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Le valo-rose di Serena Dandini, giardiniera per caso (1)

Proposto da Sandro Russo

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Su la Repubblica di domenica 3 ottobre ho trovato interessante questo articolo–intervista di Dario Cresto-Dina a Serena Dandini, conduttrice televisiva che tutti conosciamo, di cui mi sono interessato qualche anno fa in occasione della recensione di un suo libro sui giardini (scritto realizzato per “Omero, Scuola di Scrittura in Roma”). Di interesse per chiunque ami e abbia a che fare con piante e fiori.

Serena Dandini: “Il mio paradiso tra le rose forti come le donne”
di Dario Cresto-Dina

Il paradiso terrestre è una nostalgia di uno stato di benessere e felicità. Il mio è fatto di piante e fiori
Le piante stimolano il sentimento della cura E solo in questi due anni abbiamo capito quanto sia importante

Serena Dandini è Chance la giardiniera.
Serve maturità per un ruolo del genere. A 67 anni, invece, Serena sembra ancora una ragazzina che fa i dispetti ai compagni di scuola.
Ha l’ironia sottopelle, parla e ride e ti fa ridere. Mi racconta dello scrittore praghese Karel Capek, di un suo «adorabile librino uscito in Italia nel 2018» che si intitola L’anno del giardiniere in cui l’autore spiega il motivo per cui servirebbe un giardiniere a capo di ogni governo perché i giardinieri sono ottimisti e «sperano sempre nella fioritura». E del giovane aiutante botanico che scoprì in Brasile i primi esemplari di bouganville, che presero il nome dell’ammiraglio esploratore Louis Antoine de Bougainville, il nobile che comandava la spedizione. Il botanico in realtà era una donna, si chiamava Jeanne Baret e per superare la proibizione a salire sulla nave si era travestita da uomo.
Naturalmente, non le fu riconosciuto alcun merito. E, ancora, di Agatha Christie, esperta di piante velenose, sapienza trasferita a molti assassini del suo Hercule Poirot.

Da dove cominciamo?
«Dal paradiso. Ognuno di noi ha una sua idea del paradiso. Il mio esisteva, era di piante e fiori. E terra, nella quale scavare con le mani».

Perché ne parla al passato?
«L’ho dovuto traslocare da un terrazzo di Roma, che ho perduto, al Salento. L’ho caricato su un camion e l’ho portato al Sud. Ora spero che sopravviva, sono le piante e i fiori che mi hanno ascoltata per tanti anni.
Sono io a sentirmi orfana».

Non mi dica che ci parla davvero con le piante?
«Ma certo, come Nanni Moretti nel film Bianca: hai troppo sole, poco sole, più acqua, meno acqua, cos’è che vuoi? Ho imparato in realtà da mia madre.
Lei parlava ai gerani, sul serio, con grande tenerezza. Ed era corrisposta».

Dunque, ha mantenuto viva una tradizione familiare.
«Vede, il paradiso terrestre è una nostalgia di uno stato di benessere e felicità. Penso alla mia infanzia, alla casa di mia nonna a Bagnaia, nel Viterbese, un luogo che non c’è più. Ho voluto ricostruire quello stato felice. Le sue ortensie. La nonna coltivava le ortensie blu, metteva i chiodi arrugginiti nella terra per creare questa variante di colore. Ho scoperto che funziona davvero, ci provi, chiodi arrugginiti, mi raccomando.
Ciascuno di noi ha un posto nel quale ha lasciato un pezzo di sé: può essere una casa su un albero o la solitudine, sono comunque tutte esperienze sentimentali che rincorrono un altrove quasi sempre inafferrabile».

Che cos’altro l’ha spinta verso questa passione?
«Il sentimento della cura che le piante ti aiutano a educare, sentimento che in questi ultimi due anni abbiamo capito quanto fosse importante e quanto abbiamo trascurato. Le piante vanno curate, le devi aspettare, le vedi crescere lentamente. Ci vuole pazienza, non devi avere fretta. Sono fragili, hanno desideri che vanno assecondati: dissetarle, coprirle quando fa freddo, ripulirle dalle foglie secche. Sono figlie mie anche loro».

Ha preso lezioni di botanica?
«Sono un’autodidatta in tutto, ho sbagliato un sacco di cose, e ho pagato gli errori a caro prezzo.
Mi consolo pensando a Monet che non faceva altro che ordinare ninfee perché gli morivano tutte. Ho letto molti libri e manuali, questo sì».

Dove si trova il vero paradiso terrestre?
«Nelle nostre mappe medievali è indicato come un luogo inaccessibile agli umani in Estremo Oriente, mentre le religioni orientali lo collocano in Estremo Occidente e questo spiega come l’impossibile è sempre ciò che è più lontano da te. Ma forse il paradiso è proprio questa Terra che ci è stata data e dalla quale rischiamo di scacciarci da soli. È stato Dio ad averla abbandonata perché gli esseri umani la stanno distruggendo».

Niente Adamo ed Eva, dunque?
«Eva ha mangiato la mela per noia. È stata la prima femminista della storia, è uscita dal paradiso terrestre per cercare nuova conoscenza. Non a caso Sant’Agostino chiama il suo gesto la felix culpa.
Eva decide che la storia deve andare avanti, mentre Adamo se ne stava lì inebetito dal fragore dei ruscelli».

Lei ha appena scritto un libro sulle eroine dimenticate, “Il catalogo di donne valorose”, giocando sulla parola valo-rose. Perché?
«Ho pensato, raccogliendo le biografie di donne che hanno fatto la storia rimanendo trasparenti alla storia stessa, che ci fosse in loro la bellezza e la forza della rosa, un fiore che amo moltissimo».

Boris Vian scrive: “Non vorrei crepare prima che abbiano inventato le rose eterne”.
«Ma le rose sono già eterne. Ci sono inverni nei quali sembrano abbandonarti, poi le ritrovi a primavera adornate di boccioli meravigliosi. Più le tratti male e più resistono, dando fondo a energie nascoste chissà dove.
Amo i mazzi di sole rose, ma anche di sole ortensie e di sole peonie che sono invece il simbolo dell’effimero, come le farfalle di Nabokov».

Negli ultimi due anni la pandemia ci ha tristemente allenato all’effimero. Come l’ha vissuta?
«Non serenamente, anche se possedevo ancora il terrazzo. Mi ha ferito il distacco dei corpi, la distanza dagli amici, dalla gente. La paura. Ho dovuto rinunciare ad abbracciare mia figlia Adele, che è ormai grande, ha 39 anni.
La malattia è entrata dentro a tutti, anche a chi non si è contagiato, e ci vorrà molto tempo per elaborare il lutto di questa esperienza. Ci sono stati troppi morti, troppo dolore.
Quando se ne va una persona cara, ti mancherà per sempre.
Gli altri dispiaceri della vita sono soltanto delusioni».

Molti sostengono che da questa tragedia usciremo migliori. Ci crede?
«Non lo so. Per natura non sono disfattista, ma preferisco rispondere con John Cage: le cose sono cambiate in meglio, ma così lentamente che non si vede. Pensi ai diritti sui quali la società è più avanti della politica, per fortuna esistono fenomeni che sono inarrestabili. Poi guardo a ciò che sta succedendo in Afghanistan e mi mordo la lingua».

I suoi e i nostri paradisi veri o immaginati diventeranno un podcast in sei puntate prodotto da Chora Media e che andrà in onda su Audible a partire dal 15 ottobre. Si tratta di brevi racconti di trenta minuti l’uno.
L’ultima capriola artistica di Serena Dandini?

«La mia carriera non è mai stata rettilinea, cerco di evitare le etichette. Ho scoperto in questi ultimi anni quanto mi piace scrivere. In questo caso il podcast non è radio né televisione, non è un articolo né un romanzo, ma un ibrido che mi concede tanta libertà di espressione e di recitazione. Lo vivo come un esperimento, eppoi provavo il desiderio di lavorare un po’ in solitudine.
Capirò se la mia voce narrante saprà portare chi ascolta da qualche parte o sarà una noia mortale. Male che vada si potrà sempre sentire per prendere sonno».


Nota

Serena Dandini, 67 anni, è conduttrice tv, autrice televisiva e scrittrice.
Ha una grande passione per le piante e i fiori
Dal 15 ottobre Serena Dandini debutta con un podcast in sei puntate prodotto da Chora Media che andrà in onda su Audible: sono racconti brevi di trenta minuti

L’articolo di Repubblica in file .pdf:

 

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