Musica

Una canzone per la domenica (178). Di quelle scabrose assai

di Sandro Russo

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In tempi ormai lontanissimi – per intenderci dalle parti della foto inviata da Silvana per gli Auguri delle Feste: leggi qui – fu Linda, storica amica americana a spiegarmi che il motivetto che tutti canticchiavamo a mezza bocca, di un certo Lou Reed, a quel tempo sconosciuto ai più, non era (in lingua originale) un testo per educande, bensì zeppo di “ogni turpitudine”:

Erano tempi di cultura grezza e informe, storicamente (col senno di poi) “gli albori della civiltà” (personale), un crogiuolo di conoscenze e di idee in cui si incubavano i germi di future illuminazioni (?)

Ma per tornare alla canzone, chi lo conosceva Lùrid? (…come fu subito ribattezzato il cantante dopo l’esegesi di Linda). Però divenne famoso nel gruppo, anche perché demmo il suo nome – in diminutivo-vezzeggiativo: Luridotto – a un micino grigio tigrato che quando mangiava se cumbinave comme santu lazzare.
Per la verità era anche il nome di un personaggio di un fumetto cult di quei tempi, di Claire Bretécher: Les amours ecologiques du bolot occidental (Bompiani; 1977), insieme ad altri nomi altrettanto mitici: il bolotto, appunto, la badigoncia di Zelandia, la pupetta del Perù a pelo raso…

Che poi… il bolotto era un cane sessuomane che ingravidava tutte le femmine degli animali ‘in via di estinzione’ ospitati in un improbabile Parco Ecologico.
Ma sulla storia del Lùrid ci facemmo belle risate… Strano, ma a pensarci adesso – retrospettivamente, come si dice -, mi sembra che a quei tempi non facessimo altro che ridere e scherzare!

Però ora bando ai ricordi ed ecco la canzone proposta… che tutti TUTTI riconoscerete dalle prime cinque note:

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Qui sotto il testo originale, con l’italiano a fronte (cliccare per ingrandire), e sotto, recuperati dai miei confusi ricordi ma soprattutto da Wikipedia, la genesi della canzone, la presentazione dei vari personaggi tratteggiati, nel testo con alcune delle loro ‘gesta’, e qualche modo di dire ‘gergale’.

I temi centrali dell’album Transformer sono tutti condensati nel testo di “Walk on the wild side”: omosessualità, uso di droghe, travestitismo, rapporti sessuali, prostituzione. Ma Lou Reed fugge da ogni moralismo: non dice quel che è bene e quel che è male, ma ciò che è. Giusto descrive quell’ambiente. I personaggi si muovono nel proprio mondo con naturalezza e disinvoltura, perché non c’è niente di anormale in quello che fanno, è la loro vita quotidiana.
Il testo contiene diverse espressioni gergali, incomprensibili ai più:
“F.L.A.” è un’abbreviazione di Florida; “Island” si riferisce a Long Island, New York e il termine “to give head” (letteralmente “dare/darci con la testa”), nella seconda strofa (Candy), è una frase idiomatica americana per descrivere la fellatio.

Walk on the Wild Side è un brano musicale scritto dall’artista statunitense Lou Reed e pubblicato come 45 giri il 24 novembre 1972. Quinta traccia e primo singolo estratto dall’album Transformer, è diventata una delle canzoni più famose dell’intero repertorio di Lou Reed, grazie anche all’arrangiamento ‘jazzato’ di Mick Ronson costruito intorno al giro di basso di Herbie Flowers e al sax di Ronnie Ross.

Qualche tempo prima, Lou Reed aveva avuto l’incarico di trarre un musical dal romanzo A Walk on the Wild Side, scritto da Nelson Algren nel 1956 e pubblicato in Italia col titolo Passeggiata selvaggia. Il progetto non andò in porto ma dal romanzo Reed trasse ispirazione per un brano dallo stesso titolo e dedicato ad alcuni dei personaggi trasgressivi e sessualmente “ambigui” che all’epoca frequentavano The Factory, lo studio newyorkese di Andy Warhol.

Lou Reed e alcuni dei personaggi citati nel brano. In senso orario, Holly Woodlawn, Joe Dallesandro e Jackie Curtis

Lou Reed dipinse così un ritratto del bizzarro entourage con il quale era entrato in contatto ai tempi dei Velvet Underground, dedicando ogni strofa ad un personaggio e dipingendo ciascuno con espliciti riferimenti al mondo della droga, della transessualità e della prostituzione, senza accenti drammatici o moralistici, ma solo con un invito a condividere la trasgressione e “fare un giro nel lato selvaggio” («…take a walk on the wild side…»):

  • Holly Woodlawn, attrice transgender di origine portoricana che lavorò nei film prodotti da Warhol Trash – I rifiuti di New York e Women in Revolt. Scomparsa nel 2015; nel 1991 aveva pubblicato un’autobiografia intitolata Coi tacchi alti nei bassifondi – Le confessioni dell’ultima superstar di Andy Warhol, scritta con Jeff Copeland.
  • Candy Darling, transessuale newyorkese il cui vero nome era James Lawrence Slattery. Già soggetto di Candy Says, incisa dai Velvet Underground nel 1969, debuttò a soli 21 anni nel 1968 nel film Flesh e la sua carriera fu stroncata da un linfoma nel 1974.
  • Joe Dallesandro, ovvero Little Joe, modello e prostituto prima di recitare in molti dei film prodotti da Andy Warhol. In seguito ottenne alcune parti anche nel cinema “ufficiale”, oltre ad indossare i jeans della famosa e discussa copertina di Sticky Fingers dei Rolling Stones (1).
  • Joe Campbell, citato nella canzone come Sugar Plum Fairy dal personaggio interpretato nel film di Warhol My Hustler del 1965. Scomparso nel 2005, era stato per sei anni il compagno del politico militante del Movimento di Liberazione Omosessuale, Harvey Milk, primo gay dichiarato ad essere eletto ad una carica politica negli Stati Uniti, assassinato nel 1978 (su di lui il film Milk, di Gus Van Sant, del 2008).
  • Jackie Curtis, attore, poeta e commediografo transgender scomparso nel 1985 per un’overdose di eroina. Lo stile delle sue performance come drag queen, una combinazione di trash e glamour che inaugurò alla fine degli anni sessanta, ha portato a considerarlo come fonte d’ispirazione per il look di esponenti del glam rock come David Bowie.

Questo il mondo e questa la presentazione di Lou Reed (1942-2013), geniaccio della scena newyorkese di quegli anni e compagno (poi marito) di Laurie Anderson (1947) (3), altro folletto geniale di quel mondo, trasgressivo, folle e innovativo, che stranamente l’America, tra tanto ciarpame, è qualche volta in grado di generare.

Il successo mondiale del pezzo spinse i discografici italiano a cavalcare l’onda e la canzone fu scelta da Patty Pravo (trasgressiva nostrana) per il suo repertorio.

Certo il testo originale era intraducibile e la trasposizione saltò a pie’ pari ogni pretesa di fedeltà, inventandosi una improbabile storia di Peter Pan ai giardini di Kensington.

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I giardini di Kensington

Peter con le mani voli via
Eri nato uomo e adesso più non vuoi
La tua casa lascia e poi scegli un mondo di poesia
Sei tu Peter? Tu che a Kensington vivi?
Peter. tu che a Kensington vivi? Tu

Trovi lì i fiori e le fate
In barca lungo la corrente vai
Con le canne un flauto fai suoni come il grande Pan
Sei tu Peter? Tu che a Kensington giochi?
Tu Peter, tu che a Kensington suoni?
Suona ancora così…
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

E laggiù un giorno chiederai
Che vuoi rivedere la tua casa
Le lunghe feste così gli addii le gite in barca
Tu perdi tempo Peter, tu che a Kensington resti?
Oh Peter tu che a Kensington resti? Tu

Dalla finestra chiusa guardi tu
E al tuo posto un bambino adesso c’è,
Troppo tardi Peter Pan tu capisci tu lo sai ora piangi
Peter tu che a Kensington torni?
Oh si Peter tu che a Kensington torni? Tu

Magica gioia tu dai,
Dolce mio rimpianto dove sei,
Nei giardini a Kensington un bambino eterno c’è
Sei tu Peter? Tu che a Kensington vivi?
Oooh tu Peter… tu che a Kensington suoni?
Suona ancora così…
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

Facile dare la croce addosso agli autori della cover (Paolo Dossena e Maurizio Monti per conto di Patty Pravo, nel 1973), ma provateci voi a tradurre in italiano mantenendo il testo e rispettando la metrica! Tanto vale ribaltare il tavolo e cambiare tutto!

A questo proposito mi è venuta in mente una storiella… di un signore che camminando per strada vede una vetrina piena di orologi a pendolo… Pendoline, pendolone, di tutte le fogge e dimensioni.
– Ah, buono – pensa – ho giusto una pendola da riparare!
Torna a casa, si carica l’orologione in braccio e entra nel negozio
– Buongiorno, avrei questa pendola che non funziona.
– Guardi – gli fa il negoziante –, qui non ripariamo pendole. Castriamo animali!
– Come castrate animali!? Io veramente, dalla vetrina avevo capito… Ma scusate… Allora perché tenete tutti quegli orologi esposti?
– Vede – spiega il gestore – il negozio l’ho preso con la vetrina che a me neanche serviva, ma una volta che c’è… Secondo lei, che cosa ci avrei dovuto mettere, in mostra?

 

Note

(1) – La celebre copertina dell’album di Rolling Stones del 1971, Sticky Fingers “dita appicicose”, opera dell’artista pop Andy Warhol, è caratterizzata da un paio di jeans con evidente rigonfiamento all’altezza dei genitali (nella versione su LP la cerniera era apribile) Il modello della foto era appunto Joe Dallesandro (il Little Joe della nostra canzone).

E, da una storia ne nasce un altra… Chi ricorda il fatterello (d’antan, ma vero!) ponzese di Ninando (buonanima), che faceva il sarto e quella imbarazzante protuberanza la chiamava professionalente ’u difètt’ ? (leggi qui).

(2)  – Laurie Anderson (Chicago,  1947), è una performance artist e musicista statunitense o, per sua stessa definizione, “una narratrice di storie”. È una delle principali animatrici della scena d’avanguardia newyorchese.I suoi lavori spaziano dalla musica alle performance multimediali passando per il teatro, le installazioni museali e la spoken poetry.
La ricordo per essere andato appositamente a Napoli per vedere un suo spettacolo Songs and stories from Moby Dick, nel 1999. One woman show: brava, geniale e trascinante con il suo violino elettrico e la perfetta padronanza dei mezzi elettronici di scena.

Lou Reed con la moglie Laurie Anderson

Lou Reed con Andy Warhol

Lou Reed con David Bowie

 

 

 

 

 

1 Comment

1 Comment

  1. Silverio Guarino

    9 Gennaio 2022 at 17:46

    Bella Sa’, grandissimo il tuo pezzo su Lou Reed.
    Il long playing “Trasformer” lo consumo e l’ho consumato in lungo e in largo ed è per me un cardine della mia cultura musicale (testi e musica).
    Vicious, A perfect day, Satellite of love…
    Adrenalina pura.
    Grazie anche per aver dato un “senso” alla cover di Patty Pravo, senza sputtanarla troppo.

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