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Le imprese per oceani, mari e fiumi del capitano Cialdi

di Fabio Lambertucci

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“Le navi sono banco di prova di vitalità, di temperamento, di coraggio e fedeltà”
Joseph Conrad (1857-1924)

Alessandro Cialdi in un ritratto a matita dell’amico Luigi Calamatta (1868)

Il prode capitano di mare Alessandro Cialdi, comandante generale della Marina Pontificia (durante la Repubblica Romana del 1849 però comandò il piroscafo Roma combattendo nel mare di Ancona contro gli austriaci), ingegnere navale e scienziato, nato a Civitavecchia nel 1807 e morto a Roma nel 1882, si gloriava di aver avuto “l’onore di dirigere” quattro spedizioni memorabili con equipaggi di una Marina quasi esclusivamente occupata nel piccolo cabotaggio. Tuttavia, “per se stesso bastante”, aggiungeva subito a mostrare l’intelligenza, l’attività e il coraggio di chi lo esercitava. Il profitto che riuscì a trarre da quegli uomini venne provato in abbondanza dalle imprese mediterranee e persino transoceaniche da lui condotte felicemente a termine.

La prima spedizione risale al 1833.
Cialdi portò dal porto romano di Ripagrande a Rio de Janeiro il San Carlo, un brigantino di appena 100 tonnellate, ovvero una piccola nave adatta più alla navigazione fluviale che marittima, “il quale forse non facilmente presso altri Stati avrebbe trovato equipaggio per un viaggio così lungo. Eppure il coraggio dei nostri marinai” – scrisse nelle sue memorie – “fece sì che non dovessi stentare ed equipaggiare il piccolo San Carlo”.
Questo coraggio “si sostenne sempre durante la rotta e fra tante prove palpabili ne ebbi una sì luminosa che non posso tacerla. Non più lungi di 450 miglia a ponente dello stretto di Gibilterra, poco dopo la mezzanotte un turbine di vento ci schiantò l’albero di maestra ad un’altezza non maggiore di tre metri. Non potrei ridire l’assistenza che io ebbi dall’equipaggio in quella notte in cui sembravano tutti gli elementi congiurati a mandare a vuoto la prima spedizione romana in America, né è facile riferire l’attività, l’intelligenza, la fermezza con cui tutte le necessarie manovre furono da questo equipaggio eseguite”. Di conseguenza, e con l’unanime voto di consenso degli altri, proseguì il viaggio col solo albero restato in piedi e malconcio. “Si filarono in tal guisa meglio di seimila miglia, e dopo 61 giorni di navigazione si approdò felicemente in Rio de Janeiro ove eravamo diretti, senza aver toccato altro porto, e senza aver potuto accettare i generosi soccorsi che ci vennero ad offrire i bastimenti che s’incontrarono”.

La seconda spedizione, nel 1839, fu quella riguardante il trasporto da Venezia a Roma dei due obelischi di granito rosa che il ricchissimo principe Alessandro Torlonia (1800-1886) aveva fatto estrarre dalle cave di Baveno, sul Lago Maggiore, per innalzarli, in memoria dei genitori, nella sua magnifica villa fuori Porta Nomentana. Gli obelischi erano alti 10 metri, pesanti 22 tonnellate ciascuno e vennero scolpiti con geroglifici opera dell’egittologo padre Luigi Ungarelli (1779-1845). Anche in questo viaggio fu necessario prendere “un legno adatto ad entrare coll’intero carico de’ monoliti nella bocca di Fiumicino e risalire il Tevere fino a Roma”. Così il trabaccolo (nave da carico o pesca a due alberi tipica dell’Alto Adriatico) Il Fortunato venne sovraccaricato con i due obelischi. Difficoltà che fece meritare ancora maggior lode e ammirazione all’equipaggio.
Scrive il Cialdi: “Mentre lungo il tragitto, e specialmente nella procella che il 13 settembre batté il piccolo legno e lo spinse a rifuggirsi a Durazzo, e nell’altra del 17, che scavezzato il pennone superiore del trinchetto, messa a grave pericolo l’alberatura tutta, poco men che non lo sommerse con un gran colpo di mare toccato a prua, non ebbe mai il prezioso vantaggio di alleggerire, e ciò nonostante mai non smentì il suo coraggio. Né minori prove diede in questo viaggio della sua intelligenza poiché contro l’opinione generale, e durò anche governativa, non solo condusse a salvamento il bastimento con il suo immobile carico fino a Roma, ma risalì il fiume dentro la città da gran tempo non più navigato, ed entrando dentro il Teverone (altro nome dell’Aniene – ndr), tirò a terra il bastimento, e facendolo viaggiare per prati e strade (per circa tre chilometri, tirato da bufali e da 130 uomini – ndr) lo condusse fin dentro la villa (il 9 gennaio 1840 – ndr), cioè al posto dove dovevano essere innalzati gli Obelischi”.
Il primo, dedicato al padre Giovanni, vennero eretto il 4 giugno 1842 alla presenza del papa Gregorio XVI (1765-1846) e del re Ludwig I di Baviera e il secondo, dedicato alla madre Anna Maria, il 26 luglio 1842, durante una grande festa popolare con offerta di porchetta e di vino dei Castelli Romani.

La terza spedizione portò Cialdi in Egitto nel 1840-41, per ricevere il prezioso dono di 4 colonne e 13 massi di alabastro, offerti dal Viceré per la rinascente Basilica di San Paolo, distrutta da un incendio nel 1823. Questa volta usò tre navi: i “mistici” (*) La Fedeltà, San Pietro e San Paolo, della stessa stazza delle precedenti e navigò fino alla prima cateratta del Nilo. Anche stavolta l’impresa si svolse in maniera romanzesca e ci si mise di mezzo anche la peste. Eppure il materiale arrivò ugualmente a destinazione nell’agosto del 1841.

Il mistico ‘Fedeltà’ attracca alle sponde del Tevere con a bordo gli alabastri egiziani per la Basilica di San Paolo nell’agosto 1841

La quarta spedizione, nel 1842, nasceva dalla commessa di tre piroscafi fatta dal Governo pontificio ai cantieri inglesi. Bisognava condurre quei battelli dal Tamigi al Tevere. Cialdi compì l’impresa passando felicemente la Manica con la sua flottiglia, fino a sbucare nel Mediterraneo, dopo aver attraversato l’intera Francia, seguendo la Senna, la Loira, il Rodano e i canali navigabili che questi fiumi collegano. Anche questo straordinario itinerario marittimo-fluviale venne portato agli onori degli annali in varie Marinerie mondiali.

Forse con queste quattro straordinarie storie italiane di viaggi per oceani, mari e fiumi ci sarebbe abbastanza materiale per buttar giù le sceneggiature di almeno un paio di film.

 

Note

(*) – Mistico
Antica imbarcazione a tre alberi e vele quadre, di modeste dimensioni
Mentre abbiamo familiarità con i bastimenti maggiori – goletta, brigantino, brigantino a palo, nave, nave–goletta, brigantino-goletta – non dobbiamo dimenticare che i nostri maestri d’ascia costruirono centinaia di feluche, mistici, tartane, bovi, leudi, pinchi, navicelli, battelli, gozzi, bette, piatte, gondole, caracche (e altre varianti locali), che permisero ai nostri avi di spostarsi da un paese all’altro della nostra costa, altrimenti isolati o collegati da strade impervie (per approfondimento e modelli schematici, cfr. http://www.storiapatriasavona.it/tipologie-velieri/ )

Fonti
– Alessandro Cialdi, Sulla Marina mercantile dello Stato pontificio, Roma, 1847.
– Alberto Guglielmotti, Storia della Marina Pontificia, 1871-1884.

 

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