Racconti

Ripensando a “Crolli e falesie”… (2)

di Pasquale Scarpati

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Come al solito, quando scrivo, richiamo alla memoria vecchi ricordi, e questi affiorano ora qua, ora là, come vogliono loro. Per cui esco e rientro più volte nel pezzo. Tolgo, ma il più delle volte aggiungo, modifico, ecc. per cui molti scritti rimangono sospesi, a volte per un tempo indeterminato. Va a finire che rimangono lì (un tempo si diceva “nel cassetto”, ora in qualche “chiavetta” / pen driver); oppure a volte reclamano per uscire (dal cassetto).
In questo continuo lavorìo della mente sono tornato indietro nel tempo e per il pezzo riguardante i crolli (leggi qui) ho pensato di toccare / integrare altri punti, che penso siano importanti sotto diversi punti di vista:

1) per dire che la Natura è stata sempre “cattivella” (come io sostengo, anche se adesso forse un po’ di più);
2) per come gli uomini, in quel tempo, si difendevano dalle sue “cattiverie”,
3) infine per descrivere lo stato di alcuni luoghi di Ponza di quel tempo.

La confluenza delle scale della Dragonara e di via Nuova su Corso Carlo Pisacane

Quindi riprendo a ricordare…
Accadeva qualche volta che dagli scalini della Dragonara, a causa di piogge torrenziali, venivano giù delle cascatelle d’acqua simili a quelle della fontana della Trinacria del parco della reggia di Caserta. L’acqua si dirigeva verso il crocevia: corso Carlo Pisacane e la discesa che portava e porta ancora oggi a ’u ruttone di Sant’ Antonio. Si sa, l’acqua non si può fermare; per farla defluire, quindi, si adottavano in quei “paraggi” alcune soluzioni.

Tra la parete perimetrale della casa ed il muretto che, a valle, delimitava e delimita tuttora la strada, vi era un foro. Al di sotto un piccolo canale che portava direttamente al mare per nulla distante. Non esisteva, infatti, alcuna “Banchina Nuova” e pertanto l’onda accarezzava gli scogli scivolosi antistanti la nostra casa, cosicché io avrei potuto “tuffarmi” dal… balcone di casa. Comunque avevo facoltà di bagnarmi i piedi direttamente a mare, quasi in casa, perché un vecchio portone di casa, giù in fondo, dava accesso direttamente al… mare. Altra comodità!
Ma ne ero impedito sia perché i piccoli sassi più che scogli, scuri, pieni d’erba marina erano molto, molto scivolosi, sia perché in quel posto come altrove “pascolavano” numerose zoccole, grasse, ben pasciute a causa dei numerosi pesci morti che, galleggiando, venivano a farci visita a causa delle correnti marine che a volte “gironzolavano” intorno ad uno scoglio aguzzo che “sostava” là in mezzo dove oggi c’è l’agenzia Magi e la cooperativa dei pescatori. Ma, come succede un po’ dappertutto, quelle non vivevano in pace perché il nostro gatto nero, molto vispo, dava loro una caccia sistematica e spietata. Lo vedevi acquattarsi, puntare e poi… Zac, velocissimo, saltare addosso, afferrare ed uccidere la preda in un battibaleno. Raramente falliva. Dal balcone osservavo tutta la scena di caccia. E pensare che quel micio era un trovatello. Mi era venuto dietro, miagolando, un giorno che tornavo a casa dalla vicina chianca ’i cumpa’ Tatonno. Si era messo vicino la porta di casa, in attesa. Mamma cedette alle mie insistenze; venimmo ad un compromesso (come dovrebbe sempre accadere): non lo volle in casa, lo mandò giù in quel vecchio locale denso di muffa che noi chiamavamo scalandrone. Lo chiamai – mi inventai (dove arriva a volte la fantasia di un bambino! – Cucciumi, che (forse) voleva dire: Cocco mio. Sempre lo andavo a trovare, ci giocavo, lui faceva le fusa, ma si rintanava non appena sentiva che mamma scendeva le sconnesse scale di cemento.
Crebbi insieme a lui. Quando ero ammalato, lo chiamavo ma nessuno, ovviamente, esaudiva il mio desiderio. In quel luogo si divertiva e ci “ringraziava” dell’ospitalità; insomma si faceva voler bene. Ci ero molto affezionato ed anche mamma, col tempo, apprezzò le sue qualità. Ma continuava a ripetere, a mo’ di difesa, che i gatti “sono… scemi”.
Qualche granchio, curioso, si arrampicava su quegli scogli ma subito si andava rintanare. La “pelosa” (Eriphia verrucosa) si muoveva più lentamente, ma non mi era “molto simpatica”. Io, qualche volta, lanciavo dal balcone qualche mollichina di pane, ovviamente duro, per vedere se mai qualche cefalo saltasse. L’odore poi era piuttosto nauseabondo, denso, dell’onda flaccida che si insinua tra melma e pietre scure, soprattutto durante i mesi estivi. Durante l’inverno, i marosi e l’acqua del cielo portavano via tutto: melma ed odori.

L’acqua proveniente dalla Dragonara e dalla “ Via Nuova”, alla confluenza, si infilava in quel buco e, allegramente gorgogliando, scivolava via. Se quel buco non era sufficiente a smaltire tutta l’acqua, come in caso di piogge torrenziali, vi era la discesa che porta al ruttone sunnominato. Lungo questa discesa, sulla destra – di fronte a dove oggi c’è “Il Timone” –, si apriva un cancelletto con degli scalini che portavano ad un orticello sottostante dove insisteva anche una piccola grotta. Per me, a volte, era come un piccolo rifugio, dove sentirsi un po’ al di fuori dai “rumori” del mondo, appartato pur non essendo molto distante. Chi non ha mai avuto qualche “rifugio” o “angolo” segreto? Io ne avevo sparsi un po’ qua , un po’ là. A volte, volentieri, ne facevo partecipe qualcuno di… fiducia. Avevo facoltà di andarvi perché quell’orticello era manutenuto e coltivato da mia zia Rusinella.
Pertanto una parte del “torrente”, scivolando, poteva, anche lui, scendere precipitosamente gli scalini. L’acqua, però, frenava la sua corsa andando ad impantanarsi nel terreno e di lì, se le piogge erano abbondanti, si riversavano, piano piano, lentamente, nel mare sottostante tramite una striscia di spiaggetta di brecciolino nero. Infine la rimanente parte spariva nel ruttone ed andava a “baciare” o a pulire le maleodoranti ’rotte (grotte) che stavano lì. Ma se neppure questi “accorgimenti “erano sufficienti per arginare la furia dell’acqua, a mia madre non restava che darle il… “benvenuto”. A monte apriva il grande portone di legno e l’antiporta, poneva sacchetti di sabbia lungo la stanza e la cucina, a mo’ di argini e, aiutandosi e facendo forza con una scopa, “cacciava via (sciò… sciò..!) l’acqua, o meglio ancora, la… “benedetta” acqua. La indirizzava verso il balcone, anch’esso già aperto. Quella, felice, si buttava a capofitto perché ritornava da dove era venuta: il mare sottostante. Oggi al piano terra della casa c’è il negozio-boutique chiamato La Ginestra e sulla banchina insiste un ristorante. Dove andrebbe a defluire un eventuale diluvio?

Post-scriptum
Questo il pezzo. Buttato giù – come l’acqua che si precipitava nel mare – l’altro giorno. Impostato schematicamente in tre punti, rileggo (io stesso con sorpresa) dove è andato a finire! Arriverà mai a rispettare le intenzioni iniziali? Penso di sì. Intanto mando questa parte. Poi vi do il resto! …che nei ricordi dei ragazzini di una volta non preannunciava niente di buono… Ma non è detto… Chissà cosa verrà fuori dalla memoria di
Pasquale

Nota della Redazione – Le immagini si riferiscono allo stato attuale dei luoghi ripensati da Pasquale “al passato”.

1 Comment

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  1. Sandro Russo

    25 Dicembre 2021 at 18:32

    Ho molto apprezzato quanto ha scritto Pasquale Scarpati. Non tanto i fatti del passato che narra – che fanno precisamente parte anche dei miei ricordi – ma il modo in cui gli vengono alla memoria.
    Di come funziona la memoria…

    Anche Erri De Luca parla di memoria… e di ghiacciai…
    – Cos’è per lei la memoria e a che serve? – gli chiedono.
    Non è un album di fotografie – risponde – né un posto, né una biblioteca o un’enciclopedia da consultare: non si può tornare sui propri passi per riviverne un pezzetto. È un enorme ghiacciaio che, come succede spesso, ogni tanto si ritira e restituisce pezzi e reperti. La memoria sputa dettagli in maniera così forte e violenta che mi obbliga a riscriverla. Ecco, la scrittura è la seconda volta della memoria, il caso, l’accidenti che coinvolge molti pezzi e molte ossa del passato.

    E ancora, Gianni Celati, nell’introduzione a ‘Bartleby lo scrivano’ di H. Melville:
    “La condizione d’esercizio della scrittura dipende senza dubbio da un andamento inerziale delle parole che portano, e portano dove vogliono loro, mai dove vogliamo noi. Portano là dove sono chiamate dalle voci che parlano all’anima, le quali sorgono da chissà dove, comunque sempre da molto lontano…”.

    Ecco, penso che non ci si dovrebbe forzare più di tanto a scrivere; viene fuori quello che è necessario e al tempo giusto: uno sta lì, recettivo e con le antenne alzate, computer acceso e mani sulla tastiera (troppe cose tutte insieme, vero? …ma possono anche bastare la tovaglia di carta di una pizzeria e una penna qualunque…). Il resto succede da solo. Almeno al nostro livello, con una attenzione e disponibilità di base… succede del tutto spontaneamente.

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