Ambiente e Natura

Mediterraneo, di Paolo Rumiz (prima parte)

Segnalato da Sandro Russo

 .

Paolo Rumiz, che conosciamo personalmente, attraverso i suoi libri e dai reportage pubblicati negli anni scorsi su la Repubblica (leggi qui e qui); per ulteriori citazioni (numerose voci) digita – Rumiz – nel riquadro “Cerca nel Sito”, in Frontespizio), propone su Robinson della settimana dal 17 luglio 2021 una sua visione del Mediterraneo. La pubblichiamo in due puntate.

Mediterraneo, di Paolo Rumiz – Copertina di Robinson (17.07.2021) – Mosaico romano (Il secolo d.C.) che rappresenta due pescatori tra le acque del Mediterraneo. Da Souisse, Tunisia

Mediterraneo
Lo riscopriamo quest’estate dopo tanto tempo. Ecco perché il Mare Nostrum oggi è ancora più nostro

Madre nostra che sei nel mare Mediterraneo
di Paolo Rumiz – da Robinson del 17 luglio 2021ì

– Che cosa ci attira delle acque che come ogni estate cerchiamo? Il mito, l’oriente, le radici liquide
– I primi sospetti sul sesso del Mediterraneo mi vennero nel porto di Bar, in Montenegro
Gli storici, disse, non avevano capito niente. Mica vero che i Veneziani non erano stati capaci di arrivare alle Americhe. La verità è che non l’avevano voluto. Non gli interessava navigare in un oceano senza osterie

I primi sospetti sul sesso del Mediterraneo mi vennero nel porto di Bar, in Montenegro. Era appena finita la guerra dei Balcani e l’Adriatico era frequentato ancora da pochi. Ma quei pochi erano gente speciale. Come Slobodan, un serbo di terraferma. Era ormeggiato accanto a noi su un improbabile, grosso sloop in ferro che era anche la sua casa. Con le anime slave si fraternizza presto e lui ci invitò a bordo per raccontarci una storia. Prima di diventare vela, la sua barca era stata scialuppa di salvataggio di una nave da guerra che la marina jugoslava aveva messo all’asta pezzo per pezzo.
Uno smembramento che era sintomo e allo stesso tempo metafora dell’imminente dissoluzione del paese.
Anche il nome del serbo era metafora: Slobodan vuol dire Libero. E lui lo era. Anni prima, il nostro aveva caricato l’imbarcazione su un treno merci e l’aveva spedita a Belgrado, poi l’aveva trasformata nel giardino di casa e infine varata nel Danubio, per raggiungere il Mar Nero.

E così, mentre il suo mondo franava nel sangue, l’uomo libero prendeva la via dell’acqua, l’unico spazio franco che gli rimaneva. Passò il Bosforo e compì il periplo della Grecia fino alle coste del Montenegro. Quando arrivò, la sua patria già non esisteva più. Ma lui se n’era fatta una ragione. «Non ne potevo più di tamburi, di patrie e di eroi. Cercavo un’ecumene, un grembo capace di accogliermi e farmi muovere liberamente». Così disse, e ci mostrò una mappa del Mediterraneo appiccicata sopra il loculo della sua cuccetta. «La guardo ogni sera prima di dormire e sogno di viaggiare», ci confidò. «La vera ricchezza dell’uomo sono i sogni».

Il suo Mediterraneo era una madre. Anche la chiglia lo era. Il suo guscio materno era un grande orecchio che ci proteggeva dagli elementi e, in quel momento, captava e amplificava il rombo del temporale che andava addensandosi sopra di noi. Un sensore che auscultava i sommovimenti del meteo attraverso il liquido amniotico del mare. Eravamo sotto monti arcigni e cupi che confermavano l’intuizione dello storico Fernand Braudel (leggi qui), secondo la quale il Mediterraneo è “un mare di montanari”. La durezza dei marinai adriatici, figli delle rocce e della bora, nasceva dalla loro intimità con le montagne più severe d’Europa. Anche la guerra appena finita era partita dalla montagna, dai primitivi, lunatici abitanti delle Alpi dinariche, per poi dilagare in basso. Verso i fondovalle, le città, i mercati, il mondo plurale delle coste. Una guerra altimetrica, assai prima che etnica.

Poco tempo prima avevo conosciuto Carlo Sciarrelli, il più famoso progettista di barche a vela in legno del Nord Adriatico. Attraverso le linee ricurve del fasciame, ogni suo disegno ricalcava la ricerca di un’unica barca.
La barca di Dio, così la chiamava. La chiglia in legno, mi aveva spiegato, intercetta le voci e le conserva; e, come Calipso con Ulisse, è in grado di affascinare il nomade più incallito, imprigionarlo e fargli passare la voglia di uscire da quel perimetro che riassume il mondo. Sciarrelli era un uomo ruvido, greco di cultura, e selezionava severamente i committenti. Potevano essere ricchissimi, ma se non conoscevano la musica, li mandava sarcasticamente a quel paese. Il Mediterraneo era suono, canto corale, che diamine. Era metrica, esametri. Mitologia. E se con lui non reggevi a un confronto nemmeno su Omero, eri cacciato via in malo modo.

Che il Mediterraneo fosse anche polifonia lo capii dall’incontro con un pescatore istriano, al bancone di un bar. Beveva il suo Malvasia con la “marenda” del mattino. Gli storici, disse, non avevano capito niente. Mica vero che i Veneziani non erano stati capaci di arrivare alle Americhe; la loro perizia nautica glielo consentiva. La verità è che non l’avevano voluto. Non gli interessava navigare in un mare senza osterie. Bicchiere di vino, nel Nord Adriatico, si dice “ombra”. Che farsene, disse, di un mare senza “ombre”?
Già, pensai, perché disertare lo spazio intimo del periplo, l’arcipelago dove è cresciuta una civiltà unica al mondo, e nel quale la locanda, l’osteria o il caffè affacciato sulla battigia è il segno identitario che accomuna le sponde?
Bevemmo un altro Malvasia e il pescatore cantò una vecchia canzone delle sue parti che sembrava ripetere il ritmo lungo del beccheggio. «In mezzo al mare / xe un’ostaria / È l’allegria / del marinar». Era la dimostrazione pratica della sua teoria.
Disse: una cosa del genere non esiste in Atlantico. Questione di miglia. Troppa strada per arrivare a una taverna. Idem per la seconda strofa – «In mezzo al mare / xe tre sorelle / Una di quelle / vorrei sposar». In oceano non trovi né vino né ragazze da maritare. Passa per mare Gibilterra e capisci. Senti di lasciarti alle spalle una favolosa ricchezza di opportunità. Davanti a te hai solo banchi di sardine e solitudine. La monotonia di uno spazio senza isole.

Nel periplo della vita la conoscenza si amplia spesso sul filo di incontri casuali, come in uno zig zag tra isole di un arcipelago.
Accadde con Maurizio, un rappresentante di carte geografiche (può esistere un mestiere più controcorrente nell’epoca di Google Maps?) di etnia romagnola, dunque bizantina. In cima a una scala, stava disegnando minuziosamente la Scozia su un mappamondo di cinque metri di diametro, su commissione di un’officina. Ci lavorava da mesi. Su quella scala perdeva il senso del tempo. Con gli operai, affascinati, parlava di curvatura delle coordinate e sfumi altimetrici senza che intorno volasse una sola parola in italiano. Dialetto stretto. Era così preso dal lavoro, che immaginai abbandonasse all’alba il letto coniugale per finirlo in tempo. Sua moglie, disse, sapeva da sempre che lui guardava le mappe come le donne. Roba da farci un film. Da lì partì una colta disquisizione sulla femminilità della Terra, che Maurizio andava ad abbracciare ogni santissimo giorno.
Non c’è nulla di più ipnotico e ammaliante di un profilo costiero, disse mostrando la linea frastagliata della Corsica occidentale. E poi, diamine, tutto ciò che è rotondo è femminile, poche storie. Gli antichi lo sapevano da sempre. Se oggi il mondo è diventato piatto e solo perché lo hanno schiacciato sullo schermo di un computer. L’uomo cosiddetto evoluto ragiona per superfici lisce, lineari e puntiformi. Ha perso il senso della complessità e della verticalità. Già quando Einstein esortò gli scienziati a sforzarsi di immaginare un universo curvo, quelli «nemmeno con l’uso di droghe ci riuscirono». Delle acque non se ne parla, sono la cosa più femminile che esiste. Per questo il maschilismo imperante cerca di cambiare loro il sesso. Vedi parole come emissario, fiume, rivo, fosso, torrente, lago, canale. O la Piave che diventa il Piave.

Era vero. Dove se non in mare verifichi la rotondità del Pianeta? È per via della curvatura terrestre che, navigando, vedi isole emergere o affondare sull’orizzonte. Non lo verificai certamente in Atlantico, ma nel mio Mediterraneo, grazie alla costante vicinanza di coste montuose e arcipelaghi.
Fu quando cominciai a navigare seriamente a vela, in tarda età, grazie a un nuovo incontro casuale: Piero, lo skipper di “Moya”… (continua)

Creature sottomarine. Mosaico romano con una varietà di pesci e molluschi, su fondo nero. Da un originale greco, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (cliccare per ingrandire)

[Mediterraneo, di Paolo Rumiz (1) – Continua]

1 Comment

1 Comment

  1. Sandro Russo

    21 Luglio 2021 at 23:02

    A proposito dell’articolo ripreso da Robinson: “Un racconto affidato alla capacità narrativa straordinaria di Paolo Rumiz in grado di far convivere la cultura antica con la cronaca, gli dèi con i gommoni dei migranti, i miti del passato con lo sguardo on the road” – lo dice la banderella pubblicitaria di Robinson sul giornale di oggi, a concordo in pieno -, volevo richiamare l’attenzione dei lettori e di Adriamo Madonna in particolare, sul mosaico delle creature sottomarine, custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (da un originale greco, dice la didascalia).
    Sono rimasto affascinato dall’accuratezza della riproduzione. Una cultura che arriva a tali vertici di conoscenza della morfologia e di resa pittorica (in un mosaico, poi!) ha raggiunto il suo apice!
    Lavorando a Napoli e dato il suo interesse per il mondo sottomarino, Adriano l’avrà sicuramente studiato. C’è da farci un lavoro scientifico, sopra!

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