Pupi Avati. L’alta fantasia

di Tano Pirrone

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Pupi Avati. L’alta fantasia
Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante

Appena abbiamo letto nella newsletter settimanale della libreria Eli [1] di Roma la notizia dell’evento, subito ci siamo prenotati mia moglie ed io: sabato 20 novembre alle 18,00 Pupi Avati [2] avrebbe presentato il suo ultimo libro L’Alta fantasia [3]. Poi io ho scoperto che allo stadio Olimpico di Roma, in perfetta coincidenza, si giocava la sfida intestina (sono juventino per nascita e laziale per difesa della stirpe): Lazio – Juventus, poi finita, giustamente 0-2, reti entrambe segnate dal capitano Bonucci su sacrosantissimi rigori, uno per ogni tempo.

Ho rinunciato alla presenza in libreria, sapendo di essere iper rappresentato da mia moglie e alle 18,00 ero stravaccato sul divano per santificare il pomeriggio del sabato. Poco dopo la fine della partita è tornata mia moglie contentissima per l’ottima riuscita della presentazione. Ha sfoderato trionfante il libro e mi ha mostrato lo scalpo: un’immensa dedica a tutta pagina del regista bolognese.

Ho subito registrato il libro nel mio file di Excel, che contiene tutti i dati di libri, opuscoli, fascicoli ecc. Parecchie migliaia di titoli non potrebbero essere gestiti se non con un efficiente data base. La stessa cosa faccio per tutti i filmati e per la musica.

Ma torniamo a Pupi Avati ed al suo libro: voglio parlarne prima di cominciare a leggerlo, voglio presentarlo, diciamo meglio, che a parlarne a consuntivo lo farò dopo, quando avrò finito con le cose cominciate e sbocconcellate a saltare, secondo la giornata, il momento, l’affievolirsi di un interesse o il rinfocolarsi di un altro. L’opera sarà sicuramente portata a compimento molto prima da Paola: intervisterò, allora, la divoratrice di romanzi, facendo prima e meglio.

Cominciamo, dunque: «Ravenna 1321: esiliato e misconosciuto, Dante Alighieri esala l’ultimo respiro. Nel convento delle clarisse di Santo Stefano degli Ulivi, l’albero di mele selvatiche che le suore chiamano “l’albero del Paradiso” smette misteriosamente di dare frutti. Trent’anni dopo Giovanni Boccaccio, studioso appassionato dell’opera dantesca, riceve un incarico singolare: andare in quel convento, dove risiede la figlia di Dante, divenuta monaca con il nome di suor Beatrice, e consegnarle un risarcimento in denaro per l’esilio ingiustamente subito da suo padre. Sarà un viaggio di riparazione e di scoperta, ma anche di fatica e pericoli, non ultima l’accoglienza non sempre entusiastica ricevuta dai conventi dove l’opera del Sommo è ancora vietata, in odore di eresia. E per Boccaccio sarà l’occasione di riandare ai momenti più importanti della vita dell’Alighieri, le sensibilità di bambino e l’incontro con Beatrice, la politica e i tradimenti, l’amarezza della cacciata da Firenze, il tormento e l’estasi della scrittura. Trovando conferma, lui, scrittore, di quanto il dolore promuova l’essere umano a una più alta conoscenza. Pupi Avati ci consegna con il suo nuovo romanzo l’opera di tre vite: l’incontro inaspettato di attraverso i secoli tra un regista e scrittore e due maestri della cultura italiana. Un racconto di avventure, uno sguardo partecipe e nuovo su Dante, la ricostruzione di un Medioevo vero, sporco, luminoso e umano: una prova d’artista intessuta di passione e di poesia».

Dimenticavo: il romanzo è diventato – covato dal Covidun film, pensato sin dal 2002, ma realizzato solo ora per mancanza di finanziamenti. Da quella data, Avati ha approfondito la sua conoscenza del Sommo. Finalmente sono arrivati i soldi grazie alla scadenza del settimo centenario della morte. Coincidenze fortunate, che ci hanno dato due opportunità in una di godere del Sommo e del Pupi.
Ah, dimenticavo: grandissima ficata: per ogni capitolo l’autore ha indicato il brano di musica che ha ascoltato quando lo scriveva. Sarebbe molto carino che leggendolo si ascoltasse lo stesso brano, servirebbe a ripassare un po’ di musica buona e a ricostruire l’atmosfera in cui lo scrittore era immerso. Per esempio: nel primo capitolo 1321 (l’anno della morte del Ghibellin fuggiasco) è annotato questo brano musicale: Anton Bruckner – Symphonie No 7 – Karl Böhm – Wiener Philarmoniker; 1943:

Mi sa che a Pupi faccio saltare la fila…

 

Note

[1] ELI libreria indipendente – Viale Somalia, 50 – 00199 Roma
Tel. 06 8621 1712 – E mail: info@libreriaeli.it – web: libreriaeli.it

[2] Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), regista, sceneggiatore e produttore è uno dei maestri del cinema italiano. Come scrittore ha pubblicato l’autobiografia La grande invenzione (Rizzoli, 2013) e diversi romanzi, il più recente dei quali è L’archivio del diavolo (Solferino, 2020).

[3] Pupi Avati – L’alta fantasia – Romanzo – Il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante – Collana Narrativa – Editrice Solferino ISBN 978-88-282-0746-7 (€ 16,50)

1 Comment

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  1. Sandro Russo

    22 Novembre 2021 at 21:44

    L’alta fantasia – di Dante, del libro di Pupi Avati e della presentazione di Tano – è un mio antico interesse. Ne ho scritto tempo fa, quando contribuivo a “O”, il magazine della Scuola di Scrittura Omero.
    Aveva attratto a suo tempo anche Italo Calvino, maestro dei maestri di scrittura, troppo presto scomparso.
    Ne traggo qualche stralcio; l’articolo completo è on-line:
    https://www.omero.it/2009/06/21/la-vita-segreta-dei-nomi-delle-piante/

    Nella quarta delle sue ‘Lezioni Americane’, quella dedicata alla ‘Visibilità’, – mai tenute per l’improvvisa morte dell’Autore – Italo Calvino (1923-1985) prova a spiegare cos’è l’immaginazione, riprendendo un verso di Dante: – “Poi piovve dentro a l’alta fantasia…” – tratto dal XVII canto del Purgatorio.
    “La fantasia – chiosa Calvino – è un posto dove ci piove dentro”. È dunque una specie di luogo naturale, interno ma nello stesso tempo aperto all’interferenza degli elementi.
    La fantasia per Calvino è ‘visibilità’, ossia la capacità di pensare per immagini, senza essere irrazionale, mistica, incosciente o basata sulla simbologia collettiva.
    “Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la ‘civiltà dell’immagine’? – si chiede lo scrittore – Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?”
    (…) “Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo, di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini”

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