Sport

Una remota storia di sport e politica

segnalato da Sandro Russo

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Per non dimenticare. Abbiamo visto nel dicembre 2018 il bel docu-film d Nanni Moretti sul golpe in Cile: Santiago, Italia – “Il film documentario racconta i mesi successivi al colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973 attraverso filmati d’archivio e interviste odierne ai protagonisti”. Ne abbiamo riferito sul sito al tempo della presentazione del film a Latina (leggi qui).
Quest’anno, nel 48° anniversario del golpe (11 settembre 1973), non ne abbiamo fatto menzione – troppe cose sono successe l’11 settembre! – , ma mi ero ripromesso di ricordarlo alla prima occasione. Ed ecco che si è presentata, con un articolo su la Repubblica di ieri che racconta una storia di tennis.
S. R.

Doppio rosso. Nella finale del ‘76 in Cile, Adriano Panatta e Paolo Bertolucci giocarono il doppio in maglia rossa (in azzurro solo il 4° set)

L’intervista
Buffa: “La Davis del ’76. I gesti bianchi si fecero rossi dopo il golpe di Pinochet”
di Maurizio Crosetti

Torino. C’è questo stadio del tennis scavato nella terra e nel tempo, con i mattoni rossi in stile anni Quaranta.
Circolo dello Sporting: qui si allenano i campioni delle Nitto Atp Finals che cominciano domenica, gli otto migliori al mondo. Un uomo in dolcevita nera, scarpe di vernice dello stesso colore, cappotto scuro e zainetto è venuto a raccontare una remota avventura di sport e politica, “società e costume”, come si diceva una volta: la finale di Coppa Davis del 1976 che Panatta e i suoi fratelli vinsero in Cile tra mille polemiche, tre anni dopo il golpe di Pinochet.
Quest’uomo è Federico Buffa.


Raccontare, raccontare. Storytelling è una parola orrenda, non trova?
«Non bellissima. Lo vedo come un derby tra Homo Sapiens e Neanderthal: ha vinto il primo 3-0, merito dell’immaginazione. Narrare e ascoltare ci permettono di considerarci vivi».

Le storie di sport lo sembrerebbero più che mai, persino quelle lontane e quasi dimenticate.
«Ero uno sbarbatello di quarta ginnasio al Manzoni di Milano. “Per una settimana non si fa lezione!” decisero i più grandi, i liceali. Ottobre 1973: “C’è appena stato il golpe in Cile”, ripetevano quelli. Il cosa?, pensavo io. La parola stessa – golpe – mi era sconosciuta. Ma quell’evento divenne per me un’ossessione».

Il 1976, l’anno del terremoto in Friuli.
«E dei 21 morti per terrorismo. L’Italia viveva la settima reincarnazione del governo Andreotti, alla Farnesina c’era Forlani. Ampio e articolato dibattito nel Paese: andare in Cile a casa del dittatore per giocare a tennis, oppure no? Il Coni era per il sì, ma se ne lavò le mani perché allora il tennis non era disciplina olimpica.
Berlinguer voleva andare, Craxi no. Il Pci temeva che un nostro rifiuto avrebbe reso più facile la posizione voluta dai golpisti: loro, contro il resto del mondo. I nostri giocatori sapevano di vincere, temevano una lunga squalifica e alla fine si andò.
Titolo di Repubblica: “Ha vinto Pinochet”».

Squadra molto interessante, quella azzurra.
«La sporca mezza dozzina: quattro giocatori più Pietrangeli e Belardinelli. Il tennis è uno sport di uomini soli, ma la Davis è il contrario del tennis perché si gioca a squadre. La nostra era spaccata, Panatta stava con Bertolucci, e Barazzutti con Zugarelli, anche politicamente. Il più stimolante, di certo Zugarelli. Crebbe poverissimo in una casa di lamiera. Il padre, muratore disoccupato, costruiva trappole per passerotti per sfamare la famiglia».

In America ci avrebbero fatto almeno una miniserie tivù.
«Eccome! Solo da noi non succede, forse perché molti atleti di oggi non hanno più storie forti, è un’epica diversa. Penso a Berrettini, a Tamberi: dal punto di vista della narrazione, campioni normali.
Adriano Panatta era figlio di Ascenzio, custode del club dei Parioli, e infatti Pietrangeli lo chiamava Ascenzietto».

In Cile, i “gesti bianchi” si colorarono del rosso di una maglietta, la nostra, nella finale del doppio.
«Bertolucci non voleva, Panatta che era più a sinistra invece sì. Ma il quarto set lo giocarono di nuovo in azzurro. Di quel rosso si parlò molto in seguito, non allora. Mi disse Panatta: “Se ne saranno accorti? Se no, è grave. Se sì, e non c’è stata reazione, è pure peggio”. Fu il regista Calopresti a sdoganare la cosa, parecchi anni più tardi. Ma vorrei dire dei gesti bianchi».

Forse la più bella definizione del tennis di sempre: appartiene a Gianni Clerici.
«Lo scriba è il convitato di pietra di queste mie due puntate. Scrittore sublime, tutto “in levare”. A Santiago rimase chiuso in un postribolo alle due di notte».

Perché dedicare ancora attenzione a quella romantica preistoria?
«In questo, Sky è coraggiosa. Cerca i contenuti, non solo gli ascolti facili. A parte che la narrazione popolare piace sempre molto. Forse dipende dal fatto che genitori e figli guardano insieme la tivù, e i più giovani realizzano che certe cose sono accadute davvero. Come per la maglietta di Di Biagio in mano a Cristiano Ronaldo».

Anche quello, a suo modo, un romanzo generazionale.
«Di Biagio mi disse che un giovanissimo Ronaldo gli aveva chiesto la maglietta dopo un’Inter-Sporting Lisbona di Coppa dei Campioni. Lo raccontò al figlio che gli rispose “Siii, figurati, lui che domanda la maglia a te…”. Quando la storia passò in tivù, divenne vera anche per il ragazzo».

Però non crede, Federico, che la forza dello sport sia superiore a ogni riproduzione artistica?
«Nessun dubbio che il gesto atletico prevalga su qualunque fiction.
Diverso il racconto giornalistico che rievoca e collega, sprigionando scintille dal fondo della caverna».

Il tennis resta un buon argomento?
«Inventato dagli inglesi su una parola francese e lanciato dagli americani, possiede una sacralità intoccabile.
Volendo, lo giocano i settantenni quasi da fermi, eppure può essere sanguinario. E c’è un filo teso che va dai Finzi Contini a Panatta».

Gianni Clerici, I gesti bianchi. Londra 1960 – Costa Azzurra 1950 – Alassio 1939, Baldini+Castoldi, 2018, pagine 477

Il formato .pdf la pagina da la Repubblica di ieri: La Repubblica. 11 nov. 2021 Pag. 45. Tennis e Politica

***

Aggiornamento del 16 novembre 2021

Sulla Coppa Davis in Cile del 1976. Stasera su Sky.
Un articolo dalla rubrica dei programmi tv da la Repubblica di oggi

Tennis e politica Quando l’Italia andò a Santiago
di Antonio Dipollina

Si chiama L’altro cammino di Santiago e la tentazione era forse irresistibile, ma è un vezzo che si concede volentieri. Due episodi, il primo disponibile su Sky, il secondo arriva venerdì. Che storia quella della Coppa Davis del 1976, con l’Italia di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli, con Nicola Pietrangeli: un po’ rimossa, un po’ affondata nel tempo come è inevitabile (continua a leggere nell’articolo di base).

Riemerge ora in giornate nelle quali il tennis sembra (sembra) aver ripreso centralità da noi. Va da sé, il guizzo è di Federico Buffa che si sobbarca, compiaciuto solo un minimo, la valanga di luoghi comuni che accompagnano i suoi lavori. Ma si capisce, stavolta anche un po’ di più, che Buffa ci mette un plus di riflessioni personali su storie, sport, racconti, stato dell’arte di questa materia. Il tempo delle storie, di sport e non solo, di storie fatte in quel modo è solo quello lontano e non ce ne sarà un altro. O sarà completamente diverso. I particolari che riaffiorano alla memoria seguendo Buffa nel suo incrociare tennis, sport, politica interna e internazionale, sono possibili solo perché era quella, l’epoca: l’informazione rarefatta, certi passaggi oggi sanno di leggenda – l’Italia andò davvero in Cile, alla fine, perché Berlinguer ricevette un messaggio da militanti del luogo il cui senso era: se il popolo cileno la prende male aumenterà il consenso a Pinochet?
Ci sta, eccome: ma proprio sull’inafferrabile si gioca la forza del racconto. Buffa lo ha anche detto, con rara franchezza, a Maurizio Crosetti. In sintesi: tra vent’anni, che ci sarà da raccontare su Berrettini o Tamberi o altri di oggi? Oggi, nel presente spolpato dalla comunicazione incessante, che invecchia cinque minuti dopo.
E quindi meglio godersi quella storia, quel Cammino a Santiago, pellegrini di un tempo perduto.

In certi angoli web e non solo, trova in questi giorni spazio Lorenzo Licitra. Giovane tenore, vinse X Factor nel 2017. Al secondo posto: i Måneskin. Lui non sembra soffrirne, ma urge scacciare l’idea di lui tra moltissimi anni, una casa di riposo per musicisti e: “Ma sapete che io ho battuto i Måneskin?”. E tutti in coro: “Sì, ce l’hai già detto”.

Su Sky Paolo Bertolucci e Adriano Panatta nel 1976 in Cile. L’altro cammino di Santiago di Federico Buffa è su Sky

[Da la Repubblica del 16 nov. 2021]

2 Comments

2 Comments

  1. Gianni Sarro

    12 Novembre 2021 at 18:08

    Mi è piaciuto l’articolo sul tennis. E’ stata una grande impresa sportiva. Bella l’idea di Panatta, della maglietta rossa; ancor più il commento: “…Forse non se ne sono accorti”.
    Anche Buffa mi piace. Forse un po’ protagonista, ma efficace nel racconto.

  2. La Redazione

    16 Novembre 2021 at 11:12

    Sulla Coppa Davis in Cile del 1976. Stasera su Sky.
    Un articolo dalla rubrica dei programmi tv da la Repubblica di oggi

    Tennis e politica Quando l’Italia andò a Santiago
    di Antonio Dipollina

    Si chiama L’altro cammino di Santiago e la tentazione era forse irresistibile, ma è un vezzo che si concede volentieri. Due episodi, il primo disponibile su Sky, il secondo arriva venerdì. Che storia quella della Coppa Davis del 1976, con l’Italia di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli, con Nicola Pietrangeli: un po’ rimossa, un po’ affondata nel tempo come è inevitabile (continua a leggere nell’articolo di base)…

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