Storia

Domenica sera mi sono perso Fazio…

proposto da Tano Pirrone

Domenica sera mi sono perso Fazio (CTCF, Che tempo che fa), alla cui corte da qualche tempo mi asseggo; come spesso accade era ospite pensante della trasmissione Michele Serra, il cui compito è quello di fornirci con maestria un’Amaca parlata, lentamente, e appassionatamente partecipata. Michele ha parlato della guerra in Ucraina, col tono pacato e deciso di sempre. Ci ha raccontato cos’è stata per lui, baby-boomer nato nel 1954, la guerra e cosa era stata per il padre, ragazzo di 22 anni partito per la guerra nel 1942. Quando ho letto il testo mi sono rattristato perché gli stessi pensieri mi stanno abitando da qualche tempo, da prima che Putin, lasciato sciolto, facesse proprio quello che non va mai fatto, anche quando ci sono parvenze di ragione a proprio vantaggio.

Mio padre era del 1907 e s’era fatto la spagnola a cavallo in giro per il paese, coi morti che sfollavano a centinaia dalle case buie dei contadini. Poi all’urlo della guerra, servizio militare come ufficiale nel Genio. Mentre il padre di Michele partiva, il mio si sposava, il 21 luglio, del 1942, appunto quello che doveva essere l’anno del trionfo fascista con l’Esposizione Universale di Roma, l’Eur.
Lui e mia madre ebbero la fortuna di venire una settimana a Roma, in viaggio di nozze; mia madre mi ha raccontato dove abitarono e le lunghe passeggiate che facevano. Poi tornarono nelle terre del Sud. Mio padre a fare l’ufficiale e mia madre a crescere me nel pancione. Sarei nato, infatti, war-baby evitando di un soffio le orde naziste in ritirata, l’anagrafica di figlio della lupa. Non potei evitare, però, che mio padre fosse preso prigioniero, detenuto nel campo di prigionia di Siracusa ma scampato alla deportazione nei campi di prigionia inglesi in India. Tutto ciò che so di quel tempo me lo hanno raccontato genitori e nonne; ma ho anche tante lettere fra i vari membri della famiglia che userò per scrivere più a lungo dei miei cari e di quel periodo. La guerra è stata lontana fino a trent’anni fa quando accese i Balcani, ma le giornaliste di Rai3 l’hanno scordato o nessuno glielo ha mai detto. È declinato il ricordo di quella guerra e il ricordo delle responsabilità. Ora è tornata, ma è ora che lasci la parola a Fratello Michele, che amiamo per il comune sentire e per i toni, risoluti, ma sempre con tono di voce qualche ottava più bassa dell’usuale. Grazie Fratello Michele.

Qui da YouTube, la registrazione dell’intervento di Serra; sotto il testo trascritto

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(…) …Mio padre nel 1942, all’età di 22 anni, è partito per fare la guerra in Africa. Lì è stato fatto prigioniero dagli inglesi ed è tornato a casa solo nel 1946.

Io sono un baby-boomer. Sono del ‘54. Sono stato, insieme a milioni di europei, un ragazzo fortunato. Non ho dovuto fare guerre. Non ho mai patito il freddo e la fame. Non so che cosa siano i geloni sulle mani, i crampi dello stomaco vuoto. Non so cosa sia la paura dei bombardamenti. Non ho mai avuto paura di essere ucciso. Non ho mai dovuto sparare, se non al Luna Park.

Mi chiedo se abbiamo usato bene la nostra fortuna, noi baby boomer. Abbiamo creduto che bastasse goderci la pace per far sparire la guerra. Il classico pensiero magico.

La guerra non è mai finita. Dal ‘45 a oggi le guerre nel mondo, tra grandi e piccole, sono state quasi trecento. I morti decine di milioni, probabilmente il conto totale supera quello della Seconda Guerra mondiale, che fece sessanta milioni di morti. E’ enormemente aumentata la percentuale delle vittime civili.

Le principali guerre in corso sono in Yemen, Etiopia, Siria, Sudan, Mianmar, Libia, Iraq, e naturalmente Ucraina. I conflitti cosiddetti minori, dove comunque si spara e si muore, sono decine.

Si è sentito dire, in questi giorni, “incredibile, la guerra torna nel cuore dell’Europa”. Ma ci era già tornata, trent’anni fa, nella ex Jugoslavia, di fianco a casa nostra. E’ stata una guerra feroce, tribale. Più di centomila morti. L’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni. A Srebrenica ottomila civili, bosniaci musulmani, musulmani d’Europa, sono stati rastrellati e sterminati dai serbo-bosniaci del generale Mladic. Ottomila maschi, adulti e bambini. Dai 12 ai 77 anni. C’è un sacrario, a Srebrenica. Con ottomila nomi.

Per fortuna c’è chi la guerra non l’ha mai dimenticata. Non perché la fa, ma perché ci lavora in mezzo. I soccorritori, i medici, i volontari, i funzionari che si occupano dei profughi, dei feriti, degli orfani. Il paradosso è che li abbiamo sempre considerati dei sognatori, degli utopisti, sbagliando di grosso. Il loro è realismo.
Loro sono quelli che affondano le mani nella realtà. Che ci stanno dentro fino al collo. La vera utopia, semmai, è stata la nostra lunga illusione di pace.

Quell’illusione è finita. Ci tocca vivere come se la guerra non fosse una cosa lontana nello spazio e nel tempo, una cosa che, qui in Europa, ha riguardato solamente i nostri padri. La guerra riguarda i nostri figli. Sono i ragazzi, quelli che partono per la guerra.

Mio padre non era mio padre, nel 1942. Era un ragazzo. Mio padre, nel 1942, era un figlio. Era mio figlio.

1 Comment

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  1. vincenzo

    8 Marzo 2022 at 08:50

    Bello il discorso di Serra.
    Mio padre anche lui ha fatto la guerra. Anche lui partito in un sommergibile è stato fatto prigioniero dagli inglesi. Si è fatto 6 anni di prigionia in India è tornato nel 1946 proprio come il padre di Serra. Non ha voluto raccontare niente se non pochi particolari della sua prigionia: i pidocchi e il petrolio per ucciderli, le baracche roventi d’estate e frigoriferi d’inverno.

    Alla fine rimane una bella impressione nell’ascoltare queste parole. La guerra è male, fa male ma io aggiungo: non a tutti.

    Perché intellettuali come Serra non spiegano ai giovani perché si fanno le guerre? Oggi non ci sono più ideologie, i nazionalismi fanno parte della memoria storica eppure ci sono le guerre.
    Chi muove i fili del mondo, da sempre?

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