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Gita al faro 2021, il racconto di Laura Bosio

Segnalato da Roberto Landolfi

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dal quotidiano L’Avvenire del 16 luglio 2021

Il racconto. Dall’isola di Ventotene sorge una candida libertà

Si intitola “Bianco e nero” la narrazione composta da Laura Bosio in occasione del festival letterario “Gita al faro”, giunto alla sua decima edizione.

 

Un momento di “Gita al faro”, il festival letterario di Ventotene – Paola Libralato

A Ventotene si è svolta dal 22 al 27 giugno la X edizione del festival letterario “Gita al faro”, diretto da Loredana Lipperini e ideato e organizzato da Francesca Mancini, Laura Pesino e Vania Ribeca. I dieci scrittori ospiti (Stefania Auci, Laura Bosio, Ernesto Franco, Siegmund Ginzberg, Cristina Morales, Matteo Nucci, Gilda Policastro, Lidia Ravera, Nadia Terranova e Nadeesha Uyangoda) hanno avuto la possibilità di dedicarsi alla stesura di un racconto: proponiamo in queste colonne quello di Laura Bosio, che a settembre sarà raccolto nel volume L’isola delle storie, edito da Ultima spiaggia, assieme a tutti gli inediti di tutte le edizioni del festival.

Laura Bosio – foto di Giorgio Boato

Bianco e nero

Candida è la parola che mi viene incontro arrivando a Ventotene. La più inattesa. L’ultima che avrei pensato di usare per descrivere questa isola dove approdo per la prima volta. La roccia di tufo che vedo a fatica dai vetri appannati dell’aliscafo quando entro in porto è di un color senape scuro che il cielo velato e l’aria molto umida di certo non rischiarano.

Questa è l’isola dove il fascismo delle camicie nere ha rinchiuso, allontanandoli come soggetti pericolosi, oppositori politici e omosessuali. Su un isolotto di fronte al porto, dal carcere settecentesco di Santo Stefano, arriva l’eco di ergastolani, assassini, ladri feroci, mescolati ad altri ribelli che lungo i secoli si sono scagliati con le parole e con le armi contro re e potenti. E invece salendo in albergo sulla piccola auto che quasi sfiora i muri delle case nelle strade strette e ripide noto un cartello con la segnalazione di una mostra di quadri e soprattutto il nome della pittrice: Candida.

Poco dopo, in camera, sul balcone che affaccia su una foschia opprimente, andando a cercare in Rete scopro che Candida è il nome della santa patrona di Ventotene. Che cosa se non una martire? Mi getto a cercare notizie della santa sul cellulare che risponde a singhiozzo rimandandomi righe e immagini con una lentezza scoraggiante, che però non scoraggia me. Ciascuno ha una perversione, io ho quella, e non è l’unica, per la vita delle sante, che spesso nascondono, nelle leggende ideologicamente deformate, vicende di abusi, soprusi, violenze che non si potevano né si volevano raccontare.

La storia di Candida, la più attendibile, o almeno la più suggestiva per me, è questa. Siamo alla fine del regno di Diocleziano, nel 300 d.C., epoca di furibonde persecuzioni anticristiane, e al centro c’è un altro carcere. Lì si incontrano due uomini: dietro le sbarre Pietro detto l’esorcista, e al di qua il suo secondino Artemio. Un giorno Pietro sfida Artemio: se il mio Dio mi libererà dalle catene, gli dice, ti convertirai. Tornato a casa, Artemio racconta l’accaduto alla moglie Candida, deridendo Pietro. Ma ecco che Pietro compare davanti a loro, libera la figlia di Artemio e Candida dal demone che la abitava (la fila delle donne possedute e streghe è senza fine) e la famiglia intera si converte. Vengono tutti perseguitati e uccisi: le due donne sepolte vive e Artemio decapitato.

Il corpo senza vita di Candida (altre leggende ambientano la vicenda a Cartagine rasa al suolo dai Romani) viene gettato in mare e raccolto sull’isola di Ventotene, che non soltanto lo ospita, ma lo venera. Intorno gli costruiscono una chiesa.
Sono andata a vederla, piccola, sobria, la facciata dipinta di contemporaneo rosa. Non riesco a evitare schegge di riflessioni sulla crudeltà mentre faccio le visite guidate ai luoghi del confino, che si erano trasformati in un inaudito laboratorio di idee, e al carcere di Santo Stefano, dove Luigi Settembrini, deportato, tradusse i sapidissimi Dialoghi di Luciano nei quali anche gli dei dell’Olimpo trovano la morte, e dove l’anarchico Bresci concluse la vita, pare sommariamente giustiziato.

Crudeltà verso i confinati, sorvegliati a vista e costretti a dissimulare i loro liberi pensieri in conversazioni sulle numerose quaglie dell’isola. Crudeltà delle punizioni inflitte ai carcerati di Santo Stefano, come se l’ergastolo in quelle celle senza finestre e senza scampo già non bastasse: la catena corta legata a un palo e alla caviglia di un prigioniero che doveva girare in tondo fino allo sfinimento, o le ‘battute’ con un telo immerso nel catrame per fare tagli nella carne. Si racconta di un prigioniero che alla fine del supplizio si scuoteva di dosso il catrame, schiena dritta, in segno di sfida, di spregio.

Raro che i filosofi parlino della crudeltà. L’hanno consegnata agli storici, agli scrittori, ai drammaturghi. La tragedia classica è impensabile senza la crudeltà, ed è inimmaginabile anche la commedia, che della crudeltà morale ha fatto il suo bersaglio. Non compare tra i sette peccati capitali, i teologi sono stati più attirati dalla superbia, dalla cupidigia, dall’ira. I despoti crudeli sono puniti nell’Inferno di Dante, ma le uniche crudeltà mostrate da Giotto nei Vizi della Cappella degli Scrovegni si trovano ai piedi di una distante figura dell’Ingiustizia. I peccati sono offese contro Dio, mentre la crudeltà, il dolore fisico inflitto per causare angoscia, timore, male è un torto a un altro essere umano. Ed è uno dei peccati più grandi. Certo, mettere la crudeltà al primo posto può condannare alla misantropia, tanto sono in grado di essere ributtanti i nostri simili: «le frustate e i malanni della vita, le angherie dei tiranni, il borioso linguaggio dei superbi, le pene dell’amore disprezzato, le remore nell’applicar leggi, l’arroganza dei pubblici poteri, gli oltraggi fatti dagli immeritevoli al merito paziente» si dispera l’Amleto di Shakespeare. La tentazione di identificarsi con chi subisce, di idealizzarlo, esiste. Montaigne, tra i pochi filosofi a essersi interrogato sulla crudeltà – «ciò che si odia – ha scritto – lo si prende a cuore» – aveva idealizzato gli animali e i contadini; Dickens, i bambini; Euripide, le donne, troppo maestose. C’è il rischio di voler soddisfare un’immagine eroica di sé stando dalla parte di chi è vittima di crudeltà? Forse. Vale la pena di correrlo il rischio? Credo di sì.
Menocchio, un letterato mugnaio friulano processato e giustiziato per eresia nel ’500, reso noto da un saggio di Carlo Ginzburg, aveva inventato un proprio cosmo, dove rigettava molte istituzioni, sacramenti e dogmi, e scritto un proprio elenco di peccati capitali, tra cui, insieme a non rubare, non uccidere e non fare usura, aveva uno spazio importante il ‘non fare crudeltà’, imperdonabile eresia per l’Inquisizione.

Insomma, santa Candida è diventata un emblema di accoglienza. Ho letto che ogni anno, il 20 settembre, l’isola la festeggia portandola in giro, a spalla, su una piccola barca e lanciando in cielo fuochi d’artificio e mongolfiere colorate, la banda suona e c’è da mangiare e bere per tutti.

La spiaggia vulcanica è nera, il mare, molto trasparente, è scuro, la sabbia brucia. Ma pranzando in un ristorante scavato nella roccia, sul porto romano, Sandra, l’amica che è con me in questi giorni, mi fa scoprire vini isolani eccellenti, ottenuti da falanghina, fiano e greco, connotati, nel linguaggio degli esperti, da un sottofondo sulfureo. Poteva essere diversamente? Li produce una cantina chiamata Candidaterra. L’ovvio, lo sappiamo, è il più difficile da scrivere come da vivere.

Eppure, mentre gustavo quei vini mangiando molluschi da cui si ricava la porpora, freschi, terrestremente paradisiaci, non riuscivo a evitare di dirmi che è come se da tutto quel nero, Ventotene, attraverso la memoria ancora bruciante del confino e del carcere che le nostre guide non riescono a smettere di raccontare, aggiungendo dettagli su dettagli, storie su storie, riflessioni su riflessioni, documenti su documenti, ancora uno, ancora uno, attraverso i grandiosi progetti visionari di recupero del carcere, attraverso l’ultima spiaggia di una libreria appassionata, attraverso la rinascita di vitigni cui ha partecipato un enologo di nome Mercurio, il dio che secondo alcuni era la personificazione del vento – può essere un caso? – è come se Ventotene stesse dando vita a una terra chiara, una terra limpida, una terra nuova e alla fine innocente. Appunto, candida. Ma con un’idea molto diversa del bianco e del nero.

La libertà probabilmente non sta nella scelta tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

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