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La storia raccontata dai film (19). L’isola simbolo di tutte le guerre (prima parte)

di Sandro Russo e Gianni Sarro

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La fascinazione di due film in forma di dialogo tra l’allievo (isolano) e il maestro di Scuola di Cinema

Sandro. Caro Gianni, grazie per avermi dato l’opportunità di vedere finalmente questi due bellissimi film… Ti avevo detto che avevo comprato i due Dvd parecchio tempo fa e che li avevo lasciati da parte senza vederli per anni, fino a che non s’è creata l’occasione propizia.
Gianni. Sì, ci siamo arrivati nell’ambito del Corso dedicato a Clint Eastwood… Due film “tosti”. Immaginavo che ti sarebbero piaciuti.

S. – Il fatto che è rifuggo per quanto possibile dai film di guerra e congeneri; per dire… anche ad Auschwitz sono andato (ed è stata un’esperienza indimenticabile): ma mi ci hanno dovuto portare quasi a forza.
G. Parliamo allora di questi due film appaiati che Clint Eastwood dirige nel pieno della sua maturità artistica (come regista) – vengono dopo Million Dollar Baby (2004) e prima di Changeling e Gran Torino (2008) – dedicati ai cruenti combattimenti che si sono svolti sull’isola di Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale tra gli americani (attaccanti) e i giapponesi che la difendevano…

S. – Ho cercato su Wikipedia notizie su Iwo Jima… (Iōjima, dove –jima significa isola e , zolfo). È un’isola vulcanica che si trova nell’Oceano Pacifico. È una delle Isole Ogasawara facenti parte del gruppo delle Isole Vulcano. Appartiene alla prefettura di Tokyo malgrado ne sia distante 1046 km, verso sud.
Mi ha colpito di Iwo Jima che sia una piccola isola (lunga 8 Km e larga 4, di forma grossolanamente triangolare e con una superficie di 21 km² circa (mentre Ponza è lunga 8,9 km ma è stretta e allungata a mezzaluna, con una superficie di soli 7,5 km²).
G. – È un’isola vulcanica, è vero; sabbia nera e rocce tormentate, con una forte attività geotermica. Nei tunnel dove i soldati giapponesi vivevano le temperature erano elevate e gli occhi bruciavano per la presenza di zolfo.
Nei contenuti speciali del dvd di Flags…, Eastwood spiega che per la realizzazione dei due film, oltre alle scene girate a Iwo Jima, per il grosso delle riprese è stata utilizzata una località vulcanica in Islanda, nei pressi di Reykjavik e sono assunte comparse locali.

S. – Altre informazioni… L’isola è dominata dal monte Suribachi, un vulcano spento, alto 166 m.; la parte centro-settentrionale è occupata dall’altopiano di Motoyama che si eleva a 90 metri circa sul livello del mare. L’isola è ricoperta da una sabbia d’origine vulcanica nera, polverosa e sottile che ostacola la crescita della vegetazione, composta da pochi alberi e sterpaglie.
G. – La strenua difesa dell’isola da parte dei giapponesi è raccontata con molte scene di guerra in Letters from Iwo Jima, mentre il primo, Flags of our fathers è incentrato sulla conquista del monte Suribachi e sulla famosa foto della bandiera issata alla sua sommità al quarto giorno dei combattimenti. Ma per la conquista dell’intera isola furono necessari altri venti giorni, con perdite pesantissime da parte degli americani e il pressoché totale annientamento dei giapponesi (molti di quelli che non erano morti nelle azioni di guerra, si suicidarono).

S. – Ecco, l’isola, appunto. Che le azioni di guerra si svolgano su un’isola non è stato secondario ai fini del mio interesse. Specialmente il secondo dei due film, Lettere da Iwo Jima. Ma perché due film?
G. – Perché Eastwood vuole fornire anche il punto di vista dei giapponesi. Il regista non vuole rappresentare uno scontro tra buoni e cattivi, bensì tra uomini, che combattono sotto due bandiere diverse, ma pur sempre tali. Il dato interessante è che pur essendo Eastwood notoriamente un conservatore, non ama mostrare una visione gretta e manichea della società (come fa, ad esempio John Wayne in Berretti verdi (1968) da lui diretto, o sempre lui (come attore) in È una sporca faccenda tenente Parker di John Sturges (1974).
La visione del mondo di Clint Eastwood è ribadita in tanti film, da Un mondo perfetto (1993) a Mystic River (2003), a Gran Torino, (2008). Ecco, per Eastwood la società perfetta non esiste. Tanto meno l’America, la cui nascita è profondamente segnata della violenza.
Quindi, tornando a Lettere da Iwo-Jima, Clint è ben consapevole che gli Americani non sono una specie di crociati. Anzi, al contrario! Il più efferato dei gesti, l’uccisione a freddo di due prigionieri, lo vediamo fare da un marine.
Un’altra considerazione. Il personaggio che alla fine la macchina da presa (mdp di qui in avanti – ndr) “coccola” di più è quello di Saigo, il soldato giapponese che vuole tornare a fare il fornaio, dalla moglie e dalla bambina che non ha mai visto. Il dittico eastwoodiano non vuole parlare di eroi, ma di uomini.

La foto di Joe Rosenthal fu l‘immagine simbolo della campagna per finanziare i prestiti di guerra, negli Stati Uniti

S. – A proposito di eroi, in Flags… è ribadito più volte, da parte dei tre marines – utilizzati dai comandi militari per portare in giro per l’America quasi uno spettacolo, con l’icona della bandiera piantata sulla cime del monte Suribachi e l’intento di raccogliere fondi per la guerra ancora in corso – che gli eroi, i veri eroi, sono stati quelli che a Iwo Jima hanno perso la vita. E sono stati tanti.
Il tema della foto della bandiera è centrale nel primo film, vero?
G. – Sì, come indica il titolo stesso. La trama del film ruota intorno alla celebre fotografia scattata dal Premio Pulitzer Joe Rosenthal durante la battaglia di Iwo Jima, foto che ritrae cinque marines ed un marinaio intenti ad issare una bandiera statunitense sul monte Suribachi. Lo scrittore James Bradley, figlio di uno degli uomini che alzarono la bandiera americana (l’infermiere della marina John “Doc” Bradley), decide di cercare altri reduci di quella spedizione militare e chiedere loro cosa realmente fosse successo in quei giorni.
Anche se, in realtà, tutto fu casuale.
Nessuno aveva in mente, prima, ma anche subito dopo, di scattare una foto iconica. Il servizio propaganda dell’esercito a stelle e strisce era ben collaudato, tuttavia non poteva prevedere che avrebbe avuto tra le mani una delle immagini più rappresentative dello “spirito” della seconda guerra mondiale da parte americana. Sto cercando di ricordare se ci sia stata un’immagine altrettanto forte dello sbarco in Normandia, ma non mi viene in mente niente.
Nel film Eastwood fa pronunciare a Joe Rosenthal, l’autore della foto, una frase: ‘Sono venuti tutti di spalle’. Chissà se nella realtà è stata detta. Il punto però non è questo, bensì quello di una insoddisfazione per non aver colto alcun volto, quindi una foto inutile. Pensiamo a tutti i manifesti, o le illustrazioni, che vogliono creare un mito. Ce ne sono a centinaia. La prima guerra mondiale, ad esempio con le copertine della Domenica del Corriere; oppure ai manifesti propagandistici dei piani quinquennali dell’Unione Sovietica, ebbene in tutti si vedeva raffigurato un uomo imponente, che dominava la scena, e in cui il volto era ben visibile in tutta la sua virilità ed invincibilità; non abbiamo mai visto sei uomini di spalle, come nella foto di Rosenthal, che invece diventa “la foto”, l’immagine della battaglia di Iwo-Jima, ma anche di tutte le battaglie vittoriose dell’America. Dell’ineffabile aspirazione americana alla vittoria.
Una foto, ricordiamolo, che non testimonia la fine della battaglia, come affermavano le prime pagine dei giornali del febbraio del 1945 dove fu pubblicato. I titoli di quei giorni recitavano, vado a memoria, frasi come: i marines hanno conquistato metà della pista di atterraggio di Iwo-Jima.
Una grande intuizione di Eastwood (e degli sceneggiatori del film William Broyles e Paul Haggis) è aver incentrato il film su un’immagine simbolo (che non era nata per entrare nel mito), e mostrare tutto in relazione ad essa, l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana e la stessa guerra che si combatteva su un’isola dall’altra parte del globo. Tutto è casuale, sembra suggerirci Eastwood, soprattutto in guerra.

S. Mentre il vero film di guerra, con la difesa dell’isola di Iwo Jima contro preponderanti forze nemiche è Lettere da Iwo Jima. Ed era veramente una missione impossibile perché i dati ufficiali (storici) riportano che gli americani disponevano di oltre 70mila uomini, di circa ottocento navi di tutti i tipi, incluse navi cisterna con acqua, navi officina, navi ospedale, e anche sei portaerei di scorta. Oltre a una copertura aerea.
Per i giapponesi, al 19 febbraio 1945, giorno dello sbarco, le fonti stimano i combattenti tra le 20 e le 21mila unità (un numero comunque superiore a quello prospettato all’epoca dall’intelligence statunitense, pari a circa 13 000). Senza navi di supporto, né aerei.
Abbandonati a sé stessi con l’ordine di resistere il più possibile e morire.
E le consegne furono rispettate! Una conquista che gli americani pensavano di poter compiere in quattro giorni si concluse invece solo il 26 marzo 1945 con il quasi totale annientamento della guarnigione giapponese. Ma  17.372 americani rimasero feriti nel tentativo di conquistare un’isoletta grande più o meno un terzo di Manhattan. La battaglia di Iwo Jima fu forse la più sanguinosa combattuta nel Pacifico. Vi morirono 6.821 marines e 363 marinai statunitensi, mentre la guarnigione giapponese, 14.500 soldati e 7.000 marinai, fu praticamente sterminata nell’unica battaglia che vide gli americani perdere tanti uomini quanti i loro avversari.
G. – I film delineano anche le diverse motivazioni che muovono i soldati sul campo di battaglia. Gli americani combattono per salvare la pelle, per tornare dalla mamma a casa, eventualmente pure per il compagno di trincea. I giapponesi combattono invece per la patria e per l’imperatore. Le stesse motivazioni che spingevano i kamikaze a lanciarsi con i loro aerei sulle navi americane e a morire in combattimento.

S. – A motivare quello che gli americani chiamavano ‘fanatismo’ e faticavano a comprendere, c’è anche il fatto che Iwo Jima benché così distante dalla capitale nipponica (e a differenze delle tante isole del Pacifico teatro di combattimenti) era territorio della madre patria, sacro suolo giapponese. Sia gli americani che i giapponesi avevano ben chiaro che conquistata Iwo Jima non c’era più niente ad interporsi all’invasione dello stesso Giappone
G. – È vero, l’isola di Iwo-Jima dista infatti circa mille chilometri da Tokyo. Tuttavia per gli Americani era strategicamente importantissimo avere una pista da dove far decollare i loro aerei, diretti a bombardare il Giappone. Dalla battaglia di Midway in poi, l’andamento della guerra nel Pacifico aveva preso un’inerzia favorevole agli Americani. Attenzione però a dire che la strada era spianata. Le battaglie di Guadacanal e di Okinawa, e soprattutto di Iwo-Jima, cominciarono a far crescere il pensiero – data l’irriducibilità dei giapponesi, formidabili combattenti -, che forse sarebbe stato il caso, appena fosse stata disponibile, di usare ‘l’arma di fine di mondo’ per citare una frase di un altro film (Il dottor Stranamore (1964), di Kubrick).
Le vittime americane in quelle tre battaglie furono moltissime e quando fu disponibile la bomba atomica Truman decise di usarla.

[La storia raccontata dai film (19). Iwo Jima (prima parte) – Continua]

4 commenti per La storia raccontata dai film (19). L’isola simbolo di tutte le guerre (prima parte)

  • Fabio Lambertucci

    Ho apprezzato moltissimo l’interessante dialogo tra Sandro Russo e Gianni Sarro sui due film di Clint Eastwood sulla guerra nel Pacifico. Un altro film d’autore sulla guerra su un’isola è “La sottile linea rossa” (1998) di Terrence Malick ambientato sull’isola di Guadalcanal nel 1942/43. Grazie e saluti da Fabio Lambertucci.

  • Emilio Iodice

    Dire “Gli americani combattono per salvare la pelle, per tornare dalla mamma a casa, eventualmente pure per il compagno di trincea” è un insulto all’enorme sacrificio compiuto dagli americani che lottano all’estero contro la tirannia e per preservare la democrazia. Nessun altro Paese ha fatto tali sacrifici. Esistono 50 cimiteri e memoriali in tutto il mondo per quasi 300.000 morti e dispersi in azione. Milioni di altri sono sepolti nei cimiteri statunitensi. Hanno combattuto in guerre al di fuori del suolo americano non per la conquista, come nel caso delle potenze europee e giapponese, ma per liberare i popoli e promuovere la libertà. Quando si vedono questi film di guerra è facile dimenticare la vera ragione per cui quei milioni di uomini e donne hanno lasciato le loro coste sicure e confortevoli per combattere in terre sconosciute per persone di cui sapevano poco o nulla.

    Quante nazioni farebbero lo stesso oggi per gli stessi principi?

  • Caro Emilio,
    credo che nella frase di Gianni da te citata, non ci sia nulla di offensivo, discriminatorio o di sottovalutazione del contributo inestimabile dato dagli Stati Uniti nel corso della Seconda guerra mondiale, decisivo, ma non certo esclusivo. Conosco sufficientemente Gianni per intervenire, anche se Gianni non ha bisogno alcuno di difensori raccolti sulla pubblica piazza, e soprattutto credo di conoscere bene (non certo da storico di professione) i fatti che diedero la mossa all’apocalisse della guerra, il peso dei tanti attori che vi presero parte. Quando Gianni afferma “Gli americani combattono per salvare la pelle, per tornare dalla mamma a casa, eventualmente pure per il compagno di trincea” non afferma la mancanza assoluta di valori ideali, ma la diversa – assai diversa – motivazione (culturale, politica, umana, storica) che portò i popoli dell’Asse a dar fuoco alle polveri, e all’Alleanza ad organizzarsi, vincendo con un tributo economico e di vite umane impressionante.
    A questo proposito, sempre libero da ancoraggi ideologici, che alla mia età – età del dubbio, della riflessione e dei mai tardivi esami di coscienza – non posso più permettermi, voglio solo ricordare il peso che la Russia mise sulla bilancia della Storia: 26 milioni e 600 mila morti, fra militari e civili, oltre un terzo di tutte le vittime di quella guerra assurda; e, forse, la fine della speranza di costruire una società socialista, coerente con le speranze che avevano infiammato la Rivoluzione d’Ottobre. Anche qui una riflessione: dal fango, parafrasando uno degli ultimi angeli fattisi uomo, possono nascere i fiori, ma dal sangue delle guerre nascono più forti soltanto i poteri già forti.
    Si vis pacem, para pacem.

  • Sandro Russo

    Caro Emilio,
    non so se i film di cui parliamo li hai visti, perché la frase che hai sentito come “insultante” nei confronti degli americani tale non è nel contesto delle storie narrate – film peraltro di un arci-americano come Clint Eastwood -: tutt’altro!
    Figuriamoci se possiamo dimenticare che la guerra contro Hitler in Europa fu vinta dagli americani anche per noi. E nel dopoguerra il debito di riconoscenza dell’Italia nei confronti dell’America fu immenso; non solo per quella vittoria.
    Ma tornando ai film, entrambi sono centrati sui sentimenti e sull’agire di uomini travolti dalla guerra, più che sulle politiche dei rispettivi paesi; nessuna sviolinata sull’eroe, bensì un approfondimento del lato umano della vicenda .
    Ogni uomo in guerra ha paura e vuole salvare la pelle ed è lecito pensare che il soldato non sia troppo felice di trovarcisi dentro; i film scavano nelle motivazioni e nei comportamenti individuali, sia da parte americana che da parte dei giapponesi (nel secondo dei due film).

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