Ambiente e Natura

“Latino latino…”

proposto dalla Redazione

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Riceviamo in redazione, da un lettore evidentemente con simpatia per il dialetto – nel caso in specie quello siciliano -, questo racconto breve, con acclusa esegesi  che volentieri pubblichiamo [Da: “Amore per la cultura, la letteratura e la grammatica italiana” (Gruppo Facebook)]

Latino latino
di Donato Caracciolo

Per motivi di lavoro mi trovavo in un paesino delle Madonie alla ricerca di una persona con la quale avevo appuntamento, e non volevo arrivare in ritardo. Era inverno e piovigginava, per mia fortuna non c’ era la neve.
Fumo e odore di legna bruciata salivano in cielo dai camini, su su attraverso i comignoli delle case di pietra.
– Signora, per cortesia saprebbe indicarmi dove abita il signor “Tal dei tali”?

Era una vecchina più vecchia della “camminata a piedi”; scialle di lana sulle spalle (sicuramente da lei lavorato all’ uncinetto) ; piccola, coi capelli bianchi riuniti a treccia a formare un “tuppo” (*) sulla sua nuca, tanto graziosa e dagli occhi vispi e furbi, di un azzurro del cielo, che sembravano voler bucare i vetri degli occhiali da presbite, ed era intenta a ripulire il braciere di rame sul marciapiede davanti l’ ingresso della propria casa.
– Uhm… mi facissi pinsari. A cù cerca? ‘U prufissuri?
– Sì, ‘u prufissuri.
– Allora, Vossìa (*) taliàssi (*) ccà! – indicando col braccio e le mani la direzione che avrei dovuto prendere.
– A’ punta ra strata girassi a manu manca…(*) Acchianassi (*) ‘a strata longa longa. C’ è un purtuni, granni granni. Tuppuliassi (*) ddà, forti forti, ca ‘u prufissuri è surdu comu ‘na campana ciaccata (*).
E m’ arraccumannu a Vossìa, un si pirdissi. Accurassi (*) di un sciddicari (*), ca chiovi; caminassi latino latino (*).
– Molte grazie, signora.
– Nienti, nienti. Assabbenerica a Vossìa (*).

C’è da mettersi le mani tra i capelli, è vero?
Beh, tutto chiaro per me, tranne… quel “caminassi latino latino” (non so per voi che mi leggete, ma, più sotto troverete una piccola legenda con qualche chiarimento).
Ma, ad intuito, avevo capito il senso di quel che voleva dire.
Cosa c’ entrava il latino col camminare? Ma c’ entrava eccome! Ci pensavo su…
Secondo l’ interpretazione, un po’ empirica, devo ammettere, che mi diedi, di ritorno, mentre ero in auto…
Il latino è la lingua del Diritto, inteso come “Ius”; e lo “Ius” nel suo complesso, rappresenta le norme che disciplinano i rapporti tra le persone all’ interno di una società. Esistono, in ogni “stato di diritto”, dei codici scritti, all’ interno dei quali sono organizzati gli articoli di legge.
E ci si comporta rettamente (si dovrebbe, almeno), secondo la legge, per essere dei probi cittadini.
Inoltre, il latino, grammaticalmente e sintatticamente è una lingua precisa, ha regole ferree alle quali non si può derogare e dalle quali non si può prescindere. È scienza, è matematica com’è vero che uno più uno, per tutti, fa sempre due.
Insomma, la vecchina voleva dirmi di andare sempre dritto, di seguire la strada, sempre dritta dritta, senza mai scantonare da quella direzione.

Da fonti quali “La Sicilia come metafora” di Leonardo Sciascia e “Trenta e due ventotto” di Renata Pucci di Benisichi ho trovato anche: “Allatinare”, ovvero indottrinare, addottrinare e quindi ragionare “dritto”, secondo la dottrina senza mai deviare da essa.
Tra i contadini si usa anche per intendere il dissodamento di un terreno per renderlo pronto alla semina, anche per manifestare la speranza che il tempo della stagione sia clemente perché si realizzi un buon raccolto: …speriamo che il tempo quest’ anno cammina latino!
Anche i sarti usano dire “latino latino” quando devono tagliare la stoffa in maniera diritta diritta.

Spero di non aver annoiato e ringrazio chi avrà avuto la pazienza di leggermi.
(nelle foto scelte dal web il borgo di Petralia Soprana nel Parco delle Madonie, dove mi trovavo quel giorno di una ventina di anni fa).

 

Legenda

(*) – Tuppo – è la crocchia di capelli riunita in trecce sulla nuca. In francese è lo chignon, ma dovrebbe derivare da toupet.

(*) – Vossîa è come Vostra Signoria. Ci si rivolge così ad una persona di riguardo. Nel qual caso, quella persona di riguardo, in quel momento ero io.

(*) – Taliàssi, taliàre. Guardare, osservare attentamente. Forse dall’ arabo talìa, torri di guardia sul mare che un tempo erano molto diffuse su tutta l’ isola. Ma anche dal catalano talajar / atalajar.

(*) – ’a manu manca. La “mano manca” è la mano sinistra. I “mancini” hanno ’a manu manca.

(*) – Acchianassi, acchianare, significa salire. Salire al monte, dirigersi verso la cima per trovare un spianata piana, chiana.

(*) – Tuppuliàssi, tuppuliàri : deriva dal greco τύπτω – battere. Voce onomatopeica, si riferisce al battere il portone con un battente o con le mani: Tup tup

(*) – ciaccata, lo stesso che rotta, lineata, e non più sana. Pensate un po’ alla giara rotta di Don Lollo’ nella novella di Pirandello “La giara”. La campana rotta non suona più bene e ha un suono sordo.

(*) – accurassi, faccia attenzione, abbia cura.

(*) – sciddicari, scivolare.

(*) – Assabenerica a Vossìa – che il Signore la benedica (a Sua Signoria).

1 Comment

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  1. Tano Pirrone

    29 Ottobre 2021 at 12:27

    La Sicilia è un bagno che prendo raramente per tornare antico e forte. Oppure una doccia, per svilire in fretta la fatica e la noia, tornare ad uno stato germinale, ancestrale, essenziale, riproduttivo. Il bagno, tornandoci ogni tanto come quest’anno per le Rappresentazioni classiche, come il prossimo anno, forse, se sarò ancora nel cartellone della stagione; le docce quando qualcuno della mia terra ne scrive; nelle mie reiterate letture di Verga, De Roberto, Sciascia, Pirandello (e scusassero tutti gli amici che non sono neanche muntuati). La doccia rinfrescante che ripristina il tono e dà forza al nostro cammino e luce dagli anni lontani per vedere e non cascare.
    Docce di piacevole nostalgia e di riscoperta che ho avuto leggendo l’ottimo racconto di Donato Caracciolo, che riporta alla memoria l’uso di “latino” nel nostro dialetto. Poco da aggiungere: latino è diritto, “travagghiari latinu” è lavorare alla perfezione, per come c’è scritto nel libro. Essere “latinu” è l’essere onesti, rigorosi, scrupolosi, integerrimi.
    Se ci sono ancora le parole per definire questi comportamenti è perché permangono, fortunatamente, i soggetti, che “latini” sono e l’appellativo insolito meritano.

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