Architettura

L’architettura in Giappone, il rapporto con la Natura

segnalato dalla Redazione

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Spesso riportiamo sul sito articoli che riguardano l’architettura. Le idee di Renzo Piano su una struttura che ospita la Casa del Cinema a Los Angeles (leggi qui) o sulla ristrutturazione di una vecchia centrale elettrica a Mosca (leggi qui); per altri aspetti abbiamo parlato della sistemazione urbanistica di Barcellona. Da sempre siamo attratti dalla diversità delle culture orientali (giapponese in particolare) rispetto a quella occidentale; il suo modo di considerare la natura non in contrapposizione ma in simbiosi con l’uomo. Un campo in cui abbiamo tutto da imparare.
Per questo proponiamo all’attenzione dei lettori l’articolo che segue, da l
a Repubblica di ieri.

CULTURA. IDEE DAL SOL LEVANTE da la Repubblica del 17 dicembre 2021
L’architetto è un etnografo
di Cloe Piccoli

Oggi non si possono progettare nuovi spazi senza approfondire i comportamenti umani. È la filosofia dello studio giapponese Atelier Bow-Wow. Parla la fondatrice Momoyo Kaijima

«Sono sempre sorpresa rientrando a Tokyo specialmente dall’Europa. Le strade e le rotaie corrono sopra gli edifici, le vie a scorrimento veloce volano sopra i fiumi, le macchine si trovano a volte a viaggiare all’altezza di case a sei piani. In molte delle più grandi città d’Europa si usano palazzi dei secoli scorsi, mentre quasi tutti gli edifici di Tokyo sono stati costruiti negli ultimi cinquanta o sessant’anni».
Inizia così Made in Tokyo, il libro manifesto di Atelier Bow-Wow, lo studio di architettura giapponese che negli ultimi vent’anni ha dato forma a una teoria e pratica dell’architettura basata sul comportamento e sull’osservazione delle relazioni fra individui e città che oggi appare a molti come uno degli approcci più interessanti per guardare al presente.

La parola d’ordine di Tsukamoto e Momoyo Kaijima, che hanno fondato Atelier Bow-Wow a Tokyo nel 1992, è behaviorology , ovvero lo studio delle relazioni fra esseri umani, elementi naturali, architettura e città. Non è solo l’architettura ad influenzare le nostre vite, ma è anche il nostro comportamento, individuale e collettivo, a modificare l’architettura e l’ambiente, come spiegano nel libro Behaviorology.

Nella stagione della fioritura dei ciliegi a Tokyo, ad esempio, il movimento delle persone che vanno a vedere quest’esplosione di fiori bianchi crea un vero e proprio spostamento urbano che dà forma a diversi tipi di aggregazione e composizioni urbane. Edifici e persone, strade e raggi di sole, alberi e sopraelevate, finestre e temperatura, tutto concorre a creare un sistema interconnesso in cui ogni comportamento e mutazione influenza a catena l’intero ambiente.

Secondo Momoyo Kaijima, professore di Architectural Behaviorology all’ETH dell’Università di Zurigo l’architettura è una scienza viva che deve osservare dinamiche e comportamenti dell’ambiente per intervenire, osservando e rispettando l’esistente, i fenomeni spontanei, e persino quell’architettura junk e trash che fa orrore agli architetti, ma che esiste, che non possiamo ignorare.
L’architetto come etnografo, che osserva comportamento e metabolismo di un ambiente per poter intervenire; è questo l’approccio di Bow-Wow, che ha progettato minuscole case negli interstizi lasciati liberi dalla speculazione edilizia di Tokyo (Pet Architecture), riqualificato villaggi come Momonoura, il piccolo paese di pescatori in mezzo agli alberi, fondato consorzi come ArchiAid per ricostruire le regioni della prefettura di Tohoku devastate dal terremoto e tsunami.
Dialogo, riuso, funzione, partecipazione è ciò che Bow-Wow ha imparato da Tokyo, dove la contaminazione è all’ordine del giorno, con centri commerciali incastonati sotto i ponti, cinema nei sottopassaggi, e pezzi di strade sui tetti delle case. Una lezione che lo studio sta portando in giro per il mondo, da Harvard alla Columbia, a Yale, alla Royal Academy di Londra, a Domus Academy a Milano fino alla Biennale di Venezia.

Abbiamo raggiunto Momoyo Kaijima a Zurigo, dove solare, positiva, comunicativa ed empatica spiega il suo punto di vista.
Qual è la sua idea di città?
«La città è quella che esiste, Tokyo, New York, Zurigo, Roma: ogni città è un organismo specifico con complessità molto diverse l’una dall’altra e al loro stesso interno. È un organismo ibrido, variegato, in divenire, con differenti densità.
Comunque oggi è difficile dividere in modo categorico urbano, suburbano e campagna».

Può spiegarci ?
«Ciò che definisce un insediamento umano è il sistema di relazioni fra le persone. Un network reale costruito su relazioni legate alla vita quotidiana, al lavoro, alla produzione, alla mobilità, alle migrazioni, agli eventi storici, geopolitici, economici, climatici, e, purtroppo, alle catastrofi naturali. Relazioni, comportamenti, spostamenti, trasformazioni sono più forti e significative dei confini, li modificano e li annullano costantemente. Dove finisce la città e inizia la campagna? Che cosa possiamo considerare suburbano? Sono termini che appartengono ad altre epoche. Oggi ci troviamo di fronte a ecosistemi complessi di cui bisogna affrontare temi e contesti molto specifici».

Come avete fatto, ad esempio, a Tokyo con la Pet Architecture, fatta di edifici costruiti in spazi minimi?
«Negli ultimi vent’anni abbiamo progettato case private in superfici minuscole, affiancando tecnologia e tradizione: la casa giapponese con finestre, aperture, piccoli giardini, e strutture che si sviluppano su due o tre piani seguendo lo spazio a disposizione, sincronizzando sistemi di riscaldamento e raffreddamento con brezze, ombre e luci. Nella casa di Bow Wow, dove viviamo e abbiamo lo studio, non lontano dallo stadio olimpico, ad esempio abbiamo un piccolo giardino di dieci metri per tre dove abbiamo piantato una fila di sei alberi».

È un progetto molto specifico…
«Certo, nell’architettura contemporanea non c’è un modello, né un’idea a priori, ma lo studio del metabolismo di un luogo, del comportamento e delle relazioni vale per ogni luogo, con qualsiasi densità abitativa, e tanto più per i luoghi ibridi. Come Tokyo, ad esempio, che ha zone basse con case private di soli due piani con piccole corti interne, e i grandi boulevard con palazzi alti in cemento e grande densità. Ogni insediamento è definito da un network di comunicazione e comportamento umani. Oggi l’architetto lavora come un etnografo».

[Di Cloe Piccoli, da la Repubblica del 17 dicembre 2021, pagg. 44-45]

Immagini di Momonoura Village, Ishinomaki, 2017

 

 

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