Ambiente e Natura

Di cosa parliamo quando diciamo “Identità di luogo” (Place identity)

di Sandro Russo

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Riceviamo in redazione un messaggio–proposta di collaborazione da una studentessa di un Corso di Laurea Magistrale in “Design, Comunicazione Visiva e Multimediale” che (parole sue): “…sta facendo ricerca sull’Isola di Ponza per sviluppare un progetto di Place Identity, ovvero un’identità visiva che possa rispecchiare l’animo del luogo”.

Ne siamo stati molto gratificati interessati perché, oltre a fare i complimenti al sito – “…Ho trovato molto interessante e di grande aiuto il vostro sito “Ponza Racconta” e avendo percepito passione nel vostro lavoro, ho provato a contattarvi” – ci fa conoscere una materia (disciplina scientifica? Umanistica?) che abbiamo sempre frequentato, forse sotto altro nome, addirittura fondante per il sito.

Quindi ci fa piacere approfondire questo campo interdisciplinare, cominciando con le sue formulazioni di base.

La data di nascita della Psicologia ambientale – la disciplina che esamina la relazione tra gli esseri umani e il loro ambiente – si può collocare all’inizio degli anni ’70 negli Stati Uniti dove, sempre nello stesso periodo, si sviluppano settori di studio affini quali la “Psicologia Architettonica” e la “Geografia comportamentale”. È proprio sulla spinta di queste due discipline che nasce la Psicologia ambientale e, poco più tardi, le due maggiori riviste del settore: l’americana “Environment and Behavior” (1969) e l’europea “Journal of Environmental Psychology” (1981) (Baroni 1998) – Da: Psicologia Ambientale, dott.ssa E. Boschini; marzo 2012).

Verso la fine degli anni Settanta, Harold Proshansky (1920-1990), psicologo della scuola di New York (Graduate School and University Center of the City University), definisce compiutamente il concetto di identità di luogo:
“L’identità di luogo rimanda a quelle dimensioni del che definiscono l’identità personale dell’individuo in relazione all’ambiente fisico attraverso un complesso sistema di idee, credenze, preferenze, sentimenti, valori e mete consapevoli e inconsapevoli, unite alle tendenze comportamentali e alle abilità rilevanti per tale ambiente” (Proshansky 1983).

In altri termini l’identità è precisata come “l’insieme di credenze, interessi, atteggiamenti e valutazioni attraverso cui l’individuo definisce se stesso unitamente a valori, emozioni e comportamenti a esso legati” (Migliorini, Venini; 2001).

Da “Isole d’inverno” (foto di Federica Di Giovanni)

Il campo, a cavaliere tra varie discipline: psicologia, antropologia, estetica, sociologia, architettura; perfino la geografia, può essere scomposto e analizzato sotto vari aspetti, che potremo prendere in esame in seguito.
Qui ci interessa rimanere al tema proposto dalla studentessa – chiamiamola Beatrice – che deve preparare la tesi, e allo specifico ponzese.

Una prima risposta è stata che il tema ci interessa moltissimo e che è vantaggioso anche per noi definirlo meglio, per molti versi. Le abbiamo scritto:
“Vorremmo dire a Beatrice che ha avuto grande intuito. Non c’è posto al mondo al pari delle isole in grado di suscitare una così forte place identity, qualunque cosa essa sia!

Le abbiamo consigliato di leggere gli articoli sulla scelta di un francobollo per Ponza (2013) insieme ai commenti che quella proposta ha registrato, e di guardare le foto di Federica Di Giovanni in Isole d’inverno (vari articoli sul sito).
In effetti per arrivare alla proposizione per il francobollo bisognava identificare una immagine rappresentativa, “iconica” dell’isola. Tra le diverse opzioni qualcuno ha proposto la falesia e la spiaggia di Chiaia di Luna; io avrei preferito l’immagine del Lanternino, al porto, che più di tutte si imprime nella memoria di chi parte da- e di chi arriva all’isola. È stato invece scelto uno scorcio del molo borbonico

Sul francobollo di Ponza (era il 2013). Per la presentazione, in uno scritto di Piero Vigorelli: leggi qui; per ulteriori commenti e il parallelo con altre località, in un articolo di Rosanna Conte: leggi qui .

Altro florilegio di immagini da un modo di vivere e sentire è nel libro fotografico “Isole d’inverno”, prodotto in crowdfunding, della fotografa internazionale di origine ponzese Federica Di Giovanni – leggi e guarda qui.
Nel commento al libro uno dei redattori Ponzaracconta così scrive:Un isolano lo riconosci subito perché indistinguibile dalla pietra, dagli arbusti, dal vento.
Per questo un isolano non è mai solo: perché egli stesso è pietra, arbusto, vento.
Può esserci altrove un rapporto così viscerale, simbiotico, tra l’uomo e la terra dove vive? No, non può. L’isola è un microcosmo unico al mondo. (…)
(…) Nell’isola la comunità umana non nasce trasferendo sul territorio il proprio sapere, stravolgendo la natura ai propri bisogni. Qua accade esattamente il contrario: è il territorio insulare che ti costringe ad adattarti ad esso, che ti accetta solo a condizione che tu sappia comprenderne spazi, ritmi e stagioni”.
(…)
“Ma si può essere isolani anche se non si è nati su un’isola, o al contrario vivere su un’isola e non esserlo per niente?
Si può, ma è necessario un lungo processo di identificazione, di crescita, riservato a pochi.
Per diventare isolani, o per restarlo, non bisogna acquisire conoscenze, ma al contrario perdere quelle poche che si pensa di avere.
Solo liberandosi di se stessi, si diventa parte dell’isola.
Per questo, dicevo, le isole sono tutte uguali, ed anche gli uomini e le donne che le popolano. Perché l’esperienza di vita è la stessa, ad Alicudi come a Pantelleria.
Allo stesso tempo – ed è solo uno dei tanti apparenti, solo apparenti, paradossi dell’essere isolano -, le storie ed i volti sono sì tutti uguali, ma al contempo tutti diversi. Perché essere parte integrante di un luogo così intenso conferisce a chi riesce in questo processo di identificazione, un carattere ed una personalità altrettanto intensa” [Enzo Di Giovanni, in “Isole d’inverno”: leggi qui].

Da “Isole d’inverno” (foto di Federica Di Giovanni)

Tante declinazioni dell’isola, anche negli iscritti di Franco De Luca – amico e Autore di Ponzaracconta – cantore dell’identità isolana e dell’appartenenza al luogo, che ha intitolato un suo libro “Isolaitudine” (leggi qui).

Ma molti altri f’rastiere hanno cercato di carpire l’anima dell’isola, in scritti o in immagini. Qualcuno di genio, come Milo Manara…

 Per concludere questo primo approccio alla Place identity, mi pare che l’interesse di Beatrice sia centrato soprattutto sugli aspetti grafici.
Se ben comprendo il lavoro da fare sarebbe complesso e molteplice: estrarre una immagine rappresentativa dei diversi aspetti dell’isola (analisi), trasformarla in simbolo (icona) e ricomporre iI tutto in una immagine unitaria (sintesi).
Questo si evince, da un link esemplificativo che ci ha inviato, da un lavoro fatto (nel 2014) per la città portoghese di Porto (in italiano anche Oporto).

Nova identidade para a cidade do Porto – Em junho de 2014, fomos convidados a desenhar a nova identidade da cidade do Porto e da sua Câmara Municipal. Qui su YouTube:

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Tra i committenti del lavoro sembra di capire ci sia l’Amministrazione della città. Infatti le ricadute sono a diversi livelli, di immagine pubblicitaria, di linee guida dell’interesse dei visitatori, e anche sul decoro urbano.

E qui si torna ad un aspetto non secondario della Place identity, ovvero il concetto di Bellezza.
Infatti dei molteplici fattori attrattivi che sostanziano l’appartenza ad un luogo, alcuni (la maggior parte) sono in relazione con la storia personale di ciascuno; altri non dipendono dalla personalità del soggetto, ma hanno caratteristiche che li rendono universalmente belli e quindi preferenziali rispetto ad altri…
Il legame di noi amatori di Ponza si nutre di questa duplice componente.
Continueremo a parlarne (scriverne) per approfondire i tanti aspetti che sono emersi da questo primo approccio.

[Place identity (1)Continua]

1 Comment

1 Comment

  1. Tano Pirrone

    15 Ottobre 2021 at 21:08

    Zone, aree… radici storiche diverse, usi e costumi, mestieri, modi di vivere, dialetto… tutte specificità presenti a Ponza (per quello che innumerevoli volte, Sandro mi ha raccontato): contrasti forti che forse, messi a confronto grazie ad un’analisi distaccata – e quindi “neutrale” – possono contribuire, nel medio termine, a formare una comunità più coesa.
    Le comunità chiuse si emancipano più lentamente, soprattutto se si ha timore del cambiamento, che comunque giunge, legato all’economia e non legato ad uno sviluppo culturale adeguato (quindi anche di consapevolezza identitaria) e di confronto continuo e aperto con altre comunità simili.
    Forse la giovane ricercatrice è un’opportunità. E andrebbe utilizzata al meglio. Ma non basta leggere qualche articolo, anche ben fatto; bisogna che le sue conoscenze e le acquisite sensibilità si confrontino sul posto con la realtà socio-economica, culturale dell’isola, valutandone la cifra possibile del suo sviluppo. Difficile operazione, perché, a mio avviso, per esempio, la scelta del turismo di massa, che soddisfa la bulimia di guadagno, smorza ogni anelito a cercare soluzioni più coerenti e compatibili.
    La sicurezza degli estranei è proverbiale, ma ho trascorsi lontani abbastanza simili: il mio paese, radicato nelle propaggini degli Iblei, lungo la strada descritta da Verga nel suo racconto “La roba” (*), aveva l’orizzonte come finis terrae. Invece il mondo continuava, era più grande del paese e prometteva molto di più.
    In molti siamo andati via, pochi son tornati, ma quel paese non è mai diventato un paese migliore, almeno credo.

    (*) – Dall’incipit della novella: «Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, […]» – Da Giovanni Verga: La roba, Novelle per un anno, 1883.

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