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Uomo che cade

Tre spunti proposti da Sandro Russo

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Segnalo tre aspetti di un tema comune.

L’articolo di Gabriele Romagnoli su la Repubblica di oggi;
il filmato (della durata di 11 min) del 7° episodio (Messico) dal film 9/11 di Alejandro González Iñárritu (film corale, di 11 registi, uscito a un anno esatto dall’attentato alle Torri Gemelle)
la foto simbolo dell’evento

Da la Repubblica del 17/8/2021

Quegli uomini che cadono
di Gabriele Romagnoli

Il volo nel vuoto di chi fugge da Kabul

Quei due uomini che cadono dal carrello dell’aereo in decollo da Kabul precipitano in un cerchio tragico della storia, senza rete, largo vent’anni. A chiunque ne hanno ricordati altri che, l’11 settembre 2001, si lanciavano per non bruciare dentro le Torri Gemelle. Tutti quanti, ora e allora, fuggivano da una morte lenta: non sceglievano un’impossibile salvezza, ma solo una fine più rapida.

Vent’anni fa gli aerei portatori di morte colpivano New York.
Erano partiti da altre città dell’America, ma in realtà da molto più lontano, dalle basi di Al Qaeda in Afghanistan, dove quegli atti di terrore erano stati congegnati. Adesso altri aerei tentano una rotta simile, dalla capitale afghana verso l’Occidente, ma per fornire riparo ai pochi riusciti a salire a bordo. L’intento è diverso, l’esito in parte lo stesso: piccole esistenze vengono scaricate. Le respinge il cielo, pretesa senza fondamento. Le attrae la terra, il suo campo di gravità è un destino letale.

Diciamo di quei corpi che sono in “caduta libera” e mai espressione fu più mistificante. Si lasciano andare perché sono già prigionieri di un futuro inaccettabile al cui disegno non hanno contribuito. Lo fanno per una forma di disperazione paradossalmente minore. I sopravvissuti alla ritirata di Russia raccontano che «era più facile lasciarsi morire»: metteva fine alla fatica e al dolore. Superavano cadaveri con volti pacificati, proseguendo verso una vita che non li avrebbe mai portati lontano da lì, nella depressione dei giorni e nel tormento delle notti. La disperazione maggiore è loro, di tutti quelli che si consegnano alla storia come promessa, se non come risarcimento, che diventano profughi, orfani, vedove per poter essere testimoni e dire che “non si ripeterà”.

Invece accade ancora. Vent’anni non sono niente, è un frusciar di pagine, ma all’indietro. Rivediamo video analoghi, preceduti da scritte che inducono alla cautela perché non «venga urtata la nostra sensibilità». Povere stelle. Anche per questo non ci è stato detto molto di quel che stava accadendo. A un certo punto abbiamo saputo che “i nostri” se ne stavano andando. Poi che “i cattivi” stavano tornando, sarebbero arrivati fra tre mesi, forse uno: erano già lì. Viviamo tragedie epocali ma non riusciamo mai a immaginare il peggio: che le torri crolleranno, che Kabul non resisterà. Abbiamo costruito una cultura di carta velina per separarci dalla sofferenza e dalla morte. La squarciano visioni che definiamo impensabili. Quei puntini che scendono, chi sono? Restano nell’ignoto. Poiché si schiantano ci fanno la grazia di rendersi irriconoscibili: non diamo loro un nome, una vicenda, un lavoro dalle 9 alle 5, un matrimonio recente, una passione costante. Eppure precipitano in un vuoto che dovremmo conoscere perché abbiamo contribuito a crearlo in vent’anni sprecati, andata e ritorno per non rimediare a niente, non creare nulla. Inermi, ci ripariamo dietro l’arte, evochiamo Golconda di Magritte (*) o il Falling Man di DeLillo (**), di cui vale riscrivere questa frase: “Nessuno sapeva ciò che sapevano loro nell’ultimo minuto di chiarezza, prima della fine di tutto”. Il sospetto è che dall’alto vedessero la storia rincorrersi in cerchio intorno a una voragine.

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Episodio #07: “Messico” – Regia: Alejandro González Iñárritu

“Schermo nero. Rumori di fondo e voci di vita quotidiana, interrotti all’improvviso dalle urla dei testimoni dello schianto del volo AA11 contro la Torre Nord del World Trade Center. Mentre lo schermo nero viene ogni tanto interrotto dalle immagini di repertorio degli attentati, si sovrappongono le voci degli annunci in televisione, delle urla delle vittime, delle esplosioni degli aerei, delle chiamate fatte dalle vittime e dai loro parenti.
Il sonoro si interrompe e si vedono le due Torri crollare senza sonoro.
Le voci di fondo ricominciano su un fondo di violini, mentre lo schermo dopo un po’ passa gradualmente dal nero al bianco. Appaiono due scritte, una in caratteri arabi e una in caratteri latini, del medesimo significato: “La luce di Dio ci illumina o ci acceca?”. Le frasi infine scompaiono in una luce accecante” [dal movie’s Pressbook, ripreso da Wikipedia].
I tonfi in campo nero che si sentono di tanto in tanto, specie all’inizio del video, sono prodotti dai corpi che cadono dalle Torri – NdA.

 

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Falling man – La foto fu scattata l’11 settembre alle 9 e 41 minuti e 15 secondi Richard Drew, un fotografo dell’Agenzia Associated Press

Falling Man (AP Photo Richard Drew)

“Tra le foto che aveva fatto alle persone in caduta libera dalle torri, alle persone che andavano a morire schiantandosi a terra in fuga da altre morti, una lo colpì subito per la sua potenza formale e simbolica: sullo sfondo di linee verticali delle due torri, precisamente a separare il profilo di una da quella dell’altra, la sagoma di un uomo verticale e capovolta, con le braccia allineate al corpo e una gamba compostamente piegata, come in un tuffo, come una freccia, era stata bloccata nella fotografia, ferma e rivelatrice di velocità insieme. Era una foto pazzesca. Uscì sui giornali di tutto il mondo il giorno dopo” [ https://www.ilpost.it/2011/09/11/storia-falling-man-2/ ]

Così come nell’episodio di Iñárritu non ci sono immagini per commentare l’orrore e il regista sceglie lo schermo nero, così non servono da parte mia parole per commentare quel che accade nel mondo. Ho voluto riportato solo tre flash. E’ la “nostra realtà” anche se distante. Ci riguarda.


(*) – Golconda (in francese Golconde) è un dipinto di René Magritte, eseguito nel 1953 e conservato nella Menil Collection di Houston. Il nome dell’opera, suggeritagli da Louis Scutenaire, fa riferimento all’omonima città indiana Golconda. Per la presenza di enormi giacimenti di diamanti, questo luogo divenne in passato sinonimo di incredibile ricchezza presso gli europei, per poi essere ridotto in una condizione di totale abbandono (da Wikipedia).

(**) – A sei anni di distanza dal tragico attentato Don DeLillo, considerato uno dei padri della narrativa americana postmoderna, pubblica L’Uomo che cade. Il volume, diviso in 3 parti, fa proprio il passaggio da un trauma collettivo, l’attentato al senso di sicurezza americano, a un trauma individuale, ben rappresentato da una famiglia che, in un clima di problemi quotidiani, deve affrontare le conseguenze dell’atto terroristico attraverso l’esperienza del sopravvissuto Keith.

1 commento per Uomo che cade

  • Sandro Russo

    Dopo alcune telefonate e messaggi ricevuti, confermo che anche un altro episodio del film 11 settembre 2001 (11’09″01 – September 11) è presente sul sito. Si tratta del segmento #10: “Stati Uniti d’America” di Sean Penn, conosciuto come “Luce e Fiori” (dura anch’esso 11 min., come tutti gli altri). Meraviglioso!

    https://www.ponzaracconta.it/2014/09/11/11-settembre/

    Il commento annesso al video è di Danilo Ausiello, un amico di Napoli, con cui abbiamo curato (insieme ad altri) la rassegna “Il Cinema del Cambiamento” nel lontano 2006, per la Scuola di Cinema “Sentieri selvaggi”. Altrettanto bello.

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