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La mia Procida (7). Le case dei guaglioni

di Rita Bosso

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Le case dei guaglioni ponzesi a Procida erano due: Villa Eldorado e pensione Savoia. La prima era gestita da Arcangelo Esposito, docente di lettere, la seconda da Pippo.

Pensione Savoia

Villa Eldorado

A Villa Eldorado avevano alloggiato nel 1957 Alberto Moravia e Elsa Morante.
Nel romanzo L’isola di Arturo la casa dei guaglioni è stata la dimora di Romeo l’Amalfitano; il padre di Arturo la riceve in eredità. Il ragazzo, più che abitarla, ne occupa stanzini, angoli; la guarda dapprima con sguardo innocente e fiducioso, poi con occhi sempre più disincantati.
La casa era stata un convento prima che Romeo l’acquistasse. La facciata era da tipico palazzetto procidano, il gran portale di legno che non veniva mai aperto, la porticina per il passaggio; oltre l’atrio buio si apriva un terreno degradato, incolto, più discarica che giardino. L’Amalfitano aveva abbattuto dei muri, aveva preservato gli stipiti, in una ristrutturazione fantasiosa che, in definitiva, aveva reso più inquietante l’ex convento.

Giardino di villa Eldorado

L’Amalfitano trasforma il refettorio dei frati in sala delle feste. Anche qui i segni di antica grandezza – affreschi trompe l’oeil, lungo tavolone in legno, grande lampadario- sono immersi nel degrado: divani sfondati, lampadine fulminate, stoffe bruciacchiate dalle sigarette, graffiti sui muri (cuori trafitti, nomi, date, versi), l’intonaco dietro una preziosa acquasantiera d’alabastro sfregiato dalla firma di tale Taniello: i segni tipici dei “luoghi nei quali giovani e ragazzi si ritrovano in compagnia senza donne.” Già: il vecchio Amalfitano, omosessuale e fortemente misogino, vuole intorno a sè solo guaglioni e cani. Organizza gaie feste in maschera di cui nulla trapela all’esterno, non essendo presenti donne chiacchierone; quel che si sussurra potrebbero essere maldicenze messe in giro proprio dalle donne, indispettite per l’esclusione; chissà… Costumi, maschere, chitarre e mandolini, preziosi bicchieri decorati in oro sono oggetto di saccheggio, o forse di risarcimento, da parte dei guaglioni, dopo la morte dell’Amalfitano.

Copertina libro

In quel capolavoro che è il romanzo della Morante, l’isola è inizialmente luogo circoscritto e completo, dotato degli elementi archetipi di ogni fiaba: il mare, la fortezza, il carcere, i giardini rigogliosi. Qui Arturo vive un’infanzia libera e selvaggia, nutrendosi di quel che la terra e gli animali producono; qui Arturo “scopre le cose più belle e più brutte della vita”: con queste parole Elsa Morante presenta il romanzo al Premio Strega.
L’eroe – il padre – va e viene, le sue partenze rimandano all’altrove, alla necessità di ampliare la propria mappa mentale.
Il romanzo si chiude con la partenza: bisogna partire dall’isola per vederla nella sua interezza, per coglierne i limiti. “L’isola non c’era più”: è l’ultima frase di un romanzo meraviglioso.

Due fotogrammi dal film L’isola di Arturo (regia di Damiano Damiani – 1962)

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