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Il grido di rabbia di Martina, la figlia di Mimmo Lucano

Proposto da Sandro Russo, sulla scorta di un articolo segnalato da Patrizia Angelotti

 .

Sono sempre stato – per così dire “romanticamente” – attratto dalla figura e dalle gesta di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace diventato personaggio mediatico conosciuto in tutto il mondo. Non soltanto io evidentemente, se solo due anni fa sul sito Lucia Francesca Di Giovanni, giovane studentessa universitaria, ha sentito il bisogno di mandare la sua testimonianza su un evento – Il giorno di Mimmo Lucano alla Sapienza – cui aveva assistito.

Mimmo Lucano alla Sapienza. 2019

Passano gli anni…
Dall’Anteprima inviata agli abbonati di Repubblica di questa mattina 1° ottobre 2021 traggo queste anticipazioni degli articoli del giornale:
“L’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi di carcere: il doppio della pena richiesta dai pm.
Lucano era stato incriminato per una serie di reati legati al modello di integrazione degli immigrati realizzato nella cittadina calabrese, diventato celebre in tutta Europa.
Il segretario del Pd Letta parla di “un messaggio terribile, che farà crescere la sfiducia nei confronti della magistratura”.
“È una condanna che mi ferisce per sempreha detto Lucano –. Ma rifarei tutto. Se la sinistra perde di vista la tutela degli ultimi, che cosa diventa?”.
Commenta Francesco Merlo: “Salta persino la prudenza che magari ipocritamente tutti noi ad ogni lettura di sentenza esibiamo in attesa delle motivazioni. C’è, infatti, il troppo che stroppia, cioè deturpa, da quella parola turpis che, senza andare troppo in fondo, arriva al dunque, e trasforma ogni cosa nel suo contrario, è l’eccesso che rovescia la giustizia quale che sia la colpa di Lucano, quale che sia la virtù di Lucano, quale che sia la verità di Lucano”.

Come terzo atto tiro fuori e propongo ai Lettori uno scritto inviato da Patrizia Angelotti, amica di vecchia militanza nel campo della scrittura e dell’impegno sociale: la testimonianza della figlia di Mimmo Lucano, Martina, dell’aprile 2020 (da https://comune-info.net/tutta-la-mia-rabbia/ , con numerosi commenti e alcuni link), che mantiene tutta la sua attualità.
Sandro Russo

La vignetta di Ellekappa su la Repubblica di oggi 1° ottobre 2021

 

Tutta la mia rabbia
di Martina Lucano del 17 Aprile 2020 –

Quello di Martina Lucano, figlia di Mimmo, è un grido. Ma non sembra isolato, nasce in questo tempo sospeso come invito a gridare, discutere, nutrire la memoria, ad esempio su Riace, dove molti hanno cercato risposte alla domanda: cosa possiamo fare per trasformare il mondo in un luogo migliore? Per questo è anche un grido di rabbia e dolore per Becky, accolta a Riace e uccisa dalle fiamme nel ghetto di San Ferdinando, per la quale non c’è mai stata neanche un’indagine. Un grido di rabbia contro i Decreti sicurezza. E contro chi ha aggredito la storia di Riace. Ma è anche un grido con cui riconoscere ciò che fa sbocciare speranza, come la ribellione di tanti e tante alle mafie. È un grido di libertà, quella insegnata a Riace dagli zingari. È un grido pieno di vita, per restare stretti al messaggio di Mimmo Lucano

Riace (foto di Roberta Ferruti)

C’è stato un momento, prima che tutto precipitasse, in cui per un attimo ho avuto una speranza. Mi ricordo sempre di quel momento, per la violenza con la quale, subito dopo, quell’unica speranza crollò.
Era il dicembre del 2017, qualche giorno prima di Natale. A ottobre mio padre aveva ricevuto un avviso di garanzia: era in corso un’indagine che coinvolgeva praticamente tutti gli operatori dell’accoglienza a Riace. Lui, Domenico Lucano, era il maggiore imputato. Fummo sconvolti, ma non avemmo neanche il tempo di accorgercene.
Negli ultimi anni in tantissimi hanno conosciuto la storia di questo paesino in cui la maggior parte dei residenti sono stranieri. Qualcuno l’ha considerato un miracolo, altri una minaccia. Per chi abita lì, la realtà è semplice, e il suo volto, autentico.
C’è un verso di Jacques Prévert che mi torna sempre in mente quando penso alla storia di mio padre, dice era semplice, eppure bisognava pensarci.

Quello che ci hanno insegnato gli zingari
Bisogna pensarci, perché un posto cominci a esistere. E non è tanto una metafora. Negli anni della mia infanzia ho vissuto un mondo piccolo, senza scambi. Se dovessi dire quali furono allora le esperienze più incisive, dovrei parlare degli zingari. Ogni anno, a settembre, il paese si riempiva di pellegrini per la festa patronale. Le comunità rom della Calabria sono anche loro devote ai nostri Santi, ed era uno spettacolo incredibile vederli riempire i cortei in processione, danzando. Era un vero evento: tutte le porte erano aperte per chi veniva da fuori.
Forse, se veramente c’è un modello Riace, come spesso hanno scritto, è quello che ci hanno insegnato gli zingari: la libertà, fuori da ogni vincolo territoriale, ma salda nella storia dei popoli.

Quando negli anni Novanta ci fu il primo sbarco di curdi, tanti fili cominciarono a intrecciarsi. Si cominciò a pensare quello che prima era semplice. Quei migranti sfuggivano a un regime, avevano delle rivendicazioni. Con loro, l’antica ospitalità “devota” cominciava ad assumere un senso politico. Si secolarizzava, per così dire, diventando intervento, e poi programma. Riace non aveva, per conto suo, alcuna opportunità. Il comune era un’istituzione praticamente vuota. Di qualche utilità ma senza alcuna idea del futuro. Quell’idea ci venne invece dal mare, che nessuno se l’aspettava e cambiò per sempre la nostra storia. Raccontarlo adesso, ripercorrere quegli avvenimenti, mi lascia qualche amarezza…

Quel dicembre del 2017, dopo vent’anni di incredibile storia, messo alle strette dai tagli sui progetti, per la prima volta sentii dire a mio padre la parola “basta”.

I CAS, centri di accoglienza straordinaria, nella fattispecie, non sono altro che campi di contenimento. Mi sembra sempre sorprendente che ci si possa scandalizzare per fatti passati, fatti della memoria, e restare completamente indifferenti circa il presente. Wittgenstein diceva che si commemora solo ciò che si vuole dimenticare, e rispetto alla realtà dei campi, che contrassegna drammaticamente la storia contemporanea, ciò è particolarmente vero.

A Riace non sono mai esistiti i campi. La fisionomia del borgo non lo consentiva, la sua cultura non poteva in alcun modo contemplarli. I migranti hanno abitato le case vuote di altri migranti; anche questo era semplice, pensandoci.

Tra gli ospiti del CAS mi ricordo di Becky Moses, veniva dalla Nigeria. Di lei si è parlato un po’, poi più nulla. Quell’anno la commissione territoriale che sceglie chi può restare decise che per lei non c’era posto. Prima di partire andò al comune per avere il documento d’identità. Almeno un nome sul suo viso giovane e già segnato, come tanti… Non avrebbe potuto, senza il permesso di soggiorno non si può. Mio padre gliela fece lo stesso: quella carta, qualche settimana dopo, servì solo a riconoscere i suoi resti tra le macerie dell’incendio nel ghetto di San Ferdinando, il 27 gennaio del 2018.

Per la prima volta nella mia vita scoprii che il male non è un termine astratto. C’era un corpo su cui si era trattato, si era deciso, eppure la sua fine fu venduta come un fatale incidente. Aveva ventisei anni.

Sempre dicembre, tre anni dopo, 2019. Mio padre riceve un nuovo avviso di garanzia. Falsità ideologica. Di nuovo una carta di identità rilasciata “illecitamente”. Quando me la mostra però sorrido. Sulla fototessera c’è il viso rotondo di Filomon. Ha quattro mesi. Era arrivato a Riace nell’aprile 2016, quando aveva appena sei giorni. Era nato in Italia, sua madre l’aveva dato alla luce a Reggio Calabria, qualche giorno dopo lo sbarco della nave su cui aveva viaggiato, sola, dall’Africa, e al termine della sua gravidanza. Mio padre mi racconta che allora, quando fu chiamato dalla prefettura di Reggio Calabria per stabilire il loro trasferimento a Riace, Carmela Marazzita, l’assistente sociale del reparto immigrazione, gli aveva riferito quella storia quasi commossa.

Riace.2 (foto di Roberta Ferruti)

L’STP è un codice che viene rilasciato dalle aziende sanitarie locali ai migranti non comunitari perché abbiano garantita l’assistenza sanitaria. Ma basta solo per i servizi di base. Filomon aveva un’insufficienza enzimatica, aveva bisogno di un pediatra. Per assegnarglielo serviva la carta d’identità. Mio padre la firmò per lui e per sua madre.

Non m’importa se ora ci sarà un nuovo processo, se dopo l’arresto, l’esilio, il processo già in corso, mio padre dovrà tornare a testimoniare per la sua innocenza. Il mio orgoglio supera il dolore.
Ma provo rabbia, per le morti senza nome nei tendoni della piana di Gioia Tauro, per quelle misure senza scrupoli, perché siamo ciechi e sordi e nulla riesce più a toccarci. E non smette di sembrarmi assurdo che per Becky, per quella carta di identità che le è sopravvissuta, non c’è mai stata nessuna indagine. Perché? Per quella fine così odiosa? Perché quel campo porta incisi i caratteri dello Stato?

La prima manifestazione con le bandiere nere
C’erano delle irregolarità nel sistema, a Riace. È vero, non meno del fatto che mai la dignità di qualcuno è stata calpestata. Quelle imperfezioni rappresentarono a lungo e per molti un’eccellenza nel panorama mondiale dell’accoglienza ai rifugiati. E fu mio padre stesso a richiedere un’ispezione alla Prefettura. Allora non potevamo immaginare che ciò si sarebbe trasformato in un procedimento giudiziario. Ma qualcosa stava mutando nel clima del nostro Paese. Parlare di migrazioni diventava ogni giorno di più il centro di una polemica amplificata strumentalmente, il consenso politico era dipendente da quel linguaggio, da quel modo di comunicare quasi esclusivamente insofferenza e ostilità. Sarebbe stato necessario allora, e non solo per la sinistra, ma per la tenuta della nostra democrazia, che quel tema non fosse trattato come una storia a parte. Ciò ha aumentato solo il senso di discriminazione, offrendo anzi una base giustificativa a quanti erano intolleranti, e ora potevano urlarlo.

Gli anni appena trascorsi li ricorderemo con tristezza: neofascismo, xenofobia, sovranismo degli Stati, hanno costruito il nuovo scenario presente.
Non avevo mai visto una manifestazione con le bandiere nere. Successe proprio allora. A Riace, nell’estate del 2017, un gruppo di Forza Nuova si riunì sotto il municipio. Con sdegno leggevano i risultati dell’ispezione, un documento finito su Il Giornale prima che potessimo leggerlo. “Il modello Riace è criminale!”. La risposta di mio padre fu di chiedere un’altra ispezione, e più approfondita.

Ho imparato che la verità è un compito paziente. Non basta domandare. Bisogna tener fede alla propria coscienza, per senso di responsabilità verso gli altri.
Per avere la relazione relativa alla seconda ispezione trascorsero mesi lunghissimi. Tutti lo dissuadevano, gli intimavano di non insistere. Al telefono con me, mio padre non parlava d’altro. Ho tenuto sempre da parte il mio affetto, le mie sofferenze. È un orribile sacrificio, ma non sarei potuta essere d’aiuto altrimenti. Quando finalmente poté leggerla era felicissimo. Anch’io lo ero. Si parlò a lungo di quel documento che non aveva affatto l’aria di un documento: una fiaba, dissero. Eppure non bastò. Riace paese dell’accoglienza non esiste praticamente più. Esistono ancora, invece, i Decreti Sicurezza, l’unica concreta eredità lasciata dall’ultimo governo.

Dove sboccerà la speranza?
Quando si insediò, fu qualche giorno dopo un omicidio avvenuto a Rosarno, a sfondo razzista, il 2 giugno 2018. Volli ascoltare il discorso del Presidente del Consiglio, ero curiosa di sentire se ne avrebbe fatto menzione, vista la posizione per nulla neutra del suo ministro dell’Interno sui temi dell’immigrazione. Da parte delle istituzioni non ci fu a riguardo nessuna parola significativa. Mi ricordo invece della manifestazione che ci fu a Rosarno, sempre in quei giorni. Nelle immagini alla tv, quel corteo sfilava sulle strade deserte della città, i braccianti neri reggevano i cartelli con la faccia di Soumaila Sacko. Qualcuno si affacciava alla finestra, sbirciando appena. C’era solo un bianco, un solo rosarnese, anziano ed energico, sceso a protestare con loro. Lo riconobbi subito, era Peppino Lavorato. L’avevo visto a Riace tante volte al fianco di mio padre. Il suo nome è legato alla lotta alla mafia, come quello del suo compagno Giuseppe Valarioti, martire della ‘ndrangheta. La lotta alla criminalità in Calabria è tutta in quella immagine. E mi piace pensare che è da lì che muoverà la vera avanguardia per il riscatto del Sud. Una storia che dovrà sbocciare.

Ora penso spesso alle ultime parole di Socrate nel processo che lo condannò a morte. Quando ero studentessa di filosofia le sentii per la prima volta e furono come il suggello di un sentimento che provavo da sempre. Senza recriminare nulla ai suoi accusatori, Socrate rivolgeva loro una supplica:
“… quando siano cresciuti vendicatevi sui miei figli, cittadini, dando loro lo stesso fastidio che davo io a voi, se vi sembrerà che si curino della ricchezza o di qualsiasi altra cosa più che della virtù; e se avranno l’aria di essere qualcosa senza essere nulla, rimproverateli – come io facevo con voi – perché non si curano di ciò che dovrebbero, e presumono di essere qualcosa mentre in realtà non valgono nulla. Se così farete avrò avuto da voi – io con i miei figli – quel che è giusto”.

Con queste parole resto stretta al messaggio di mio padre. Qualunque cosa accada.

Copertina LEFT Avvenimenti Settimanale- n° 41. 12 ottobre 2018

Mimmo Lucano (foto Ansa Ettore Ferrari)

Appendice del 2 ottobre 2021

Ci fa piacere registrare, sulla condanna di Mimmo Lucano il parere di Michele Serra, dalla sua Amaca odierna, su la Repubblica

L’amaca
Che fatica il giudizio politico
di Michele Serra

La paurosa sentenza su Mimmo Lucano, ben al di là delle spiegazioni leguleie che valgono a soddisfare solo gli appassionati del genere, ha un pregio. Conferma che il vaglio giudiziario delle vicende umane non ci dispensa dal giudizio etico e dal giudizio politico, che sono a nostro carico. La giustizia non può prenderne il posto se non come parodia burocratica della verità umana (nella peggiore delle ipotesi: vedi questa sentenza) oppure, migliore delle ipotesi, come laboriosa applicazione di regole e leggi indispensabili alla vita di una comunità, e però scritte dagli uomini, dunque non Verbo.
Guai a rinnegare questa pratica dura e fondamentale, l’amministrazione della giustizia, che con tutti i suoi limiti serve a farci vivere insieme. Ma guai a pensare che basti un giudice a sollevarci dal diritto/dovere di avere un’opinione nostra sulle cose della vita.
Il giudizio su Lucano non muta di una virgola nemmeno se questa virgola è il colpo d’ascia del tribunale di Locri: è stato un generoso assemblatore di sogni e di solidarietà, a costo di aggiustare a favore dei suoi protetti regole dello Stato. Un disobbediente, non un delinquente.
Allo stesso preciso modo il giudizio su Luca Morisi precede, e di molto, le carte a suo carico per storie di droga (da depenalizzare al più presto). Vale, per giudicarlo malissimo, il suo lavoro di avvelenamento doloso della Polis.
La decrepita polemica su indagini e sentenze applaudite o fischiate a seconda di chi ne è coinvolto sarebbe molto ridimensionata se il giudizio politico avesse, almeno in politica, più peso dei faldoni giudiziari che troppo spesso hanno sollevato partiti e opinione pubblica dalla fatica di prendere posizione in proprio, senza aspettare, comodi comodi, avvisi di garanzia e sentenze.
[Da la Repubblica del 2/10/2021]

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