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Gino e il militare

di Francesco De Luca

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“Gino cosa vuoi fare da grande?”
Il volto diventa serio. Mi impressiona come il viso di un bimbo giocherellone come Gino possa dare peso alle parole. Segno che nella nostra evoluzione la parola (la sua funzione rappresentativa) ha avuto un’ importanza decisiva.

Quale parola: fare? Oppure: da grande? No… è l’espressione intera a disincarnare dalla realtà e portare a rappresentazioni mentali da strutturare.
Gino ha otto anni, volto chiaro, occhi grandi ed espressivi. Mi punta e risponde: “Il militare”.

Deflagra rovinosamente la mia conoscenza pedagogica costruita sulle esperienze a scuola, sulle letture universitarie, sulla giornaliera rete di interrelazioni nutrita negli anni. Ma, nulla traspare dai miei muscoli facciali, e rimango fermo nella mia espressione di zio rispettoso e rispettabile.

La mente però rimugina su quella parola: militare, e intorno ad essa fluttuano flash di giudizi, di opinioni, di inferenze. Perché un conflitto diventa esplodente. Da una parte la mia avversità caratteriale a tutto quanto abbia una codificazione dura, inscalfibile, monolitica: la condizione militare interessa e condiziona comportamenti, atteggiamenti, giudizi e perfino le intenzioni. Da un’altra parte c’è il rispetto dovuto, non negoziabile, alla scelta di Gino. Il quale, per aver espresso quel desiderio l’ha dovuto elaborare da visioni, comportamenti, emozioni pregresse, che in lui sono depositate e funzionanti.
Non sto farneticando, ma soltanto partecipandovi il mio lavorìo mentale.

Ecco perché le sue preferenze (quelle di Gino) in talune pause nei colloqui si agitano con atti di guerra aperta contro un nemico (lontano e non visibile), verso il quale punta la sua mitraglia immaginaria, e spara (fa rumori) a più non posso.

“Cosa stai facendo?” – chiedo preoccupato.
“Niente… distruggo il nemico…”
“Ma quale nemico?” – dico.
“Il nemico… quello che ci fronteggia e impedisce la conquista…”

Roba da matti! L’infanzia si nutre di questi (cosiddetti) giochi, che in Gino si polarizzano in alcune figurine, con mostriciattoli in evidenza, che hanno un valore (in vite) e che buttate sul tavolo vincono l’avversario o perdono. Insomma un sistema di relazioni (tutte espresse in inglese, incomprensibili ai non addetti) virtuali, giacché sostanziate da crediti senza nessun appiglio alla realtà. Alla realtà di un ragazzo come Gino, dico, fatta di fisicità, di temporaneità, di affetti.

E’ facile dedurre da queste considerazioni giudizi negativi. Troppo facile e perciò non credibili. Certo è che la socialità è vissuta da Gino soltanto nello scambio delle figurine e nel confronto con quelle dell’avversario. A detta sua: “io vinco sempre perché sono il più forte”.  Anche se l’agone non si esprime in un confronto fisico e nemmeno in una qualche capacità se non nel soggiogare l’avversario di frottole per dimostrare la superiorità del personaggio della sua figurina.

Cosa si deduce infine? Si deduce che Gino, come i suoi compagni, trascorrono grande tempo in solitudine con le proprie figurine, di cui conoscono potenza, valore, nome e la futura evoluzione, in opposizione ad un potere posto a limitazione della propria ambizione di conquista.

Ecco qui: il militare. Ritorna il mito di chi offende per comando, di chi può offendere… perché dotato di strumenti adatti, di esercizio, di mandato.

E la famiglia? I genitori in questo processo sono marginali, anzi, sono a supporto delle scelte ludiche dei figli. La scuola è del tutto assente. Con la ‘didattica a distanza’ si cura (ove mai) l’istruzione, non la formazione. Che è padroneggiata dal ‘contesto’. E’ il contesto che suggerisce ciò che è in voga (influencer), che presenta pietanze, cure, letture, divertimento, ed altro.

Mi sto lamentando? No, non recrimino la realtà imperante. C’è da rimanere saldi e piantati nei propri convincimenti, e presentare opinioni alternative, e perorare percorsi educativi lontani dall’omogeneità, dall’assuefazione, dalla sudditanza.

“Vedi… Gino, se tu esprimi la tua presenza col bazooka aspettati che anche il nemico lo faccia. Per cui… chi vuole uccidere… rimane ucciso”.
La morte…, il significato complessivo della parola sfugge a Gino ma gli ha iniettato il veleno della paura. Mi guarda pensieroso.
Rompo gli indugi: “Hai paura della morte?”
“Sì… io non voglio morire”.

“Bene… tutto intorno a te ha diritto alla vita e tu devi difendere questo diritto…”, ma lui si è già alzato e corre dietro ad un pigliamosca in lotta aerea con una farfallina.

1 commento per Gino e il militare

  • Sandro Russo

    Per un Gino che odiava la guerra, tutte le guerre, e se n’è andato, dieci-cento-mille Gino crescono “giocando” alla guerra.
    E’ un caso che Franco abbia chiamato il bambino proprio Gino? Proprio oggi?
    Se questi sono i nostri figli e nipoti, come può far bene l’umanità?

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