Politica

La “cosa” troverà un nome

di Francesco De Luca

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Ringrazio Giuseppe Mazzella di Rurillo per avermi offerto col suo articolo (Il nome della ‘cosa’) l’opportunità di mettere in circolo argomentazioni logiche e sentimentali. A me, che per età e stato sociale, ho bisogno di rivedere posizioni ideologiche e logiche, e sentirmi vivo.

Seguirò però un percorso diverso da lui pur concordando che sotto l’assalto della pandemia la dottrina del ‘liberismo’, così come la dottrina del ‘liberalismo’ abbiano dimostrato, e lo stanno facendo tuttora, di non riuscire a dominare i fenomeni politici, sia a livello locale, sia nazionale, sia internazionale.

Il ‘liberismo’ e il ‘liberalismo’. Il primo impone una visione politica compressa nella dimensione economica. Lo dico in soldoni. La vita politica degli Stati è assoggettata all’andamento della situazione economica e, pertanto, sono le forze imprenditoriali che devono essere lasciate libere di perseguire i loro fini. Senza alcun vincolo. Il mercato suggerisce il prodotto, i prezzi, la gestione dei mercati, e, dunque, lo stato sociale, le alleanze e i disaccordi.

Il ‘liberalismo’ ha la sua centralità funzionale nella liberalità ossia nella massima espressione della libertà individuale. In contrapposizione con le dottrine sociali del comunismo e del socialismo. In essi trova preminenza la socialità, nel liberalismo domina l’individuo.

Ho sunteggiato in modo rozzo, me ne scuso, spero però che la distinzione sia chiara.

Giuseppe Mazzella snoda, da par suo, l’argomentare, ancorandolo a citazioni opportune. Pur non avendo la sua conoscenza lo trovo veritiero. Nel senso che sono d’accordo con il percorso logico e, soprattutto, con il finale. E cioè che sono due dottrine che hanno fatto il loro tempo e hanno fallito. Ed è stata la pandemia ad aver stravolto le bussole poste a guidare i percorsi politici degli Stati democratici. Perché? Perché, lasciate senza controllo, le scelte politiche, esse, sono dominate dai poteri economici. A danno perenne dei minori, degli ultimi, dei poveri, dei diseredati. In modo plateale: a danno di coloro che si stanno muovendo in tutto il pianeta, dalle Americhe, all’Africa, all’Europa, per conquistarsi un posto dove vivere.

Nel conflitto fra gli stazionari ricchi e i migranti disperati si stanno manifestando le faglie di rottura fra il potere, che tutto asservisce, e la sostenibilità che suggerisce controllo, mitigazione, adeguamento, bilanciamento. Concetti, questi, che pertengono all’intromissione dello Stato nelle politiche economiche e sociali. Ovvero sono dettate dalla politica sociale. Che non può essere generata dall’imprenditoria e nemmeno dai sindacati. La fa lo Stato. Che tutela, per dovere etico, il bene comune.

Il socialismo è finito. Quello di cui abbiamo avuto esperienza, è finito. Quello che abbiamo studiato nelle dottrine politiche è finito.

C’è da far emergere un nuovo socialismo (perdonatemi l’enfasi). Con partecipazione individuale diretta. Che riscopri l’afflato della partecipazione attiva, de visu, e non disdegni forme di partecipazione digitale.

L’individuo non può essere annullato da nessuna società. E nessun potere economico può sopravanzare il richiamo etico. L’economia sostenibile va a braccetto con la sostenibilità sociale (divisione dei compiti, divisione delle responsabilità, divisione dei profitti).

La rappresentatività del singolo deve trovare forme nuove di manifestazione e di controllo su quelli che sono investiti di rappresentanza. Non “Uno non vale uno”, ma nemmeno Io so’ io e voi non siete un…”.

Ringrazio di nuovo Giuseppe Mazzella per il suo illuminante spunto. Ringrazio Tano Pirrone per gli sviluppi personali che ne ha tratto nel suo ‘Commenti e politica’.

2 Comments

2 Comments

  1. vincenzo

    23 Novembre 2021 at 12:16

    La lotta di classe l’hanno vinta i capitalisti che da tempo stanno dettando le regole trasformando di fatto le regole democratiche che avevamo ereditato.
    La pandemia ha dato lo spunto ad una nuova accelerazione in questa direzione!
    In Italia dopo Monti hanno imposto Draghi: due esponenti dell’elite non certo del popolo italiano.

    Nel governissimo ci sono tutti i partiti e tutti proni al capo hanno giurato fedeltà a questa Europa. Non si discute più in parlamento
    A decidere è il capo, gli altri chinano il capo e si allineano ai voti di fiducia.

    Partiti che fino all’altro ieri, si dicevano inconciliabili, ora lavorano – due giorni la settimana – per ratificare decisioni prese in commissione europea.
    Bastano due giorni alla settimana per eseguire ordini perentori.

    I cittadini devono pagare le tasse, (che continuano a lievitare) e inocularsi le nuove dosi del siero sperimentale.

    I cittadini non hanno più diritti. Il lavoro non è più una certezza.
    I sindacati sono inesistenti.

    Hanno distrutto la sanità, distrutto la scuola, distrutte tutte le certezze che gli italiani avevano.

    Non solo questa Europa è diventata matrigna, ma non si può più cambiarla, dobbiamo accettarla per quella che è : una costruzione burocratica al servizio dei poteri finanziari e non certo dei popoli europei.

    Come si fa a godersi la pensione pensando che c’è gente ridotta a gregge? Come si fa a godersi il cinema, la musica quando la vita è messa in pericolo da un sistema economico e politico che mette al primo posto il pareggio di bilancio?

  2. Tano Pirrone

    23 Novembre 2021 at 19:27

    Tano, in risposta al commento di Vincenzo Ambrosino:
    “La necessità di un “Ricovero plan” salta agli occhi!”

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