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“Procida l’alternativa” su Traveler

di Rosanna Conte

 

Ieri – come preannunciato su queste pagine qualche giorno fa, leggi qui -, con La Repubblica è stato dato in omaggio il magazine Traveler di National Geographic, che porta in copertina un’immagine coloratissima di Procida e il titolo cubitale Procida capitale.

All’interno, alle pagine 68-69, una grande foto della Corricella con in fondo la Chiaia e, dietro, le falde dell’Epomeo.

Il titolo dell’articolo, Procida l’alternativa, di per sé suggerisce che Procida è diventata capitale della cultura perché si propone come un modello diverso di isola. Consapevole di avere un’identità che poggia sul rapporto col mare, vissuto come spazio da percorrere in lungo e in largo attraverso gli oceani del mondo, ma anche luogo dove tornare per consolidare le proprie radici con gli affetti, le tradizioni, le abitudini isolane.

Per questo Procida non ha mai avuto bisogno di essere passerella di mondanità né ha mai invidiato le vicine Ischia e Capri che invece lo sono. Il turismo è arrivato tardi, ma questo le ha consentito anche di affrontarlo con modalità diverse: non ha mai rinnegato se stessa per piacere al turista, non ha mai venduto la sua anima.

Forse questo discorso suona strano qui a Ponza, dove esiste solo il turismo a cui si sacrifica tutto.

Abbiamo dato le nostre spiagge del porto, abbiamo dato il nostro silenzio fatto di voci della natura, abbiamo dato le nostre strade, ma ancor di più ci siamo spogliati dell’appartenenza  alla nostra comunità. Nel periodo turistico spesso non ci si saluta né ci si ferma a chiedere: “Come stai?”. Si è solo presi dal guadagno. Bisogna guadagnare in pochi mesi quanto serve a sostenerci bene per il resto dell’anno. E questo è diventato norma. La capacità imprenditoriale ponzese si esplica con azioni intensive: accaparrare tutte le fonti possibili di guadagno estivo senza pensare a un prolungamento delle attività oltre il periodo canonico che potrebbe consentire anche guadagni maggiori. Ma tant’è!

Ponza non potrà mai pensare di candidarsi a capitale della cultura. Non le interessa, non la riguarda, la distoglierebbe troppo dai suoi affari. Ma prima ancora bisogna considerare la gravità della sua salute culturale. I beni archeologici sono all’abbandono, mancano presìdi basilari di sviluppo e alimentazione della cultura, come una libreria e una biblioteca, non ci sono  luoghi di conservazione di documenti e memoria come archivi e musei, d’inverno manca addirittura l’edicola e per tutto l’anno manca anche un cinema.

Forse è per questo che in maniera più immediata ci si butta a capofitto nelle attività “turistiche” estive. Costruire cultura richiederebbe troppo tempo, ma ancor di più… richiederebbe molta fatica e nemmeno equamente remunerata. Il problema si presenta come un gatto che si morde la coda: chi non ha cultura, non ne comprende il valore né la bellezza e non ritiene che possa meritare attenzione.

A Procida, invece, la cultura è di casa, una cultura che intreccia tradizioni, rinnovamenti, stagioni, prodotti della terra, architetture, quartieri, accoglienza di quanto ricade nel culturale, iniziative… insomma è un insieme composito simile alla sua terra ferace gravida di frutti.

Fermento continuo, articolato nelle tante sfaccettature della quotidianità, la cultura è  vitalità che chiede e dà.

Il panorama del golfo orientale dell’isola, con Marina Corricella e Terra Murata da una parte e il Golfo di Napoli
e il Vesuvio sullo sfondo

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