un crocifisso di bronzo, una Madonna con bambino di ceramica, due vetrate dipinte che rappresentavano un agnello e una colomba e i banchi di legno col sedile ribaltabile, che un tempo erano stati la platea di un cinema. D’estate, la chiesa era una bolla di luce.
Dopo la messa, le quattro donne seguirono Padre Angelo nello stanzino della sagrestia. Gli chiesero della lotteria. La lotteria avrebbe costituito il momento culminante della festa di quartiere che celebrava la fine dell’estate. Non avevano ancora deciso cosa mettere in palio per il primo premio. «C’è Kamel», lo avvisò a un tratto la donna più anziana. Padre Angelo lo vide, sotto il pilone del canestro, nel campo sportivo, e – involontariamente – gli sorrise. Le donne si congedarono in fretta.
Kamel aveva vent’anni. Era un clandestino nordafricano – e forse non si chiamava nemmeno Kamel. Padre Angelo lo aiutava da quando lo aveva sorpreso – intirizzito e affamato – mentre scassinava la cassetta delle elemosine, due anni prima. Lo aveva nutrito, gli aveva cercato un lavoro. Lo aveva perfino alloggiato in casa sua, anche se alla fine era stato costretto a mandarlo via.
Kamel era venuto a chiedere soldi. Padre Angelo rispose che non gliene avrebbe dati più. Il ragazzo non si mosse. Padre Angelo gli voltò le spalle e si sfilò la tonaca. Vide le donne avviarsi, sotto il sole ormai alto, verso la fermata dell’autobus. Sentì una macchina sgommare nella direzione opposta – giù per la collina. Il gattino sperso piangeva ancora – ma più flebilmente – e a un tratto, all’improvviso, smise. Non si voltò, perché sapeva che il ragazzo era ancora lì, e che lui non doveva guardarlo. «Vattene», disse «Tu vuoi che resto», disse Kamel. Padre Angelo appese la tonaca all’attaccapanni.
Rimase in jeans e maglietta. Pensò che se il ragazzo gli avesse piantato un coltello nella schiena, nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Di quella morte ridicola ebbe un improvviso desiderio. Ma quando si voltò, Kamel era scomparso. Padre Angelo, agitato, indugiò nella chiesa più del solito e solo quando gli sembrò di essere tornato padrone di sé sbarrò il portone.
Era già tornato in sagrestia e stava chiudendo anche la porta che la metteva in comunicazione con la chiesa quando sentì di nuovo – distintamente – il miagolio. Il quartiere, ai bordi della città, costruito su un dirupo, era infestato di animali randagi. Cani vecchi che nessuno voleva più. Gatti inselvatichiti, criceti smarriti.
Padre Angelo sbuffò. Era stanco, e depresso. Aveva compiuto quarantacinque anni. Era diventato miope e i suoi folti capelli neri cominciavano a diradarsi. L’anno scorso, aveva chiesto di lasciare la parrocchia per essere mandato in missione. In Africa, in Brasile, ovunque nel mondo ci fosse bisogno davvero di lui. I superiori gli avevano risposto che era questo quartiere, la sua missione. Questa piccola parrocchia la sua Africa. E lui era rimasto. Ma qualcosa si era incrinato.
La sera, gli capitava di restare seduto nel buio, davanti alla televisione accesa, con la sigaretta tra le dita e la bottiglia di vino sul tavolo. Il respiro di Kamel, nella branda all’ingresso, gli ricordava la risacca su una spiaggia. Quando andava a letto, la stanza oscillava, come se fosse salito su una nave.
«Dove sei?» disse al gatto, inoltrandosi per la navata piena di sole. «Non puoi stare qui». Il miagolio, appena percepibile, non gli permetteva di individuarlo. Padre Angelo si chinò fra i banchi, smosse qualche sedile – nulla. Quello gnaulìo – sempre più fievole – sembrava provenire dall’ingresso. C’era un organo, nell’angolo, a sinistra del portone.
Padre Angelo sapeva suonarlo, una volta amava la musica. Una volta amava il suo prossimo, la vita, Dio. Ma da anni lasciava la tastiera a uno studente del conservatorio. Non c’era più musica, per lui. Sfiorò con le dita il coperchio. E proprio sotto lo sgabello dell’organo vide la busta. Si muoveva, pulsava: ma dentro non c’era un gatto.
La prima cosa che vide fu la testa. Tonda, coperta da una lanugine chiara, impalpabile. Poi la bocca. Spalancata, per emettere un lancinante richiamo di aiuto. Si affrettò a estrarre la creatura dalla busta. Era bagnata di sudore, e rovente. Indossava una maglietta rossa, e un pannolino fradicio. Sull’ombelico, aveva ancora un cerotto. Frignava a intermittenza, allo stremo delle forze. Per calmarlo, padre Angelo lo prese in braccio. Il neonato sapeva di sapone e di latte. Sotto la maglietta, il cuore gli martellava impazzito. «Sei fortunato», disse, «se il ragazzo non fosse venuto, io non ti avrei trovato. Ma ormai sei salvo».
«Adesso chiamo il 118», gli disse, «sta´ tranquillo, avrai una vita lunga, e forse non saprai mai cosa ti è successo». Il neonato gli spalancò in viso due occhi enormi – azzurri e opachi come un vetro. Con la minuscola mano gli afferrò il mignolo. C’era qualcosa di talmente disperato in quella stretta che Padre Angelo cominciò a tremare. Dovette sedersi. Sapeva come maneggiare un neonato. Ne aveva battezzati centinaia. Li aveva visti crescere, li aveva cresimati e sposati, e presto avrebbe battezzato i loro figli. Nessuno, però, avrebbe voluto che fosse suo. Questa creatura senza nome, senza nessuno – questa piccola cosa rifiutata, invece, gli sembrava di conoscerla da sempre.
Poggiò delicatamente la testa del neonato contro la spalla.
«Chi sei?» sussurrò, sfiorandogli l’orecchio con le labbra, «da dove vieni? Perché hai scelto me?». La sua voce produsse un effetto ipnotico sul neonato, che smise di piangere. Si dibatteva, però, infastidito, e padre Angelo capì che voleva essere cambiato. Chissà da quante ore nessuno lo faceva. Aveva aperto la chiesa la mattina presto, chissà quando lo avevano lasciato lì. Nessuno lo aveva notato. Forse dormiva.
Lentamente, col bimbo contro il petto, si inoltrò lungo la navata. le sue scarpe da ginnastica stridevano sul pavimento. Lo adagiò sulla bianca tovaglia dell’altare. Gli slacciò il pannolino, dal quale provenne un odore di sterco che gli ricordò la sua infanzia. Era un maschio. Doveva avere pochi giorni. Padre Angelo si tolse la maglietta, andò a bagnarla nell’acquasantiera e poi, con delicatezza, lo pulì. Gli lavò il sesso, le natiche impiastricciate, la schiena sudata, e il viso coperto da una patina di lacrime e polvere. Il neonato scalciava debolmente, ma il suo gemito sembrava, adesso, un risolino di gratitudine. «Io ti insegnerei a ridere, sai?» gli disse. «Tu saresti felice, io avrei cura di te, se tu fossi mio, nessuno potrebbe mai farti del male». Eh, eh, rispose il neonato. «Adesso chiamo il 118», gli ripeté Padre Angelo. Sentì il peso del cellulare, nella tasca posteriore dei jeans. Là fuori, i pappagalli verdi vennero a curiosare alle vetrate. In strada, non passava nessuno. Erano soli, loro due. Il neonato ricominciò a piangere. Aveva fame, e Padre Angelo non aveva niente per lui. Non era suo padre, né sua madre, né lo sarebbe stato mai. Lo prese di nuovo in braccio, lo cullò, gli canticchiò una canzoncina – ma inutilmente. Quel vagito debole, inerme, gli spezzava il cuore.
Così, dopo tanti anni, tornò a sedersi sullo sgabello dell’organo. Poggiò i piedi sui pedali, sollevò il coperchio e fece correre sulla tastiera le dita della mano libera dal peso del bimbo. La musica era ancora lì, dentro di lui, dov’era sempre stata. Lacrime di felicità gli annebbiarono gli occhi. Ma non avrebbe saputo dire se piangeva per il bimbo, per se stesso, o per entrambi. Se suonava, il neonato non piangeva, ma appena le sue dita si fermavano, il pianto ricominciava, inconsolabile. La musica li teneva insieme – come una sola cosa. Così, nel silenzio di Ferragosto, la voce dell’organo si levò sul quartiere deserto. A un tratto, siccome aveva fame, il neonato gli cercò il capezzolo con la bocca. Padre Angelo sentì la saliva che colava sulla sua pelle nuda. «Quando si addormenta, li chiamerò», disse, chissà a chi, «ma adesso lascia che sia io a fargli scoprire com’è sentirsi amato».

[Di Melania Mazzucco – Da la Repubblica del 23.07.2006]

 

Appendice del 15 agosto (sera) (cfr. Commento di Sandro Russo)

Eleanor Rigby è una canzone dei Beatles: è la seconda traccia dell’album Revolver, pubblicato dai Beatles il 5 agosto del 1966.

.

.


Testi inglese e italiano di Eleanor Rigby (1966)

2 Comments

2 Comments

  1. Sandro Russo

    15 Agosto 2022 at 20:42

    Magica Melania Mazzucco con questo raccontino su un mondo suburbano di gente sola.
    Mi ha ricordato il mondo di Eleanor Rigby dei Beatles con father McKenzie, il prete ancora più solo e disperato del padre Angelo del racconto che almeno riceve un dono di risveglio e di speranza da una anomala natività.

    Sono andato a risentirmi la canzone dei Beatles (tutta opera di Paul Mc Cartney, in realtà), e ho recuperato il testo completo (con traduzione) e un gradevole video.

    Tutto nell’articolo di base

  2. Pino Moroni

    16 Agosto 2022 at 11:16

    Grazie del dono speciale di Ferragosto. Sensibile, poetico scritto di Melania Mazzucco.

È necessario effettuare il Login per commentare: Login

Leave a Reply

To Top