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Mediterraneo, di Paolo Rumiz (seconda parte)

Segnalato da Sandro Russo

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Per la prima parte, leggi qui

Europa è figlia del mare. È asiatica. Noi veniamo da Oriente, come Enea e Cristo. Come San Paolo e San Pietro
di Paolo Rumiz – da Robinson (la Repubblica) del 17 luglio 2021

Non c’è nulla di più ipnotico e ammaliante di un profilo costiero, disse mostrando la linea della Corsica. Tutto ciò che è rotondo è femminile: gli antichi lo sapevano. Oggi il mondo è piatto perché lo hanno schiacciato sullo schermo di un computer
Le litanie dei monaci dell’Athos davanti alle loro Madonne nere, l’eco del temporale intrappolato nelle Bocche di Cattaro, il vento che sibila tra i ruderi di Caprera il canto dei galli evocati da Fermor che si chiamano di isola in isola fino a svegliare il mondo intero
Ma c’è dell’altro. Il rombo delle eruzioni e dei terremoti. Il ronzio sinistro dei gommoni malandati delle mafie. L’ultimo richiamo di chi annega e grida al cielo il proprio nome per dire almeno “ sono esistito”. La bellezza del Mare Nostrum è compenetrata di tragedia.

Fu quando cominciai a navigare seriamente a vela, in tarda età, grazie a un nuovo incontro casuale: Piero, lo skipper di “Moya”, una severa barca inglese del 1910 dalla storia leggendaria. Parlava greco e latino, insegnava lettere classiche in un college di Cardiff, cantava gli Shanties (*) dei velieri britannici, suonava bene il clarinetto e aveva dedicato al suo cane il portolano del Golfo di Trieste. Con lui la percezione del mare si perfezionò. Navigare in Grecia senza apparati elettronici, alla stessa velocità degli antichi, seguire le stelle leggendo Omero, e ascoltare le voci del profondo attraverso la risonanza di quel fasciame leggendario, era un’esperienza unica. Ti traghettava nel cuore del mito.

Già, il mito. Me lo chiedevo ogni inizio estate. Cosa spinge a cercare nel Mediterraneo, e non altrove, un luogo- rifugio dalla barbarie del saccheggio e del turismo dei selfie? Cosa porta tanti europei a mettere, anche per poco, la scia di un traghetto fra sé e il mondo? Avevo cercato di darmi delle risposte. Il sogno ormai impossibile di un’isola deserta dove abbandonarsi alla voce degli elementi. La presenza degli dei antichi, il politeismo che sopravvive al totalitarismo degli dei unici. La percezione di mille diversità. L’ostinato individualismo delle isole. L’esistenza di una linea di faglia sempre attiva, dove si sfogano immani tensioni continentali. Lepanto, Salamina, i naufragi. L’intima unione tra il sismico e il fertile, Persefone e Demetra. Hai mille ragioni, ma alla fine torni sempre lì. Alla risposta che racchiude tutte le altre. Al mito. Che, spesso, dice più della politica, dell’economia e della stessa geografia.

È stato grazie al mio skipper dell’anima che ho iniziato a riflettere su tutto questo, e sul mito di Europa in particolare.
La storia è semplice: Europa è la figlia di un re della Fenicia, attuale Libano, che Zeus rapisce sotto forma di mansueto toro bianco e porta via mare fino a Creta, per consumare l’amplesso che darà vita alla nostra progenie. Questo ci porta davanti a evidenze lampanti. Per cominciare, Europa non è una continentale, ma è figlia del mare: ovvietà che andrebbe rammentata ai tristi abitatori delle nebbie, illusi di poter fare a meno del Mediterraneo.
Secondo: Europa è donna. La sua è un’essenza materna e di accoglienza, perché la geografia la mette al capolinea dei popoli, ne fa lo spazio terminale di una migrazione costretta ad arrestarsi sul grande nulla dell’oceano.
Terzo punto, il più importante: Europa è asiatica. Sembra una contraddizione in termini, ma non è così. La nostra gente viene da Oriente, come il troiano Enea, fondatore di Roma. Come Cristo. Come San Paolo e San Pietro. Come quasi tutti i popoli fra l’Oceano e gli Urali, Italiani compresi. Il che dice che tra i due mondi non vi è confine, e che esiste un solo mondo, l’Eurasia.

Quarto punto: Europa è una terra benedetta dagli dei. Nientemeno che un dio si fa carne nel suo grembo. In fondo, Zeus avrebbe potuto possedere la ragazza restando in Libano; e invece no, se la porta in Occidente. È qui che la giovane rapita e l’approdo del viaggio diventano una cosa sola. L’erba novella che cresce sotto la ragazza abbandonata tra le braccia di Giove, e l’immenso albero che la sovrasta (il famoso platano di Gortina cui le ragazze di Creta chiedono la promessa della fertilità), dicono tutto della bellezza della nuova terra, temperata, ricca di acque, intimamente compenetrata dal mare e ben più fertile delle terre che la circondano. Benedetta, appunto.
Ma c’è una quinta evidenza. La meno ovvia. In tempo di esodi di massa, colei che nella notte dei tempi attraversa il mare con paura in groppa a una bestia selvaggia, può essere considerata la capostipite dei migranti. Di tutti coloro che, da millenni, cercano là dove il sole va a morire un approdo per sfuggire alla guerra e alla miseria.

Se il mito è ritmo e canto, la mappa mentale del Mediterraneo è pura polifonia, la quintessenza pelagica delle diversità concentrate in Europa. Un’esperienza acustica di prim’ordine. Ed ecco il tuono del Mare di Alboran contro i faraglioni spagnoli a Est di Gibilterra, le litanie dei monaci dell’Athos davanti alle loro Madonne nere, l’eco del temporale intrappolato nelle Bocche di Cattaro, il vento che sibila tra i ruderi delle fortezze di Caprera, il silenzio delle correnti dello stretto di Messina attorno a un misterioso punto-zero chiamato Anfidromico.
Tutto ritorna: gli esametri del mio capitano e le note del suo clarinetto; la danza di Zorba sulla battigia (Antony Quinn era stato davvero su “Moya”!), l’urlo del mare indemoniato contro l’isola deserta di Lavezzi e il cimitero dei suoi seicento naufragati; la locandiera greca Irini che, sulla costa di casa mia, ascolta a giornata finita Itane mia fora di Xilouris. E ancora il canto dei galli evocati da Patrick Fermor, che si chiamano di isola in isola fino a svegliare il mondo intero; o il Meltemi che lambisce Cnido, promontorio ruggente che separa l’Egeo e dal Mar d’Oriente.

Ma c’è dell’altro. Il rombo delle eruzioni e dei terremoti. Il ronzio sinistro dei gommoni malandati delle mafie. L’ultimo richiamo di chi annega e grida al cielo il proprio nome per dire almeno “sono esistito”. La bellezza del Mare Nostrum è compenetrata di tragedia. Puoi anche ignorarla: ma allora non ne comprenderai l’essenza, se è vero che il Tragos, il capro espiatorio, è un’intuizione greco-mediterranea. Non puoi turarti le orecchie. Devi ascoltare anche il crepitio del fuoco nei campi profughi di Lesbo, non lontano dall’isola di Patmos dove Giovanni scrisse l’Apocalisse. Sentire, nel silenzio di una sala buia dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l’allerta sonora che su un grande schermo segnala ogni terremoto sulla spina dorsale del nostro mondo. E che dire dei rumori e delle voci sulle navi di soccorso tra Malta e Lampedusa: la babele di lingue, le liti, il tuono delle ventole e dei motori surriscaldati, l’agitazione nell’imminenza dello sbarco che si scioglie nei canti di preghiera o di ringraziamento delle donne davanti alla Terra promessa, un mantra che ti possiede per sempre.

Ma ci sono anche i suoni carichi di presagi della nave vuota, prima dei soccorsi. Ricordo le parole Alessandro Porro, anima di Sos Méditerranée Italia, la sua narrazione ad alta energia emozionale del silenzio carico di tensione che grava sulla ciurma quando scendono in acqua i gommoni di salvataggio. Attimi tesi, dove ogni sbaglio può costar caro e dove nessuno è autorizzato a parlare. I marinai conoscono quel cigolio degli argani, simile a quello di una ruspa, che si fa via via sempre più acuto, sottile, pungente. Un suono rituale, solenne, ouverture di una missione che entra nel vivo. E poi il gracidare del walkie talkie, che ciascuno dei trenta operatori a bordo deve tenere con sé per tre mesi ininterrotti, anche quando dorme, persino sotto la doccia. E le chiamate sul canale 16, quello delle emergenze, dove viaggiano la comunicazione tra navi civili e militari. Voci e richiami fra ignoti, raramente collegabili a un volto preciso. Ma quando, raramente, accade che quelle voci si materializzino in una figura in carne e ossa, ecco che la tensione rompe e libera un fiume travolgente di emozione.

Il Mediterraneo è un mitico spartito, di voci in prevalenza femminili. Con Piero, sulla vecchia “Moya”, facemmo un viaggio sulle rotte di Europa. Dovevamo farlo. C’era stata Brexit e, per polemica, egli aveva innalzato la bandiera stellata dell’Unione sopra quella britannica. Voleva poter narrare ai suoi allievi le terre del sole dalle quali Albione voleva separarsi. Mi parlò delle cartografie rinascimentali che raffiguravano l’Europa come una donna, e di quelle arabe dove le montagne, dalle Alpi all’Himalaya, erano la cintura tempestata di gioie di una veste femminile che nascondeva il premio per gli eroi puri di cuore. Ragionammo sulle Grandi Madri del Mediterraneo, su quella folla di Madonne nere, sibille, parche, menadi, prefiche, erinni, che affollano la sacralità del nostro Meridione e trovano la loro massima e vagamente inquietante espressione nelle Matres matutae di Capua (**).

Sì, Europa era una femmina d’Oriente, e il Mediterraneo la sua culla. Quando, cinque mesi dopo, Pietro morì lasciando scritto, come Dylan Thomas, che la morte non l’avrebbe avuta vinta («death shall have no dominion»), mi resi conto che nel Mare di mezzo egli aveva cercato nient’altro che sua madre. La madre dei popoli cui apparteneva. Sentii che avrei continuato a cercare le radici dell’Europa attraverso il mito e il sortilegio del verso che egli aveva cantato per noi. Fu come un ordine. Quel giorno, ricordo, i quattro venti si diedero appuntamento nel cielo di Trieste. Ma questa è un’altra storia.

 

Note (a cura della redazione)

(*) – Shanties – Un canto marinaresco (in inglese sea shanty,) è un tipo di canto di lavoro che era un tempo comunemente usato per accompagnare il lavoro a bordo dei grandi velieri mercantili (fonte Wikipedia).

(**) – Nella mitologia romana, Mater Matuta era la dea del Mattino o dell’Aurora e quindi protettrice della nascita degli uomini e delle cose. Le prime Madri furono rinvenute accidentalmente nei pressi dell’antica Capua nel 1845, raccolte intorno ai resti di una grande ara in tufo. Il Museo Provinciale Campano di Capua, in provincia di Caserta, dedica una sala alla dea, Matres Matutae, dove sono esposte numerosissime terrecotte architettoniche e votive, ed oltre 150 statue in tufo, di varie dimensioni, che raffigurano costantemente donne sedute con uno o due bambini in braccio (sintesi da Wikipedia).

Il prossimo libro di Paolo Rumiz, “Canto per Europa”, uscirà il 7 ottobre per Feltrinelli

Immagine di copertina. Il trionfo. Nettuno e la nereide Anfritrite celebrati dalle creature del mare. Mosaico (datato tra il 315-325) proveniente da Cirta (Algeria, attuale Costantina). Attualmente al Louvre di Parigi

[Mediterraneo, di Paolo Rumiz (2) – Fine]

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