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Una canzone per la domenica (144). Ciao Franco, mi dispiace

di Tano Pirrone
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Scrivere di chi è appena morto è una gran consolazione per il vivo che intraprende la stesura dei coccodrilli, come vengono chiamati cinicamente ma con brillante senso dell’umorismo gli accomodanti finto dolenti articoli che ogni buon giornale (ente mass-mediale o cazzimme) deve fare per dare ai lettori quella piccola carica quotidiana, il cui senso profondo è: Godi bestia che sei ancora vivo!
Eppure qualcuno che faccia questo sporco mestiere ci dev’essere. Nelle redazioni, mi raccontano i miei pochi amici ancora vivi che giornalisti seri sono stati e nelle redazioni hanno piantato tende e artigli per decine di anni, nelle redazioni il compito di comporre i coccodrilli veniva assegnato ai nuovi arrivati, alle reclute, che per legge universale devono sobbarcarsi di tutto per il solo fatto di essere giovani e inesperti, qualità universalmente riconosciute come transeunti e misteriosamente allicchettate per far capir poco alle masturbatorie curiosità dei colleghi anziani (già, nel loro tempo lontano, estensori di coccodrilli dimenticati di personaggi dimenticatissimi) sul futuro dei veloci transeunti.
In una stagione in cui ho perso familiari carissimi (carne della stessa carne) e amici che avrei voluto conservare per sempre, quale garanzia di sicurezza e specchio che rifletteva parti di me di cui non soffro, è capitato perdere un alter ego, un personaggio pubblico, uno che di cose ne ha fatto e per queste cose, generalmente, viene pianto e ricordato, tranne forse nei luoghi in cui non mi avventuro, nelle malebolge dei social, dove bruciano gli aborti viventi di una società malata e senza futuro, i fraudolenti contemporanei che falsano il nostro futuro e rubano il nostro presente.

L’ho perso quell’Uno, che è stato e a tratti è tornato ad essere Nessuno, ma alla fine chiaro e risplendente si manifesta in Centomila.

Franco Battiato, picciutteddu di Riposto, paesone di mare coi piedi nell’acqua del nostro mare e quindi cogli occhi appizzati all’orizzonte forte e deciso dove ci sono le sabbie e i cammelli, dove si parla arabo e i racconti salgono alla nostra presenza come in estate nelle strade polverose del paese, improvviso si manifestava per mistero, invenzione e sacro combinarsi di forze sconosciute, ’u mazzamareddu, piccoli indimenticabili manifestazioni del mistero in cui eravamo nati e crescevamo e da cui siamo stati espulsi, strappati da maninazi (1), portati dove non saremmo mai voluti andare a fare cose che mai avremmo voluto, fare…
’U mazzamareddu, piccola, trasparente tromba d’aria venuta e memorarci ben altre demoniache manifestazioni della natura e di quello che dentro veramente c’è e ci vive. Perturbazione silente, educata, facile da memorizzarsi e portare dietro nel tempo e nei luoghi e ritrovarla, qualvolta se si è felici e fortunati, ed usarla per allacciare un filo coll’infanzia lontanissima e i luoghi in cui essa si formò senza fermarsi. Trova compagnia e sostegno nella Fata Morgana (2). Battiato e Alice la cantarono con trasporto magico in una delle più belle, sognanti canzoni della immensa magica produzione di Franco: ‘I treni di Tozeur(3).
C’è in essa la memoria struggente dei luoghi veri o simbolici o opportunisticamente rappresentati, antiche decisioni, legami recisi e dimenticati, che tornano con un treno o con esso di nuovo scappano e ci lasciano più soli in un deserto lontano intraversabile, in cui i mazzamareddi sono pietre miliari che ci conducono in circolo nei posti introvabili della nostra anima, dei nostri passati, dei nostri mondi rubati o ormai perduti.

Sapevamo tutti che il segreto era di muoversi ad un’altra velocità a scambiare di tanto in tanto l’andata col ritorno, fino a dimenticare la meta, ed accogliere come tale quella che il gioco dell’andarivièni ci sorteggiava di volta in volta. E cambiavamo storia, direzione, velocità, ebbrezza; la giovinezza era il fumo che usciva dal nostro fumaiolo mentre con sorteggiata velocità improbabilmente andavamo di meta in meta girando come dervisci attorno al nostro asse. Lo sapevamo e avremmo dovuto tapparci le orecchie col miele degli Iblei, diventare sordi e ciechi – gli antichi, i padri ce lo avevano detto, ci avevano indicato la via e ci avevano dato piccole luci per orientarci in questo viaggio senza ritorno, attraverso un buio illuminato da musiche strane lontane cangianti evocatrici che ripetevano ritornelli sempre cangianti. Non li abbiamo ascoltati. La nostra velocità l’hanno regolata gli Altri e ora ci accorgiamo che Franco ci aveva avvisati, che l’era del Cinghiale bianco era la nostra era e non c’era altra era…

Ciao Franco… mi dispiace!

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Note

(1) – A detta dell’autore, “miologismo”, per: “rapimento da parte di chi condivide ideologia e metodo della barbarie nazista” – ndr

(2) – Coscientemente evito fonti recenti inquinate da deodoranti imbarazzanti, da colori disturbati e sintomaticamente preoccupanti e mi rifugio in quel vas d’elezione che è il Dizionario di Cognizioni Utili della Unione Tipografica Torinese nell’edizione del 1926, eredità di mio padre, che mi trasmise, insieme al gusto della vita e all’amore per la propria terra (insieme geopolitico: luoghi, persone, piante, animali, il cui insieme ci rende possibile vivere e, se va bene, morire con dignità). La voce “Fata Morgana”: «Si dà questo nome a un fenomeno pel quale talvolta nello stretto di Messina si sono veduti capovolti e come proiettati sull’orizzonte i simulacri di alberi e di certi ruderi che stanno sulla riva opposta e che restano celati alla visione diretta da una collina. Per lo stesso fenomeno talora appariscono in alto mare immagini capovolte in aria e librate nell’atmosfera. Questa singolare apparenza ripete le medesime cause del Miraggio ed è un risultato di riflessione totale per la cui intelligenza occorrono delle nozioni sull’angolo limite e sulle leggi della Riflessione e Rifrazione.»

(3) – Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni / Le strade deserte di Tozeur
Da una casa lontana tua madre mi vede / Si ricorda di me delle mie abitudini
E per un istante ritorna la voglia di vivere / A un’altra velocità
Passano ancora lenti i treni per Tozeur / Nelle chiese abbandonate si preparano rifugi
E nuove astronavi per viaggi interstellari / In una vecchia miniera distese di sale
E un ricordo di me come un incantesimo / E per un istante ritorna la voglia di vivere
A un’altra velocità / Passano ancora lenti i treni per Tozeur

Tozeur, località della Tunisia. La città sorge in un’oasi facente parte dei margini del deserto del Sahara, a sud-ovest della capitale Tunisi (da cui dista circa 450 chilometri). Alla cittadina ed ai movimenti carovanieri lungo le sponde del suo lago salato, presso cui d’estate si verifica anche il fenomeno ottico della Fata Morgana, si è ispirata la canzone “I treni di Tozeur”, scritta nel 1984 da Franco Battiato, Giusto Pio e Rosario Cosentino (fonte Wikipedia, sintetizzato, a cura della redazione)

Immagine di copertina. Alice e Battiato al Teatro Biondo di Palermo, nel 1984