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Ventotene, nel racconto di John Steinbeck

Ripreso, a cura della Redazione, dalla rubrica di Gabriele Romagnoli, su la Repubblica di oggi

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La prima cosa bella di martedì 7 settembre 2021 è John Steinbeck a Ventotene, durante la seconda guerra mondiale. Ho ritrovato un vecchio volume, C’era una volta una guerra, con le sue corrispondenze da Inghilterra, Africa, Italia.

Tutte notevoli, le ultime esilaranti. Ventotene, insuperabile. Ci arriva nel dicembre del ’43. La task force della marina americana prevede di sbarcare al tramonto della luna: la missione è conquistare l’isola e il radar tedesco che lì si trovava. Parte un equipaggio straccione: paracadutisti in mare, arrivati a pezzi dall’Africa. Fa buio pesto. Sull’isola, nessuna luce. Il megafono lancia un ultimatum.

Allo scadere, tre razzi bianchi segnalano la resa italiana. Viene mandata una scialuppa con cinque uomini, ignari che i tedeschi fossero 87, asserragliati intorno al radar. Il porto di Ventotene è un’insenatura stretta che termina con una parete rocciosa. Nell’oscurità il capitano dei cinque sbaglia due volte manovra, attraccando due volte prima della vera imboccatura.

Al terzo tentativo, riesce. Una folla di italiani scende a mare gridando: “Ci arrendiamo” e ammucchia tutti i fucili sulla darsena. Sembrano confusi, contenti e spaventati. Si fa incontro l’unico che parli inglese, prigioniero politico da 3 anni. In pigiama rosa, ma assai dignitoso. Dice che anche i tedeschi, e rivela quanti sono, verranno ad arrendersi. Il capitano e i suoi 4 uomini si guardano perplessi, ma accolgono la notizia con la dovuta serietà. Il confinato spiega: “S’è visto che avete fatto sbarcare altre truppe, per ben  due volte, al frangiflutti e al falso porto, quindi siete in superiorità numerica. E’ dunque una resa onorevole”.
Il capitano assente. Steinbeck non lo dice, ma probabilmente l’uomo in pigiama rosa gli strizza l’occhio.

 

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