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Ciliegi in fiore

di Patrizia Maccotta

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Erano probabilmente gli ultimi giorni di un mese di marzo; non mi ricordo con precisione l’anno, ma era sicuramente dopo il mio soggiorno in Giappone nell’estate del 1991. Andai, un pomeriggio, a raccogliermi davanti ai ciliegi in fiore che, come due soffici nastri di seta rosa, seguivano i marciapiedi di via Panama a Roma e si assemblavano in grandi bouquet nel prato del giardino adiacente. Non sapevo allora che il governo giapponese aveva regalato nel 1959 centinaia di ciliegi a Roma per creare “la passeggiata del Giappone“ nel Parco del lago dell’Eur.

[1]Tronco di uno dei ciliegi regalati dal governo giapponese. Via del Giappone. Lago dell’Eur

Ad un tratto, sentii una voce che si rivolgeva a me in inglese: apparteneva ad un asiatico. Stava lì vicino e contemplava, anch’esso, i ciliegi fioriti.
Si dichiarò stupito: come mai mi trovavo in quel posto, da sola, ad ammirare una tale magnificenza? Nel suo paese, il Giappone, ci saremmo trovati in tante persone. Gli risposi che conoscevo il culto del suo popolo per i ciliegi in fiore, i sakura; sapevo del rito dell’Hanami, quel riunirsi per ammirare la poetica fioritura rosa, senza disdegnare un buon pranzo ed un sorso di sakè, festeggiando in quel modo l’inizio dell’anno lavorativo e dell’anno scolastico che coincide con i primi di aprile; gli confidai, a lui che mi era sconosciuto – la bellezza a volte fa cadere ogni barriera -, che avevo fatto mio quel sentimento di impermanenza e di caducità che pervade la cultura giapponese. Ma il mio soggiorno si era svolto in agosto e non avevo potuto, purtroppo, assistere laggiù al tripudio al quale assistevamo ora in Italia.

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[3]Ciliegi nel giardino del castello di Himeji. Prefettura di Hyōgo

Gli volli raccontare, allora, una tradizione del Lazio per offrirgli un curioso tassello della nostra cultura anch’esso legato al ciliegio. Ciliegio diverso, certo, dal sakura che trasforma gli stami in petali e non dà frutto alcuno.

I ciliegi del Lazio, della Sabina in particolare, sono comunque maestosi e delicati allo stesso tempo e sono protagonisti nella cittadina di Palombara di una grande festa che inaugura la stagione estiva, a giugno, una festa chiamata in dialetto “La sagra delle cerase”. Le ciliegie sabine sono rinomate fin dal XIII secolo. Pare che i palombaresi ne regalarono una cesta al papa Onorio VII Savelli. Questa offerta fu ripresa nel 2015 quando una delegazione, di cui faceva parte pure mio cognato Giulio Bombelli, venne a Roma a portare un canestro di frutti rossi a Papa Francesco.
La sagra nasce all’inizio del novecento come “Carnevalone”. Fu trasformata in seguito in “Corso dei fiori”, una sorta di infiorata in movimento, per trovare il suo nome e la sua configurazione definitivi nel 1933, legati forse alle politiche agrarie di Mussolini.

[4]Prima Sagra delle Cerase. 1933

La festa vede sfilare, lungo la via principale del paese che si arrotola come una cinta fino ai piedi dell’antico castello Savelli, numerosi carri allegorici.
I carri, costruiti febbrilmente due giorni prima a causa del materiale deperibile, sono in cartone e in compensato ricoperti da ciliegie mature, fiori di cardo e margherite gialle e bianche. La manifestazione è rumorosa: le macchine colorate dai fiori e dai frutti sfilano tra bancarelle e persone a suon di musica. Il più bel carro vincerà un premio.
Ma i carri sono pure loro, come i fiori del ciliegio, effimeri: dopo poche settimane non rimane che il loro scheletro. Fiori e colori sono appassiti.
Per ragioni evidenti, la pandemia, l’anno scorso la festa non ha avuto luogo. Ci sono state unicamente iniziative on-line. Anche quest’anno sarà così.

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Il mio compagno giapponese se ne andò riportando in patria la mia storia, tante foto dei sakura italiani e… una foto della mia persona! Sapeva, il mio amico per pochi istanti, che fino all’inizio del diciannovesimo secolo l’occidente aveva riportato dal Giappone soprattutto azalee, crisantemi e rododendri; forse perché i ciliegi ornamentali producono solo fiori e perché gli europei mal accettavano, allora, alberi che non offrivano frutti commestibili?
Il ciliegio da fiore, “Prunus pseudo cerasus”, era infatti chiamato “pseudo ciliegio” in Inghilterra, “finto ciliegio” in Germania e, addirittura, “ciliegio matto” in Italia. Tuttavia l’interesse per quest’albero nacque molto prima presso europei un poco originali, con interessi botanici ed il gusto per l’avventura ed i viaggi lontani.
Il Giappone era la terra ideale per loro. Già nel tardo VIII secolo, dalle dieci specie selvatiche che esistevano in quel paese erano nate ben quattrocento varietà di ciliegi. Alla corte imperiale di Heian (l’attuale Kyoto), l’allora capitale, si coltivava un ciliegio piangente come il salice. Nel momento della sua fioritura era così bello che i letterati ed i nobili lo avevano scelto come soggetto delle loro creazioni artistiche. Fu proprio nell’812 che la famiglia imperiale organizzò la prima festa dell’hanami.

L’amore per i ciliegi perdurò nel tempo. Nel XII secolo, Saigyo, un monaco buddista poeta, scrisse:

“Vorrei morire
A primavera
Sotto i ciliegi in fiore
Nella luna piena
Del secondo mese”

Più tardi, all’epoca dello shōgunato, nel XVII secolo, i daimyō, vassalli dello shōgun, quando la capitale si trasferì da Heian a Edo (l’odierna Tokyo), crearono dei meravigliosi giardini di ciliegi per quando il loro signore veniva in visita. Fu così che molte varietà di questi alberi iniziarono a fiorire proprio a Edo, tra il 1603 e il 1868. Migliaia di ciliegi furono piantati in luoghi pubblici per permettere a tutti di godere della loro bellezza. Un concetto estetico molto democratico.
Fu proprio uno shōgun, il terzo della dinastia Tokugawa che, involontariamente, stimolò l’interesse degli europei per la flora nipponica; per impedire il contatto tra gli occidentali ed i nativi, egli aveva fatto costruire un isolotto, Dejima, proprio di fronte alla città di Nagasaki. Lì aveva rinchiuso i missionari portoghesi. Alla loro espulsione, l’isolotto fu scelto come insediamento della Compagnia Orientale delle Indie. Dal 1639, vissero in quello che era in fondo un recinto, isolati, i suoi membri e i mercanti con le loro navi.
E lì vissero pure, in periodi diversi, tre studiosi europei interessati alla flora nipponica: Engelberg Kaempfer (dal 1690 al 1692), tedesco, Carl Peter Thunberg (1775-1776 ), svedese e Philipp Franz von Siebold (1823-1825), tedesco pure lui . Era loro concesso di lasciare l’isola, una volta l’anno, per recarsi ad omaggiare lo shōgun del momento, a Edo, percorrendo a piedi i 2500 km che li separavano dalla capitale, dando loro l’occasione di inebriarsi di libertà e di scoprire numerose piante e numerosi fiori. Furono loro che fecero conoscere, ed in seguito esportare, il ciliegio giapponese in Europa.

[7]Kikukawa Eizan (1787-1867). Xilografia. Fiori di ciliegio

A metà dell’ottocento esplose, nel mondo occidentale, una vera moda per quell’albero. Tale fu, infatti, l’interesse per i suoi fiori che i disegni che li raffiguravano di artisti come Katsushika Hokusai (1760-1849) – Hokusai incideva, tra l’altro, le sue xilografie su blocchi di legno di ciliegi montani – e Utagawa Hiroshighe (1797-1858) ispirarono artisti europei come Manet, Monet e Van Gogh.

[8]Utagawa Hiroshige (1797-1858). Susini a Kameido (1857)

[9]Vincent Van Gogh (1853 – 1890). Prunier (1887)

Fu, tuttavia, un giornalista irlandese naturalizzato giapponese (morì a Tokyo), Lafcadio Hearn, che fece innamorare gli europei con le sue descrizioni: “Perché gli alberi in Giappone devono essere così incantevoli? Da noi, un susino o un ciliegio in fiore sono uno spettacolo tutt’altro che sconvolgente; qui, viceversa, il miracolo della bellezza è talmente sbalorditivo da lasciare attonito perfino chi ne aveva letto in abbondanza le lodi sulle pagine scritte”.

A seguito di questo interesse un eccentrico aristocratico inglese, Collingwood Ingram, soprannominato Collingwood Cherry (1880-1981), appassionato di ornitologia e di botanica, dopo alcuni viaggi in Giappone, salvò le numerose varietà di ciliegi giapponesi che erano state trascurate per una varietà più facile, clonata, che risaliva agli anni sessanta dell’ottocento, i somei yoshino. Salvo una varietà di albero gigante, quasi scomparso, chiamato Taihaku, “il grande bianco”. Nella sua tenuta a Benenden, nel Kent, creò un magnifico giardino di ciliegi con più di un centinaio di piante che fiorivano in periodi leggermente diversi. Alcuni alberi vennero presentati all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900 e all’Esposizione anglo-giapponese di Londra nel 1910.

Così, gradualmente, il ciliegio da fiore divenne l’albero simbolo del Giappone.
Inazō Nitobe (economista, agrario, scrittore e diplomatico. 1862–1933) nella sua opera “Bushidō. L’anima del Giappone”, parlando del ciliegio, osserva: “E’ sempre pronto ad abbandonare la vita quando la natura lo chiama. I suoi colori non sono mai eccessivi e il suo leggero profumo non è mai nauseante. La bellezza del suo colore e della sua forma si mostra con pudore: rappresenta una qualità fissa dell’esistenza, mentre la fragranza è volatile, etera, come il soffio della vita”.
Forse, durante la seconda guerra mondiale, le sue parole influenzarono l’atteggiamento dei kamikaze. I giovani soldati, prima di andare volontariamente a morire per il loro paese e per l’imperatore, scrivevano toccanti haiku nei quali si paragonavano ai fiori dei ciliegi caduti (leggi qui [10], in Commenti). Così scrive il ventiseienne capitano kamikaze Seiichi Kishi:

“I fiori di ciliegio stanno cadendo
Uno dopo l’altro.
Ora voglio cadere anch’io
Spargendo il mio profumo
Nel paese di Yamato”

I soldati scrissero haiku molto significativi:

“Per la gloria dell’imperatore
Che cosa si può rimpiangere?
Come un giovane ciliegio
La vera nobiltà della vita è nella caduta”

La dittatura militare coprì di un velo mortale la bellezza effimera dei fiori bianchi e rosa.

[11]Orto botanico di Roma

Forse presa dalla luce di tutto quel bianco e dai pensieri sulla brevità della vita ho trascurato il meno regale albero delle nostre latitudini. Anche lui è sinonimo di bellezza, se le labbra di una donna sono paragonate al suo frutto: “ciliegi rosa a primavera, come le labbra del mio amore”.
Il ciliegio è il simbolo della Sabina: qui crescono la Visciola Amarena, la Greppiani, la Marette e la Ravenna che è la più pregiata.

I nostri ciliegi hanno, anch’essi, un’origine antica: Plinio il Giovane scrisse che sarebbero stati introdotti a Roma dai legionari; un’altra tesi sostiene che Lucullo li avrebbe riportati dall’Asia Minore.

[12]Klara Kruger (1854-1924). Still life with cherries (Natura morta con ciliegie)

Mi piace legare ai frutti rossi e spesso doppi le note di una vecchia e nostalgica canzone francese, scritta nel 1866 da Jean-Baptiste Clément per essere, in seguito, messa in musica da Antoine Renard: “Le Temps des cerises”. La cantava in modo struggente Yves Montand:

“Mais il est bien court le temps des cerises
Où l’on s’en va deux cueillir en rêvant
Des pendants d’oreilles,
Cerises d’amour aux robes pareilles
Tombant sous la feuille en gouttes de sang.
Mais il est bien court le temps des cerises
Pendants de corail qu’on cueille en rêvant”.

Ma è così breve il tempo delle ciliegie
Quando si va in due a cogliere
Degli orecchini.
Ciliegie d’amore dagli abiti uguali
Che cadono sotto la foglia in gocce di sangue.
Ma è così breve il tempo delle ciliegie
Orecchini di corallo che cogliamo sognando.