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La mia Procida (9). Milord

di Rita Bosso

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Antonio Romano arrivò a Procida nell’anno scolastico 1972-73; era già Milord, insignito del titolo durante la gita di terza media alla quale si presentò con un doppiopetto in velluto nero.

In gruppo, da ragazzi

– Quando arrivammo a Procida, eravamo degli indios allo stato brado, soprattutto noi fornesi. Avevamo due possibilità: imparare a nuotare o affogare. Procida è stato teatro, scuola di vita, fiesta mobile; pensai seriamente di farmi bocciare per poter prolungare quella stagione beata – Milord ricorda.

– Io ho avuto tre figure di riferimento, nella mia vita: Nicola Assenso, Alberto Migliaccio e il procidano Arcangelo Esposito. Che personaggio! Capelli impomatati, pizzetto, in giacca da camera e cravatta, troneggiava nello studio enorme di Villa Eldorado, tra mobili antichi e libri. Conosceva a memoria la Divina Commedia e declamava i versi in modo da coinvolgere completamente l’uditorio. Lui parlava e tu ti sentivi nella bolgia, immerso nello sterco, gesticolante insieme agli altri dannati.

Il nome di Arcangelo Esposito ricorre in tutti i ricordi degli studenti. Docente di lettere, proprietario di Villa Eldorado, una delle due residenze in cui alloggiavano gli studenti, nel 1965 si recò a Ponza per cercare potenziali alunni della scuola professionale per le attività marinare, che rischiava di chiudere per mancanza di iscritti. Il professore aveva molteplici interessi; come consulente di medicina riscuoteva la fiducia incondizionata di Milord.
– Dovevamo tornare a Procida, il vapore partiva alle quattro e mezzo, io avevo passato una nottataccia a causa di calcoli alla vescica. Mia madre mi implorava di non partire, di farmi visitare da un medico di Ponza, ma io mi fidavo solo del professor Arcangelo! Ero in condizioni pietose ma partii ugualmente; arrivato a Procida, lui mi scrisse su un foglio il nome di un medicamento, io corsi con la “ricetta” nella farmacia vicina e, nel giro di mezz’ora, i dolori sparirono.

Allo studio austero del professor Arcangelo si affiancavano salette molto più gaie. Si giocava a carte, per esempio. Milord in genere aveva come compagna di scopone Giulia la puttanona, che puniva gli errori a suon di paccari; il professore giocava in coppia con Vincenzo Curcio oppure con Silvano Tagliamonte. Spesso si aggregava il vecchio Pullastiello, violentatore di galline.

A poco a poco i ragazzi imparavano a conoscere il territorio, a far uso delle sue risorse.
C’erano gli agrumi da andare a rubare alla vigilia della partenza.
C’erano i piccioni, numerosissimi. Dopo qualche appostamento, si capì che nidificavano sotto al carcere; furono allora attrezzati giganteschi barbecue clandestini.
Ma la strage di piccioni a Terra Murata fu niente, a confronto con quel che avvenne nel giardino di Villa Eldorado, lussureggiante, con fontane e voliere tra le quali si aggiravano l’alano Furia e il mastino Capone. Gli uccelli svolazzavano beati, fino a quando uno degli indios non tornò dall’isola natìa con un crasteco. Il quale fece onore al suo nome scientifico Lanius, che significa macellaio: dilaniò tutti i graziosi volatili dell’Eldorado.

Averla maggiore (Fam. Laniidae), ‘U crasteche

Nel 1978, con il diploma, finì la zizzinella.
Antonio cominciò a navigare su cisterne, su porta-container, poi sulle navi di Assenso.
Nel 1996 salì sulle navi di Sigaretta; fu l’inizio di un’esperienza che dura tutt’ora, nelle vesti di comandante e di armatore.
Senza mai dimenticare che tutto è partito da Procida.

Architettura procidana (foto da Paolo Monte)

1 commento per La mia Procida (9). Milord

  • Giuseppe Mazzella di Rurillo

    Complimenti a Rita Bosso per i suoi pezzi su Procida. Meritano di essere raccolti in volume. Sono uno spaccato storico di un enorme valore e testimonianze commoventi di un’epoca che possono far riflettere e maturare la gioventù odierna.

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