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Il gioco dei ricordi (3). San Silverio mon amour

di Francesco De Luca

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“I giorni intorno alla metà di giugno sono cruciali sia per la scuola sia per l’università. Sono giorni d’esame. Così ci si toglie da un impegno assillante e si può affrontare la vacanza estiva senza pensieri e nel pieno divertimento.
Giorno 19 giugno, venerdì, ore 16, esame di filosofia teoretica, professor Prini. Partenza da Ponza il 18 mattina, rientro il 20, da Anzio con la nave Falerno alle 8,00, arrivo alle 11,00, giusto in tempo per la processione e tutto il resto.

L’esame verte sull’esistenzialismo. Heiddeger la fa da padrone. Pur essendo di formazione cristiana Prini ha scelto come corso monografico Heiddeger. Per i tipi di Armando Armando Editore è uscito il suo ultimo libro: Umanesimo programmatico.
E’ su questo che riesco a convergere l’interrogazione, per cui me la cavo bene.
Sveglia alle 6,00, giorno 20, da Roma prendo il treno per Anzio, alle 8,00 partenza per Ponza.

Sono soddisfatto. Non perché tornavo a casa per San Silverio. A quel tempo a tenere il centro dei miei interessi era lo studio. La vita quotidiana, quella fatta di sentimenti e necessità, incombenze e amori, stava ai margini. Giudicatemi come volete ma è la pura verità. Ero l’adolescente che vuole padroneggiare il mondo. Lo vuole padroneggiare e perciò deve conoscerlo. Gli strumenti più adatti che mi sembravano a portata di mano era lo studio. Non l’esperienza, no. Lo studio.

Per ogni aspetto della realtà cercavo e trovavo la risposta soddisfacente. Nella religione avevo scartato ogni teismo. Verum et factum convertuntur. E’ vero ciò che avviene. Ed è all’interno dei fenomeni che opera il primum movens. Dio è in ciò che è. Anche se ciò che si dispiega intorno ha brutture, dolori, ha esagerazioni, specie nella sfera sociale. C’è chi può e chi non può. Qui la decisione fu netta: stare dalla parte di chi non può e operare perché i piatti della bilancia fossero equiparati.
El pueblo unido jamas sera vencido: il canto degli Inti-Illimani mi faceva accapponare la pelle, e il sorriso di una ragazza mi tingeva le guance di rosso.

Stavo sul ponte esterno della nave, ad occhi chiusi, prendendo il sole, mentre mi bulinavano nell’intimo i pensieri più vari. In compagnia di turisti, anch’essi beandosi del sole e del mare calmo.
– È quella Ponza? È quell’isola là… – chiedeva una ragazza bionda ad una donna, seduta vicino – Ma… non stiamo andando là…
– No – mi intromisi – quella è Palmarola. Ponza è quella in fondo… più lontano.

Iniziammo una conversazione a sprazzi. Veniva da Milano, e si stava concedendo una breve vacanza. Non sapeva dove andare e io le assicurai che l’avrei accompagnata all’affittacamere. Le anticipai pure che avrebbe trovato l’isola in un’atmosfera di giubilo, a causa della festa del Patrono.
E infatti all’arrivo la banda ci aspettava per darci il benvenuto. Greta, la ragazza, mi guardò compiaciuta. Io le presi la valigia e le facevo strada sul molo Musco. Le campane suonavano a più non posso. Erano le 11,00 e la processione andava organizzandosi. Don Salvatore, il parroco, utilizzava il megafono-altoparlante e dava ordini affinché i ragazzi della prima Comunione, e poi le signorine, e poi le varie congreghe prendessero posizione. Tutti vestiti a festa e fra essi i più sgargianti erano i ponzesi tornati per l’occasione dall’America.

Greta era confusa. In quel carnaio organizzato si fermava per assaporare il gusto del nuovo, del ruspante. Ne veniva travolta e si aggrappava al mio sguardo per trovare una via d’uscita.
Io mi sentivo in una veste insolita. Implicato in quanto ponzese e distaccato in quanto distante dai devoti.

I fuochi. Cominciarono a rumoreggiare i fuochi d’artificio che accompagnano l’andare del Santo per le vie del paese. Greta non sapeva se era permesso passare attraverso le fila delle donne che cantavano l’inno, i fuochi davano sussulto, la banda accompagnava il canto, e le autorità con i militari a sfilare, e il clero, col Vescovo, a sfilare, e la gente che interrompeva spesso con: – Auguri Silvé’, Tanti auguri Silverio. Fai i miei auguri a tuo padre.

Seguito da Greta imbucai il grottone ’i Pascarella e mi recai da zia Lucia. Aveva una camera, che affittava, e dava proprio sopra il porto.
Greta mi salutò con disagio. L’avevo introdotta in un inferno di tradizioni e l’avevo tratta in salvo.

Corsi a casa. Mamma m’aspettava. Un saluto di fretta. Lei, già pronta, doveva raggiungere la processione. Mio padre, ne ero certo, stava fra quelli vicino alla statua.

La tavola era apparecchiata già. Ci si sarebbe ritirati alle 14,00 e ci sarebbe stato tempo soltanto per riscaldare le portate. Al massimo il tempo per bollire l’acqua per gli spaghetti al sugo di pesce.

Scesi pure io in piazza. Incontrai amici d’infanzia, anch’essi tornati per l’occasione; mio cugino Silverio, tanto devoto da rasentare il fanatismo; la vecchia, ormai cieca, a cui don Salvatore si avvicinò per farle baciare la reliquia; il bambino spaventato dai botti e la madre che imprecava allontanandosi.

Cercavo di tenermi distaccato dalla visione di una umanità greve, che puzzava di sudore, che aveva lacrime per il volto esangue e indifferente di una statua, che arrancava a tenere il passo dietro quella processione scombinata, mentre la banda suonava malamente, i canti si incrociavano disordinatamente, inframmezzati dagli spari.

Heiddeger aveva tratteggiato Dio come colui per il quale non c’è parola. Il silenzio di Dio di contro al rumore degli uomini. Assordante il secondo, assente il primo.

Mi voltai di scatto ad un tocco sulla spalla. Era Greta.
– Cosa fai qui… fermo? Vieni… seguiamo la processione!
Mi prese la mano e ci incamminammo.
L’ho già detto che era bionda? E che era bella?

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