Musica

Una canzone per la domenica (185). ELP a Baglio Campisi

di Tano Pirrone

Fra i metaforici rampini [1] a forte presa e di gran tenuta, che tengo in quantità sparsi fra casa e soffitta, il long playing (il vinile, come si dice ora per sottolinearne la fascinosa aura vintage), che ha un posto particolare nella mia graduatoria è quello oggetto della mia attenzione oggi: Tarkus di Emerson [2] Lake [3] e Palmer [4] (ELP o, confidenzialmente, Elp).


Con loro siamo proprio agli albori dei ’70: primi contatti fra Emerson e Lake a metà del ’69, poi, imbarcato Palmer, l’esordio all’isola di Wight nella sua edizione più famosa, quella che si svolse dal 26 al 30 agosto del 1970, preceduta da un concerto “di prova” tenuto in un teatro di provincia […c’era anche Sandro: leggi qui: Altre isole. La ‘mia’ isola di Wight (1); La mia isola di Wight (2) il 1970 Rock Festival; Ripensando alla ‘mia’ isola di Wight, molti anni dopo (3)].


In quegli anni si naviga a vista nel progressive rock [5] e l’appena varato battello britannico incrocia le sue rotte con vere e proprie navi da guerra, spesso col Jolly Roger [6] al vento: Pink Floyd, Genesis, Yes, King Crimson, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Camel e Jethro Tull.
Il 20 novembre viene pubblicato il loro primo album intitolato semplicemente, con gran perspicacia commerciale, Emerson Lake & Palmer.
Nel gennaio del ’71, a distanza di appena due mesi, preceduto da tensioni a causa di divergenze musicali fra Emerson e Lake, vede la luce l’album di cui oggi parliamo.

Tarkus di Emerson, Lake e Palmer (1971)
Sarà stata la metà degli anni settanta, dopo la morte di Pasolini, non ricordo con precisione. In quel periodo abitavo nel sobborgo palermitano di Partanna-Mondello, in un indimenticabile bell’appartamento in affitto di recente costruzione, al Baglio [7] Campisi. C’era un salone grande, di almeno trenta metri quadrati. Sul lato corto, di fronte al balcone, avevo piazzato la televisione e l’impianto stereo, che avevo comprato dopo averci pensato e ripensato, letto e riletto le riviste di settore (che conservo ancora in soffitta), sentito i consigli di alcuni amici competenti in materia, soprattutto di Bruno, che di hi-fi era grande esperto. Comprai amplificatore e piatto usati, in condizioni e a condizioni straordinariamente buone; solo le casse comprai nuove: due Celestion Ditton 25 da 60W adatte per la musica classica e per il jazz, i generi che ascoltavo di più. L’amplificatore è un Accuphase Integrated E – 202, a cui è collegato un piatto Mitsubishi DP-EC2, che monta una testina Stanton 500 Mk II. Sono tutti pezzi che hanno almeno 50 anni, ma che rendono al meglio tutto quello che trovano nel vinile senza nulla trattenere per loro.
Li faccio girare, ogni tanto, quando sono solo a casa. Come le macchine sportive o “truccate”, gioia e dolori dei nostri anni ’60, un impianto stereo non si può sempre usare in modo “politicamente corretto”: l’impianto ogni tanto va portato all’acme, stirato, prima accarezzato come un vecchio gatto e poi manetta e via… via con la musica.

In quegli anni, per alcuni inverni di fila, ascoltavamo musica insieme, come ora, si fa con la tv o con un film; in inverno, la domenica pomeriggio, un gruppo di amici legatissimi, appassionati di musica classica, ci riunivamo per ascoltare pezzi a confronto: suonati da esecutori diversi, ascoltavamo ed ognuno diceva la sua. Luciano era il più bravo, conosceva la musica, e ci guidava nella conoscenza degli autori dei brani e delle esecuzioni. Poi Luciano ci lasciò, mise termine alla sua vita, che doveva essere silenziosamente pesante e insopportabile. Lo ricordiamo ancora, educato, mai fuori le righe.

Scusate la nota triste, ma aperti i rubinetti vien su di tutto; la sacca dei ricordi non funziona come Amazon: scegli un ricordo, click, ed eccoti servito. Sale su di tutto, spesso quello che a fatica hai tritato, buttato giù, nascosto – per paura, per debolezza, per convenienza, per distrazione -, risale di tutto e con quel tutto onestà vuole che ci si facciano i conti; emergono, i ricordi, e guadagnano l’uscita, distruttivi come palle incatenate, legati per far più male dando dolore, rimpianto, rimorso, gioia, nostalgia… sfilata di quarti di vita attaccati al chiodo uncinato nell’enorme sala frigorifero che chiamiamo memoria.

Ne sto scrivendo perché cenando con gli amici, dopo un pomeriggio di cinema (a casa, per uno dei soliti Martedì di Cinebrescia25) ho raccontato di quella volta che, nella casa di Baglio Campisi, dichiarai guerra al taurino parroco della chiesa di Santa Maria degli Angeli, attaccata alla casa come un’inseparabile sorella siamese.


Parroco taurino senza nome: uomo grosso, grande e grosso, di gran temperamento, che svolgeva il suo uffizio in un quartiere difficile della difficile Palermo, in cui – nel quartiere – molte case avevano a fianco all’entrata un tabernacolo con la lucetta perenne; si diceva che per ogni tabernacolo c’era stato un morto o c’era qualcuno in carcere, di quello serio, il carcere, intendo.
Un giorno -primavera? autunno? – non so essere più preciso dopo tanto tempo, di pomeriggio cominciò un suono senza fine di campane, sempre uguale, prepotente, prova di forza per dare a tutti il segno della presenza della chiesa nel quartiere ad alto tasso mafioso, della presenza di un prete taurino che non aveva paura… ma io abitavo attaccato alla chiesa (la foto è chiarissima) e le campane fuori di senno quasi a piombo sulla casa.
Potevo scapparmene, andare via, a Mondello, o al cinema, o a trovare un amico, ma, spirito ribelle, scelsi la lotta, dura senza paura: trascinai le mie casse Celestion fin sul balcone, avvicinai il piccolo rack in modo che le casse fossero a portata di cavi e misi sul piatto l’Lp che avevo scelto come arma di difesa.
Impostai l’amplificatore al massimo del volume (distorceva un po’, ma io ero già storto di mio e il risultato fu così di un dritto imprevedibile), portai il braccio sul brano che avevo scelto, e diedi fuoco alle polveri: le note cominciarono ad essere sparate a velocità folle andando a rimbalzare nelle pareti esterne delle case che davano sul baglio e arricciandosi a fungo verso il cielo azzurrissimo di Palermo. Cominciarono ad affacciarsi tutti, gli abitanti del baglio, ed io cercavo di spiegar loro che se il pretone continuava a suonare le sue campane io avrei continuato a suonare l’apocalittico Tarkus.
Avete presente la copertina dell’album? Più di metà è occupato da un carro armato con un cannonazzo che mira dritto agli occhi di chi guarda; la parte alta del blindato è costituita da un incazzatissimo armadillo con gli occhi rossi per la rabbia e due narici grosse come un cannone da 125 mm. Sembra strafatto. Non sono i cannoni che mettono più paura, ma l’apparente catatonia dell’armadillo. Sulla sinistra, all’altezza delle narici-bocche da fuoco, sulla sabbia color ocra gli ossi scarnificati di grossi animali, sbiancati dal sole, e più prossime numerose zanne, deposte su una striscia di sabbia più scura, compongono il nome dell’album: TARKUS.

La guerra lampo fu dunque combattuta con le note di cui ognuno disponeva, artisticamente ordinate su pentagrammi da guerra, traslucidi del loro metallo invincibile; furono i decibel a decidere, la potenza di fuoco, il coraggio di osare. Smise per primo il prete minotauro, almeno così ricordo.
Spensi e tornai nei miei territori per seppellire la mia ascia di guerra, il tomahawk che tengo sepolto ma legato a un fil di ferro che esce per pochi centimetri dalla terra, permettendomi di trovarlo se e quando mi serve… sì, all’uso sardo, certo, un tomahawk sardo, un filu ‘e ferru apache…

Perché scelsi quel disco e quel brano ripetuto fino alla nausea (non mia!)?
Devo essermelo chiesto in passato, non ricordo, ma ora torno a chiedermelo e cerco di capire: lo avevo sentito spesso e mi piaceva molto lo stile del trio, questo progressive rock che in molte sfumature diverse ci ha dato capolavori musicali figli d’incontri amorosi stellari fra il rock delle matrici blues, statunitensi e la musica colta europea. I primi tre albi del trio britannico affascinarono immediatamente e divennero colonna sonora di quegli anni, offrendo un’ampia e assortita gamma d’invenzioni musicali, d’inaspettata capacità strumentale, progettuale e compositiva. Non c’era giorno che non si ascoltasse musica al volume necessario al pezzo perché potesse esprimersi pienamente. Non ci volle molto per decidere che disco mettere e quali pezzi ripetere fino alla resa finale.
Scelsi Tarkus per la forza eruttiva della sua magica sonorità, per la forza delle percussioni e le sequenze coordinate e dialoganti dell’organo Hammond e delle chitarre di Lake che aprivano nei nostri cuori immensi laghi ghiacciati o ribollenti d’immagini, di sensazioni nuove tanto attese.

La facciata A del lp Tarkus è interamente occupata dall’omonima suite, suddivisa in sette sezioni (Tarkus. Eruption, Stones of Years, Iconoclast, Mass, Manticore, Battlefield, Aquatarkus). I brani sono stati tutti composti da Keith Emerson, ad eccezione di Battlefield, accreditata a Lake. Anche quest’album, come quello d’esordio, fu prodotto da Greg Lake che è anche autore di tutti i testi.
Qui di seguito, da YouTube, una sequenza da Tarkus che include Stones of years, Mass e Battlefield, eseguita dal vivo dal trio (testi in inglese in calce alla versione YouTube).

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Tarkus è anche il nome del mostro immaginario raffigurato sulla copertina dell’album, disegnata da William Neal: una sorta di gigantesco armadillo con cingoli e cannoni da carro armato, creatura metà animale e metà macchina, la cui storia è narrata per disegni dallo stesso Neal nell’interno copertina. Nato da un uovo schiusosi durante un’eruzione vulcanica, il mostro affronta e distrugge altri mostri mutanti che incontra sulla sua strada: una sorta di locusta armata di missili ed uno pterodattilo con mitragliatrici sulle ali, fino ad imbattersi nella manticora, unico essere classicamente mitologico nonché interamente animale, senza parti meccaniche: un leone con testa d’uomo e coda di scorpione. Questi ha la meglio sul protagonista, che sconfitto si ritira nelle acque [8].


Il nome Tarkus derivò in parte da Tartarus, luogo mitico di profonda oscurità spirituale, svuotato di misericordia, simbolo appropriato per la futilità della guerra efficacemente ritratta nel testo di Stones of Years. Distruzione e morte sono rispecchiate nel termine carcass. Il mostro cingolato è dunque metafora dell’umanità stessa, costantemente cieca e sorda alle conseguenze distruttive della propria condotta (il “non vedere” e il “non sentire” ricorrono nel testo) poiché intenta a combattere una guerra dopo l’altra, lungo il cammino della Storia.

Riscoprirne l’attualità in queste giorni in cui soffiano stupidi e ciechi nuovi venti di guerra è solo fino ad un certo punto una sorpresa o una casualità: le opere d’arte viaggiano nel tempo con oscuri disegni e ancora più oscuri mezzi, e sono frutto dell’Uomo.


Note

[1] – Dalle mie parti il rampino non ha nulla a che vedere col ghiaccio o col mare, ma è semplicemente ed etimologicamente un grosso chiodo con la testa ad uncino, destinato ad appendervi attrezzi di un certo peso. Nella fattispecie di metafora io ci appendo i ricordi: sono, come dire, link che portano subito a oggetti, fatti, persone, concetti che altrimenti sfumerebbero nella nebbia degli anni e di cui dobbiamo tenere vivo e comprensibile il ricordo perché sono parte di noi, sono anche noi, sono noi, e non possono “essere perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

[2] – Keith Emerson (1944 – 2016) comincia a suonare il piano all’età di 4 anni. Prende le prime lezioni a otto anni e a quattordici anni già suona nelle sale da ballo e nelle sale di bingo. Debutta a 19 anni con il cantante britannico di rhythm & blues Gary Farr e i suoi T-Bones. Inizialmente Emerson è influenzato da grandi jazzisti come Fats Walzer, Art Tatum, Wynton Kelly, Oscar Peterson e Jack McDuff; anche grandi compositori classici diventano fondamentali per la sua crescita artistica: Bach, Copland, Rachmaninov e Bartok su tutti. Nel 1965 fonda il gruppo The VIPs, nell’agosto 1967 entra a far parte della band di supporto del cantante soul statunitense P.P. Arnold e nell’ottobre dello stesso anno fonda i Nice. Con questi ultimi per la prima volta le tastiere diventano il punto focale di una rock-band togliendo alla chitarra il suo tradizionale ruolo di protagonista. A Keith Emerson, suicida nel 2016, abbiamo dedicato un tributo che include una versione di Lucky man con lui al theremin; nel finale del pezzo, molto suggestivo: Keith Emerson non c’è voluto stare.

[3] – Greg Lake (1947 – 2016) milita nei Gods e, in seguito, nei King Crimson. Nel 1970 costituisce il gruppo Emerson, Lake & Palmer. Fonda e gestisce l’etichetta Manticore per la quale produce, tra gli altri, due band italiane: la Premiata Forneria Marconi e il Banco del Mutuo Soccorso. Nel 1975 esce il primo singolo a suo nome I Believe in Father Christmas. Quando nel 1980, dopo 40 milioni di dischi venduti, gli Emerson, Lake & Palmer si sciolgono, Lake prosegue la carriera come solista pubblicando gli album Greg Lake e Manoeuvres. Scrive canzoni con Bob Dylan ed è attivissimo fin quando nel 2016 si spegne, dopo una battaglia contro il cancro.

[4] – Carl Palmer (Birmingham, 1950). Figlio d’arte, inizia il suo approccio alla musica suonando il violino, ma quasi subito capisce che il suo strumento è la batteria. A soli 20 anni si esibisce nel concerto dell’isola di Wight; il talento e la bravura da lui posseduti vengono conosciuti in tutto il mondo. Il suo ingresso nel professionismo avviene suonando nel gruppo di Chris Farlowe, per poi passare ai Crazy World di Arthur Brown. Ancora in cerca di una precisa identità, nel 1969 fonda con il tastierista Vincent Crane gli Atomic Rooster il cui primo album ottiene un buon successo. Tanto basta perché l’anno dopo Palmer venga contattato da Keith Emerson per dare vita con Greg Lake a uno dei più importanti gruppi del rock progressivo: Emerson, Lake & Palmer, coi quali raggiunge grande fama, ottenendo nel 1970, 1971, 1972, 1973, 1974, 1977 e 1982 ben sette nomination come miglior percussionista del mondo.

[5] – Il rock progressivo, anche noto come prog o prog rock, è un genere della musica rock, evoluto dal rock psichedelico britannico degli anni sessanta e diffusosi in Germania, Italia e Francia nel corso del decennio e di quello successivo. Similarmente all’art rock, nacque rispondendo all’esigenza di dare alla musica rock maggiore spessore culturale e credibilità. Il nome del genere, considerato da alcuni inadeguato, indica la progressione del rock dalle sue radici blues, di matrice statunitense, a un livello maggiore di complessità e varietà compositiva, melodica, armonica e stilistica. La capacità degli LP permetteva di ospitare in una sola facciata esecuzioni, di ispirazione sinfonica, e dalla complessa orchestrazione.
Il rock progressivo conobbe il suo picco di popolarità nella prima metà degli anni settanta con l’affermazione, anche commerciale, dei gruppi britannici, e furono organizzati gli eventi più popolari di questo ambito. La popolarità del genere andò sempre più scemando con il finire del decennio. È opinione comune che la causa principale della fine degli anni d’oro del rock progressivo fu l’affermarsi del punk rock, anche se in realtà i fattori del declino furono molteplici.

[6] – Il Jolly Roger è la bandiera tradizionale dei pirati americani ed europei, raffigurata oggigiorno come due tibie incrociate sovrastate da un cranio bianco su sfondo nero.

[7] – Baglio è la traduzione italiana della parola siciliana bagghiu, derivante dal tardo latino ballium (cortile circondato da alti edifici o muri). In tempi più recenti in Sicilia, con “baglio” s’indica il cortile interno delle masserie (fattorie) in cui è sempre presente una chiesa rurale o cappellina, sistemata all’esterno o all’interno del complesso. La foto aerea (Google Maps) del Cortile Campisi dove abitavo chiarisce perfettamente la definizione testé data: (ex) case rurali a cerchio con un’apertura sovrastata da un architrave. E la chiesa inesorabilmente attaccata al fianco, come una sorella siamese!

[8] – Un concept album è un album discografico in cui tutte le canzoni contribuiscono a dare un significato nel loro insieme, spesso ruotando attorno a un unico tema oppure sviluppando complessivamente una storia che può essere strumentale, compositiva o lirica (Wikipedia).
Rick Wakeman, tastierista degli Yes, considera Dust Bowl Ballads, esordio di Woody Guthrie (1940) il primo concept album della storia, composto esclusivamente da canzoni semi-autobiografiche sulle difficoltà dei lavoratori migranti americani negli anni ’30. Anche Frank Sinatra pubblicò una serie di album con brani legati per tematiche.
Nell’era del progressive rock era comune fare degli album tematici. Molti dei gruppi nominati nelle prime righe ci si sono cimentati, dai Beatles, ai Pink Floyd, agli Yes.
Il primo concept album della storia della musica italiana è Diario di una sedicenne, inciso da Donatella Moretti nel 1963 (scritto interamente da Loredana Ognibene), che racconta la vita e gli amori di una ragazza adolescente. Di due anni successivo è Vi parlo dell’America di Giovanna Marini, pubblicato nel 1966; dello stesso anno Le canzoni del West di Bobby Solo, pubblicato qualche mese dopo. Fabrizio De André ha privilegiato per i suoi album questa forma espressiva (La buona novella (1970), Non al denaro non all’amore né al cielo (1971). Tra i gruppi, ricordo gli Area, Banco del Mutuo Soccorso e vari altri

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