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L’angolo di Lianella/10. Uno scherzo

di Amelia Ciarnella

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Dopo la seconda guerra mondiale, come si sa, tutto scarseggiava, tutto era in fase di riorganizzazione e ognuno si arrangiava come meglio poteva. Anche i ristoratori si “arrangiavano” rifilando agli avventori carne di cane o di gatto, facendola passare per carne di coniglio o di capretto.

Mio padre in quel periodo frequentava una trattoria a Roma, poiché aveva appena preso servizio al Ministero del Tesoro e viveva solo, in una camera ammobiliata, in attesa di trovare una casa dove poter portare tutta la famiglia. Ogni giorno andava a pranzo nella stessa trattoria, dove incontrava tre suoi amici che si trovavano nelle sue stesse condizion,i e insieme trascorrevano alcune ore, commentando i fatti del giorno e consolandosi a vicenda per tutti quei problemi che si presentavano quotidianamente.

Un giorno uno di questi amici di mio padre, che era siciliano, raccontò fra le altre cose che in una trattoria alla periferia di Roma avevano fatto mangiare ad un suo amico della carne di gatto, facendola poi pagare per carne di capretto! E mentre raccontava l’accaduto si metteva la mano davanti alla bocca, poiché soltanto a ricordare l’episodio gli veniva da vomitare. E sosteneva inoltre che, se l’avessero data a lui la carne di gatto se ne sarebbe senz’altro accorto, anche se condita con tutte le spezie di questo mondo. Il cuoco della trattoria, che era un tipo molto simpatico e burlone, sentito il discorso pensò di metterlo alla prova.

Si accordò con i due amici (mio padre rimase estraneo al fatto) e si impegnò a fare la “corte” a un grosso gatto che di tanto in tanto si introduceva nella sua cucina, rubando tutto ciò che trovava e che pertanto, lui cuoco, aveva deciso già da tempo di sopprimere. Così, non appena lo ebbe catturato, lo mise a marinare per due giorni con abbondanti odori e spezie di ogni tipo. Il terzo giorno lo cucinò alla cacciatora e venne fuori una vera favola!

I tre amici si presentarono puntuali all’ora del pranzo e il cuoco, mentre apparecchiava la tavola, disse che quel giorno festeggiava il suo compleanno e che pertanto offriva tutto lui. Quelli lo ringraziarono di cuore, gli augurarono ogni bene e si misero a mangiare.

Finito che fu il gustoso pranzo e bevuto il caffè, il cuoco andò a prendere il suo violino, si sedette accanto a loro, vicino al tavolo e cominciò a suonare, riproducendo però soltanto il miagolio del gatto!

Il siciliano, che scemo non era, invece di ridere diventò serio e cominciò a chiedere allarmato: “Vero è?!” e il cuoco invece di rispondere ripeteva con il violino il medesimo verso del gatto che aveva fatto poco prima, mentre gli amici si sbellicavano dalle risate senza potersi più controllare.

A questo punto il sospetto divenuto certezza portò il poveraccio all’esasperazione e cominciò ad urlare agitatissimo: – Portatemi all’ospedale, voglio fare la lavanda gastrica! –  Mentre così diceva, si metteva le dita in gola, cercando di procurarsi il vomito.

Così fra le urla, i conati di vomito e la crisi nervosa, furono veramente costretti a correre al Pronto Soccorso, dove gli fu praticata una iniezione calmante, per poterlo acquietare un poco e dove lui pretese a pagamento la lavanda gastrica “per potersi togliere dallo stomaco la puzza del gatto” (così diceva lui).

(Tratto dal mio libro: “Guazzabuglio due” – Casa editrice Bastogi Libri)

 

NdR: l’immagine di copertina riproduce “I mangiatori di patate”, olio su tela del 1885 di Vincent van Gogh (museo Van Gogh, Amsterdam)

1 commento per L’angolo di Lianella/10. Uno scherzo

  • Luisa Guarino

    Scherzo davvero un po’ troppo pesante, e scritto “politicamente scorrettissimo” questo della simpatica Lianella. Lo ribadisco con forza, e non solo perché adoro i gatti sopra ogni cosa, ma anche perché l’intenzione di togliere di mezzo l’animale già albergava nella mente del cuoco, scherzo o non scherzo. E questo non si fa… a prescindere (come diceva Totò). Sarà certo capitato a più di qualcuno, per necessità o senza volerlo, magari proprio per colpa del buontempone di turno, mangiare carne di gatto. Ma almeno senza un racconto quasi compiaciuto come questo, che proprio non fa ridere. Centomila volte meglio mangiare patate, come fanno i commensali di Van Gogh.

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