Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

Renzo Piano ha realizzato la Casa del Cinema a Los Angeles

segnalato da Sandro Russo

.

Una imperdibile intervista di Federico Rampini a Renzo Piano  – da la Repubblica di ieri, 20 settembre – sulla creatività, il cinema e i rapporti tra l’architettura e la settima arte.

Il Museo di California, Los Angeles Academy Museum of Motion Pictures (foto di Ringo Chiu)

CULTURA
LOS ANGELES
Renzo Piano “Così ho dato una casa al cinema”
dall’inviato di Repubblica Federico Rampini

 – A pochi giorni dall’inaugurazione dell’Academy Museum of Motion Pictures l’architetto ne racconta i segreti
– “Chi progetta, come i registi e i maestri della fotografia, gioca con il rapporto tra luci e ombre

PARIGI – Era da cent’anni che Los Angeles tentava, invano, di darsi un museo del cinema. Faide e scontri di potere tra i magnati egomaniaci delle major di Hollywood, e perfino il 1929 e la Grande Depressione, fecero deragliare tanti di quei progetti. Alla fine, per realizzarlo la mecca del cinema mondiale ha dovuto rivolgersi a Renzo Piano. Sono riusciti “addirittura” a dargli il visto per volare alla cerimonia inaugurale del 28 settembre, di questi tempi un privilegio inaccessibile a molti Vip europei (perfino l’assemblea generale Onu a New York si tiene virtualmente).
La storia d’amore tra Piano e l’America si arricchisce così di un altro gioiello e di un capitolo nuovo, forse il più sorprendente.
Questo è in assoluto il paese al mondo più attratto verso il grande architetto italiano: negli Stati Uniti portano la sua firma ben 25 opere importanti, dal Whitney al nuovo campus della Columbia University alla sede del New York Times, dal museo di scienze naturali di San Francisco a varie pinacoteche nel Massachusetts e in Texas. Altre creature di Piano sono già in cantiere fra New York, San Francisco, Baltimora. Oggi tocca a lui affrontare con questa inaugurazione sulla West Coast almeno tre nuove sfide incrociate.

L’Academy Museum of Motion Pictures è la prima grande opera dalla visibilità globale che s’inaugura mentre la pandemia non è ancora finita. È una scommessa del cinema sulla propria sopravvivenza dopo l’assalto feroce dello streaming. Infine l’apertura a Los Angeles avviene in pieno revival di antiamericanismo in quel mondo della cultura europea di cui Piano è un esponente autorevole. Ne parliamo nel suo studio parigino di Rue des Archives, alla vigilia della sua partenza per la California.

Cominciamo dall’arte che viene celebrata in questo Academy Museum of Motion Pictures. Qui in America le sale cinematografiche hanno riaperto da mesi eppure sono semivuote.
Si teme che il periodo dei lockdown abbia segnato il trionfo definitivo dello streaming e quindi della fruizione casalinga, solitaria. Invece il suo museo è un trionfo di grandi sale di proiezione. Un atto di fede?
«Il cinema a casa non darà mai la stessa condivisione del piacere.
Anche un concerto puoi ascoltarlo in cuffia, ma è un’altra cosa immergersi nella musica in mezzo a duemila persone. Sappiamo che nelle biblioteche pubbliche, molti vanno non per cercare un libro ma per goderselo in compagnia. Il cinema è rito collettivo, cerimoniale, celebrazione comunitaria di una bellezza».

Un’arte così giovane, che continua a cambiare sotto i nostri occhi, può già essere “fissata” in un museo?
«Questo non è un museo nel senso tradizionale. Non pretende di cristallizzare la storia del cinema, bensì di accoglierne il futuro. Già sono programmate qui centinaia di anteprime. Sarà il luogo dove tanti potranno sentirsi parte di una comunità di appassionati, dove i cineasti si spiegheranno, faranno scuola, sperimenteranno. È più una fabbrica che un museo. La velocità del cambiamento che è tipica del cinema (scienza, arte e tecnica, la definisce l’Academy) qui viene assecondata. Quand’ero ragazzo io, nelle sale cinematografiche c’erano ancora le ballerine da avanspettacolo e il pianista che suonava dal vivo. Lo dico per ricordare quante stagioni ha conosciuto il cinema, quanto si è reinventato non solo negli ultimi cento, ma anche negli ultimi vent’anni. Il Museum ha 16 proiettori per seguire tutte le metamorfosi tecnologiche già note, dal cinema muto al tridimensionale: altre ne verranno, e questo edificio ha la flessibilità per accoglierle. L’ambizione di farne un vascello sperimentale è cresciuta strada facendo, con amici e compagni di strada come Steven Spielberg e Joel Coen e tanti altri abbiamo voluto introdurre qui la dimensione della ricerca tecnologica».

A proposito di flessibilità: questo edificio la applica alla lettera. Los Angeles è nel cuore di una regione sismica, su cui pende la minaccia del Big One. I californiani si considerano esperti eppure sono usciti sui media locali dei reportage pieni d’interesse la soluzione tecnologica che lei adotta.
«Il vascello del museo lievita su otto ammortizzatori che sono altrettanti assorbitori di energia. L’edificio può rimanere praticamente immobile anche qualora la terra sottostante oscilli di due piedi, circa 70 centimetri.
Tra le novità tecnologiche c’è un’antenna al carbonio, applicata alle macchine di proiezione, che oscilla con il vento».

Los Angeles attira come una calamita pregiudizi e stereotipi. In quest’epoca in cui l’Europa torna a gonfiarsi di risentimento verso gli Stati Uniti, questa condensa ricorda tutto il male che gli intellettuali del Vecchio continente hanno sempre pensato dell’America: finta città, ameba urbana, conglomerato senz’anima e senza storia, mostro di celluloide e di silicone, è lungo l’elenco di maldicenze. Un creatore come lei, che spesso s’ispira al Rinascimento italiano, come ha affrontato questa strana città?
«Non è la mia prima volta a Los Angeles, dove ho già lavorato al museo di arte contemporanea Lacma, vicinissimo. Ho combattuto contro quei pregiudizi europei, contro l’idea che Los Angeles è una schifezza, una megalopoli senza storia e senz’anima. Invece possiede una magia vera, un genius loci nascosto. Anche a prescindere dalle civiltà precolombiane che ora vengono riscoperte con attenzione, nella modernità Los Angeles ha già stratificato una sua storia.
L’Academy Museum nasce in parte da un edificio “storico”, del 1939, i grandi magazzini della May Company che erano un po’ La Rinascente dei californiani, un luogo molto amato, un’icona all’inizio del cosiddetto Miracle Mile. Los Angeles senz’anima? Non può esserlo una città che il cinema ha immortalato in molteplici capolavori da Sunset Boulevard a Chinatown da The Long Goodbye al Big Lebowski. E poi Los Angeles cambia, sta perfino diventando una città ospitale per i pedoni, un’impresa che sembrava impossibile. Proprio vicino all’Academy Museum apre una stazione del metrò. L’area compresa tra il museo del cinema e quello di arte contemporanea ha la vocazione di essere una piazza all’italiana, ricca di occasioni di vita comunitaria, di socialità».

Per lei è l’occasione di continuare un dialogo con il cinema, iniziato molti anni fa.
«Ho sempre avuto amici in questo mondo, da Michelangelo Antonioni a Roberto Rossellini il cui ultimo film fu un documentario sul Beaubourg-Centre Pompidou.
A Parigi ho disegnato la Fondazione Pathé, a Lione sto progettando la sede del museo dei Fratelli Lumière. Superati gli anni Ottanta, ogni tanto mi succede di fermarmi a guardare indietro, e ho ancora negli occhi la meraviglia della prima volta in cui mi sono avvicinato ad altre forme di arte.
Tutti i miei edifici incontrano il tema della rappresentazione, della semantica. Fin dalla sua nascita l’architettura è stata simbolica.
Cimentarsi con un ritratto del cinema è affascinante, perché il suo dialogo con l’architettura è costante: registi, maestri della fotografia, architetti, siamo tutti impegnati a giocare con il rapporto tra luci e ombre. Nell’Academy Museum il movimento continuo dalla luce all’ombra è illustrato anche dai ponti che collegano la sfera di vetro con le sale di proiezione e l’edificio pre-esistente della May Company che ospiterà tante esposizioni. Rossellini m’insegnò a osservare il Beaubourg guardando non l’edificio stesso, ma gli sguardi dei visitatori. In questo museo di Los Angeles ci deve essere qualcosa per cui la gente ci sta bene: la luce.
Disegnandolo ho ripensato a Jorge Luis Borges quando scrive che qualsiasi attività creativa è sospesa fra la memoria e l’oblio: l’arte di evocare, risvegliare dal profondo della tua memoria delle emozioni, questo è andare a caccia della bellezza. E questo è il grande cinema».

 

Il museo in California L’Academy Museum of Motion Pictures di Renzo Piano (foto a sinistra) a Los Angeles

Devi essere collegato per poter inserire un commento.