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La canzone per la domenica (165). Mon manège à moi, di Yves Montand

di Luisa Guarino




Un doppio anniversario abbastanza vicino, il 13 ottobre il centenario della nascita, il 9 novembre il trentennale della morte, mi hanno fatto pensare che forse era il caso di dedicare questa canzone per la domenica a Yves Montand, attore e cantante, chansonnier come si diceva all’epoca, molto noto negli anni ’60, lontano anni luce e credo totalmente sconosciuto ai nostri giorni, se non da autentici cultori, peraltro attempati. Senza vergognarmi mi colloco nella categoria suddetta, e confesso di essere anche passata a fargli un saluto qualche anno fa al cimitero di Père Lachaise, dove sono sepolti tanti grandi poeti, scrittori e artisti, anche giovani, come Jim Morrison. Cercando notizie sulla sua attività di cantante però, mi sono resa conto che Montand (vero nome Ivo Livi, nato in provincia di Pistoia da padre contadino, ma che rappresenta Parigi e la Francia come pochi) è quasi più noto come attore che come cantante.

Yves Montand e Marilyn Monroe

Nel frattempo mi era già venuta in mente la “sua” canzone di cui avrei voluto scrivere: non quella più nota in assoluto, “Les feuilles mortes”, che è sicuramente il suo cavallo di battaglia nonché tratto identificativo, bensì “Mon manège à moi” (La mia giostra per me), che è invece una sorta di “bandiera” per Edith Piaf ed è forse più conosciuta come “Tu me fais tourner la tête” (Mi fai girare la testa). Il brano è del 1958 e fa parte dell’album “Dix chansons pour l’eté” registrato per l’etichetta Odeon. Girovagando su Youtube mi sono imbattuta in un video in bianco e nero che dura oltre 5 minuti, in cui Montand la canta su un palcoscenico, accompagnato da un gruppo musicale. Sinceramente sono rimasta un po’ interdetta: avevo in mente la versione di Edith Piaf, più movimentata, e il pur affascinante ed elegante chansonnier mi ha fatto quasi tenerezza, così statico, quasi funereo.


Un controsenso per un brano che dovrebbe esprimere gioia da tutti i pori: solo verso la fine della sua esibizione l’artista muove qualche passetto laterale, con finte uscite e rientri in scena sorridenti, strizzando un occhio a quello che in Italia si definiva ‘avanspettacolo’: in Francia non so, forse semplicemente ‘comédie’. Nonostante il tono lieve e il contenuto molto leggero però la sua voce profonda resta inconfondibile: certo, non è quella di “Les feuilles mortes” o dei tanti brani su testi di Jacques Prévert, ma per un doppio anniversario mi piaceva uscire un po’ dagli schemi consueti, ricordando un Yves Montand un po’ diverso, pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per una stella di prima grandezza come lui.




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