Racconti

Campa cavallo! Le domande ancora senza risposte (1)

di Luigi Maria Dies

 

L’innesco più o meno diretto di questo scritto è con l’articolo: “Le domande che attendono ancora una risposta“,
dello scorso 28 dicembre (nota della redazione)

Ecco qui nel titolo la mia risposta, la sola possibile.
Le risposte le chiediamo per poter continuare a stare alla finestra. Le risposte ce le potevamo e ce le possiamo dare anche da soli. Non siamo da meno di chi sembra dotato della autocelebrata e molto millantata scienza infusa.

Ripeto l’adagio del vescovo al parroco, implorante, sconfortato, che si chiede perché la sua chiesa sia vuota. La risposta è sempre la stessa: “Studia!”. Studiate; Studiamo.

Per avere le risposte le domande bisogna saperle fare, sapere a chi farle.
Dobbiamo anche fare chiarezza in noi stessi. Ci interessano le risposte o ci basta il nostro erudito interrogare? Ci interessano risposte concrete che preludono a soluzioni o ci basta la irritante dialettica di chi elucubra, divaga, rinvia ed elude?
Facciamo marginali e finte domande per poterci accontentare di risposte pressoché inutili?

Il disprezzo per il potere dei senatori: la storia (forse di fantasia) di Caligola che propone a senatore il suo cavallo Incitatus 

Per quante centinaia-migliaia di anni andiamo indietro a cercare, in ogni epoca e popolo, è lì, nella storia passata che troviamo le giuste risposte a tutti i nostri interrogativi.

Marco Porcio Catone “il censore” nato 234 a.C. morto nel 149 a.C. ad 85 anni, cento anni prima di Giulio Cesare, passò buona parte della sua vita ad ammonire e bacchettare dalle tribune e dai pulpiti. Nel Senato e nelle piazze. Chiedeva conto ai potenti del loro operato e li fustigava.
È il momento in cui Roma sta per raggiungere con l’ultimo secolo di espansione inarrestabile la totale conquista del “mondo conosciuto” il punto più alto della sua potenza. In pratica quello che è per noi oggi la conquista dello spazio fisico e magnetico, elettronico, digitale, radioattivo.
Con Giulio Cesare dittatore e Cesare Ottaviano Augusto imperatore, Roma raggiunge l’apice della sua grandezza, dall’alto della quale, da questo momento in poi, può solo precipitare.

È questo anche il periodo storico, prima, di Catone padre, il Censore e poi del pronipote (nipote di Catone Saloniano, e figlio di Marco), cioè Catone l’Uticense (Roma, 95 a.C. – Utica, 46 a.C.), morto suicida dopo la sconfitta di Pompeo a Tapso, per sottrarsi alla vendetta di Cesare. Meno brillante del bisnonno, ma altrettanto onesto e bellicoso (*).

Sappiamo dalla storia come il vecchio oratore, censore e console, va ostinatamente ad ammonire la corruzione ed i corrotti che sempre più insistentemente e sempre in numero maggiore, insidiavano, si insinuavano e dilagavano inarrestabilmente nelle istituzioni della repubblica. Forse fu, sotto alcuni punti di vista, anche eccessivamente bellicoso. Non fu meno intransigente il rampollo, Uticense. Avverso alla ascesa di Giulio Cesare al potere si diede la morte per non vedere lo scempio dei valori repubblicani a Roma.

Ma già nel secolo successivo alla morte di Catone Censore e pochi anni dopo la morte di Catone Uticense, negli splendori dell’impero, Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) scriverà al suo amico Lucilio facendogli notare come tutto l’impegno dei grandi fustigatori e oratori fosse servito a poco. Molto meglio adottare contro i potenti tecniche più sfuggenti. Insomma prenderla con filosofia.
Questo diceva Seneca.
“L’eloquenza forense e qualunque altra cosa possa avere influenza sul popolo, crea avversari: la filosofia, invece, pacifica e presa dalle sue occupazioni, non può essere oggetto di disprezzo, viene anzi tenuta in considerazione in tutte le professioni anche dagli uomini peggiori. Mai la perversità sarà tanto potente, mai si congiurerà a tal punto contro le virtù che il nome della filosofia non rimanga sacro e venerabile”.
Insomma, “dire pane al pane e vino al vino” non paga. Catone invece parlava, ammoniva, inveiva.

Ora dunque non sembra che Catone l’Uticense abbia esercitato la filosofia con misura. Quando respinse la guerra civile con la forza dei suoi discorsi. Quando intervenne nella lotta dei capi furenti. Quando, mentre alcuni si scagliavano contro Pompeo, altri contro Cesare, egli li attaccò entrambi, continuando la sua lotta solo in difesa dei costumi. Qualcuno può mettere in discussione se a quel tempo il saggio avrebbe dovuto occuparsi di politica?
“Che vuoi, Marco Catone? Oramai non è più in gioco la libertà: già da tempo è andata in malora. Il problema è se avrà il potere Cesare o Pompeo: che hai a che fare con questa disputa? Niente. Si sceglie un padrone: che ti importa chi vince? Può anche vincere il migliore, ma chi vincerà non può non essere il peggiore.”

Ho accennato all’ultimo periodo dell’attività di Catone; ma neppure negli anni precedenti il saggio poteva intervenire in quello scempio dello Stato. Che altro poteva fare Catone se non gridare e parlare invano, quando, sollevato di peso dal popolo e coperto di sputi, ora veniva trascinato via dal Foro, ora veniva condotto dal Senato al carcere?

Ecco dunque la filosofia che ci soccorre. Le domande bisogna farle. Ma non essere troppo insistenti per non urtare i “potenti di turno” che poi tanto potenti non sono se non per gli eventi casuali che li vedono cavalcare un’onda senza averne meriti. I quali potenti stentano a dare le risposte che non hanno. Per cui bisogna stare alla finestra ed attendere sapendo che all’orizzonte apparirà… il nulla.Noi stiamo alla finestra e facciamo i filosofi. I Catone, Censore e Uticense all’unisono, avrebbero inveito e litigato ancora oggi.
Come fecero in tutta la loro vita.

Durante i suoi primi anni di carriera Catone il Censore si oppose all’abrogazione della lex Oppia, emanata durante la seconda guerra punica per contenere il lusso e le spese esagerate da parte delle donne. Nel 204 a.C. prestò servizio in Africa, come questore con Scipione l’Africano ma lo abbandonò dopo un litigio a causa di presunti sperperi. Egli comandò invece in Sardegna, dove per la prima volta mostrò la sua rigidissima moralità pubblica, e in Spagna, che egli assoggettò spietatamente, guadagnando di conseguenza la fama di trionfatore (194 a.C.).
Un personaggio che con le sue idee molto chiare dava fastidio. Gli possiamo accostare i nostri eroi di recente memoria che hanno pagato a caro prezzo la propria onestà che li portava a cercare quelle risposte mai date. Risposte a domande che, tra l’altro, noi non saremmo riusciti neanche a formulare. Mentre ci arrovelliamo con i nostri diafani interrogativi.

Comunque i due ‘Catone’ e Seneca, avevano gli stessi intenti, pur utilizzando metodi diversi. I primi bacchettavano costumi e interessi corrotti sperando di modificarli e correggerli. Il secondo puntava all’educazione di un uomo che si formasse corretto e capace, con saggezza, di diventare una guida per gli altri. Stato e istruzione. Il governo ai migliori. Solo ridando impulso alla scuola si possono tirare giù dalle finestre tanti futuri contemplativi, attendisti, osservatori.
Ma la scuola oggi cosa forma?

Un altro grande dell’antichità lamentava ciò che anche noi oggi lamentiamo, e con lo stesso scoramento.
Sarà nel nostro tempo, questo che viviamo ora, il punto più basso raggiunto dalla nostra istituzione scolastica?
Giudicate voi in questo dialogo del Satyricon di Gaio Petronio Arbitro (27 d.C – 66, morto suicida sotto Nerone), coetaneo di Seneca.

La scena iniziale del Satyricon di Petronio (o meglio, della parte di testo giunta fino a noi) è ambientata in una scuola. Il giovane Encolpio, protagonista del romanzo, lamenta che è finita da un pezzo la stagione della grande poesia, e l’oratoria è ridotta a un’insulsa ripetizione di argomenti stereotipati, dai toni reboanti. La sua generazione è incapace di esprimere veri talenti, degni di stare alla pari con Sofocle o Euripide, con Omero e con Pindaro, mentre la stagione dell’oratoria politica e della filosofia è tramontata per sempre.
Quali sono le cause di tanto degrado? Encolpio non ha dubbi, la colpa è tutta della scuola:
Adulescentulos existimo in scholis stultissimos fieri, quia nihil ex his quae in usu habemus aut audiunt aut vident«penso che i ragazzi nelle scuole diventino stupidi del tutto, perché non ascoltano o vedono niente che abbia a che fare con la vita quotidiana» …E quando, freschi di studi, fanno il loro debutto nel Foro, credono di essere finiti su un altro pianeta)[Dal Satyricon]

 

Nota

(*) – Se può far piacere, è interessante la vita dei diversi “Catone” passati alla storia (…non a caso si dice “fare il Catone”); volendo, se ne può leggere nelle pagine di www.sapere.it (qui e qui) o dovunque vogliate.

[Campa cavallo! Domande ancora senza risposte (1) – Continua]

1 Comment

1 Comment

  1. Danilo Conte

    7 Gennaio 2022 at 13:35

    Commento di Danilo Conte all’articolo, sulla pagina Fb di Ponzaracconta (trasposizione sul sito a cura della Redazione).
    il problema a mio avviso non è quello del come si fanno le domande, ma del contenuto che esse hanno! Lo stesso vale per qualsiasi argomento che tocchi la pubblica amministrazione o gli interessi privati del nostro scoglio… Si parla di ignoranza…
    Ricordo bene come tutti gli studenti delle medie del mio periodo, le interrogazioni fatte con il libro aperto sul banco… leggendo quattro cazzate ti beccavi un bel 7 in tecnica! Tutti pensavamo che quel professore fosse un brav’uomo che amasse i ragazzi e che la sua condotta era sempre la medesima perché era un bonaccione. In realtà a lui e a molti altri faceva comodo formare generazioni di ignoranti che poi lo avrebbero anche votato da adulti! Alla nostra isola manca la bellezza, un connubio di cose che difficilmente colmeremo… la cura e l’amore, la giustizia sociale e non il giustizialismo, la cooperazione e non l’individualismo. Dovremmo imparare dalla natura che ci circonda, basterebbe osservarla meglio per capire come navigare in questo mondo di ipocrisia, l’armonia delle sue leggi spesso distruttive trova sempre un equilibrio!
    ‘A legge ‘i Ponza impone che certi atteggiamenti e certi argomenti non vadano toccati… invece questi ultimi andrebbero combattuti sul nascere come una malattia che se non curata per tempo, poi non ha più rimedi!

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