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L’isola e la solitudine

Francesco De Luca

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L’un concetto evoca l’altro, quasi automaticamente. L’isola è terra di solitudine, la solitudine è di casa sull’isola. E’ credenza scontata.

Quanti versi sono stati scritti su questa endiade. Frasi avvalorate dalle personalità degli autori. Illustri perché capaci di leggere l’animo umano. Se cerchi la solitudine il luogo naturale più consono è l’isola. Perché gettata nel mare e lì impietrita, lontano dalla scompostezza del continente, distesa sulle onde del mare che la stringono e la abbracciano. In uno slancio appassionato e pericoloso.

Un’isola… meglio se è una piccola isola. Abitanti radi e scontrosi, natura ispida. Ambiente dalla apparente serenità. A vedersi, tutto a portata di mano, accessibile, ben disposto. A vedersi dall’esterno.

Chi viene sull’isola per trovare solitudine guarda e non osserva, cammina e non si sofferma, sente ma non ascolta. Passa fra case, persone, luoghi e nomi, senza chiedersi nulla. Non è intenzionato a compenetrarsi perché non è la sua terra. Vi soggiorna di passaggio, vi passa per diporto. Abbacinato dall’inconsueto, da cui è affascinato.

Intorno a lui i luoghi hanno nomi, alludono a storie, presentano immagini che rimandano ad altre; le persone hanno fisicità tipiche perché la vita sull’isola ha una sua specificità che, nelle generazioni, si incarna. Eppoi… quello che non si dice ha molto più corpo di quel che si dice.

Insomma l’isola promana un fragore di storie e di vissuti: La sua solitudine non è afona né muta. Eppure la percezione che se ne trae, nel bighellonare sul porto o per i vicoli, è che ogni individuo si coltiva da sé, all’interno del proprio cerchio personale, sprangato al sociale.

Soltanto san Silverio, ma nel fulgore del 20 giugno, allorché attesta il suo sacro patronato sugli isolani, spezza le barriere individualistiche e muove le voci di tutti nell’inno: “Gran santo protettore, Silverio venerato, il popolo adunato, a Te si inchina”.

E’ il canto che frange i localismi dei borghi, le rivalità delle genìe, gli screzi familiari, gli scontri ideologici. Tutti supini alla sua presenza: paterna e austera.

Gli isolani, sdegnosi in casa e nei rioni, nelle volontà e passioni, si ammassano sul sagrato della chiesa, per ricevere, insieme ai compaesani, la benedizione rassicuratrice.

Chi è venuto sull’isola in cerca di una conclamata solitudine rimane emotivamente spiazzato. Per un attimo dismette gli abiti dell’estraneo e piega la testa. Anche lui si assoggetta al mito della comunanza, indotta dal culto. Cerca con anelito un segno della paternità celeste. Lo trova: un garofano lanciato in aria gli cade addosso. Un garofano? Sì, il fiore di san Silverio. Rosso del suo martirio. Viene donato ad ogni fedele e suggella la devozione dell’isolano al Patrono.

Lo porta a casa e lo mette in mostra. Sarà la sua compagnia nella consuetudine giornaliera. Non lo inquieta e non lo aizza. Lo accompagna.

Come l’isola. Anch’essa non disturba la tua quiete, se sereno è il tuo spirito; non aizza la tua socialità, se essa aspira all’armonia.
La solitudine dell’isola è tua compagna perché sull’isola sei in compagnia di te.

 

 

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