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La mia Procida (4). Gianco

di Rita Bosso

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Gianco ricorda con piacere gli anni trascorsi a Procida. Sbarca sull’isola nel 1967, frequenta il primo anno dell’Istituto Professionale per le Attività Marinare; per i compagni di classe è Aversano Antonio, il nome d’arte è ancora di là da venire.
Ha finito la scuola media già da qualche anno, di continuare gli studi non ha molta voglia ma in famiglia insistono, soprattutto la sorella Maria gli chiede di cogliere questa bella opportunità che viene offerta ai ragazzi di Ponza: un percorso formativo adatto a chi è nato su un’isola e vuole restare a contatto con il mare, vitto e alloggio gratis a Procida per tre anni.


Gianco alla fine cede. A Procida, distribuiti tra la pensione Eldorado e la pensione Savoia, alloggiano oltre sessanta ragazzi ponzesi e ventotenesi. Dopo la scuola si incontrano, organizzano partite, vanno in giro per il paese; i ragazzi di Procida, poi, sono accoglienti, cordiali. Quando la nostalgia di casa diventa più acuta, ci si consola pensando che manca poco alle vacanze, al mercoledì in cui la nave della Span proveniente da Napoli ormeggerà, imbarcherà tutta la combriccola e, nel giro di cinque o sei ore, riporterà al paesello natìo. Salvo imprevisti.


Il 23 dicembre il tempo è proprio brutto; sballottato dalle onde, attracca al porto di Procida ‘u vapore. Il comandante Carlo Giordano è preoccupato, il mare si ingrossa sempre più; imbarca i ragazzi, i loro bagagli, la voglia di tornare a casa dopo tre mesi e di fare Natale in famiglia: un carico pesante e prezioso, ma il mare non vuole sentire ragioni. Il comandante può scegliere: tornare a Napoli oppure proseguire verso Ischia. Un barlume di speranza lo spinge verso il porto di Ischia, che offre riparo da ogni vento; ormeggia, valuta la situazione per l’ennesima volta, raggiunge il salone, dà ai ragazzi la notizia tanto temuta: la nave non proseguirà per Ponza.
Di spazio per dormire ce n’è in abbondanza, tra le panche della terza classe e le poltroncine della prima ma, per mangiare, come si fa?
A bordo c’è il furgone di Vincenzo Esposito che a Ponza, insieme alla moglie Ilda, gestisce un negozio di frutta; Vincenzo è sceso a Napoli per i rifornimenti natalizi e ha caricato ogni ben di Dio: provoloni, salumi, stoccafisso… “Guagliu’, oggi siete tutti miei ospiti!” annuncia con voce tonante, e imbandisce una ricca tavolata. La delusione e la tristezza spariscono immediatamente, il salone dell’Isola di Ponza ospita un allegro, chiassoso, abbondante pre-cenone natalizio.
Il giorno dopo, il 24 dicembre, il mare si placa; i ragazzi arrivano a Ponza appena in tempo per il cenone in famiglia.

– E’ stata una bella scuola, si imparava ad andare per mare, si faceva tanta pratica. E si usciva di casa, soprattutto: all’epoca non era così semplice. Ogni posto di mare dovrebbe offrire ai suoi ragazzi una formazione simile – osserva Gianco.

Dopo il diploma, Gianco cominciò a navigare con una compagnia italiana su navi graniere.
Faceva la spola tra la regione dei Grandi Laghi in Nord America e la Russia. Le soste a Odessa, a Leningrado erano piacevoli, i russi accoglievano l’equipaggio con tutti gli onori, organizzano giri per taverne.
Pulcinella diceva che “Per mare non ci stanno taverne”; la navigazione nei laghi dovrebbe essere invece tranquilla, scevra da ogni rischio. A meno che, nel passaggio tra una chiusa e l’altra, capiti un black-out e la nave finisca su una secca. Nelle settimane scorse è capitato alla nave Evergreen che ha bloccato il Canale di Suez.

Alla graniera su cui era imbarcato Gianco capitò in Canada, qualche decennio fa: si mise di traverso e bloccò il traffico per due o tre giorni. Finalmente fu disincagliata e raggiunse il porto di Montreal; aveva un grosso squarcio a prua, cominciò un estenuante braccio di ferro tra l’armatore e le autorità di porto: il primo voleva che la nave completasse il viaggio e portasse il carico a destinazione, la capitaneria riteneva che la nave non fosse in condizioni di poter proseguire e negava l’autorizzazione. L’equipaggio seguiva con apprensione la trattativa, sapeva a quali pericoli era esposto. Vi fu una specie di ammutinamento, quindici persone decisero di sbarcare; appena giunsero le sostituzioni, la nave salpò da Montreal.

– Partimmo senza conoscere il porto di destinazione, alla fine ci mandarono a Rotterdam – ricorda Gianco – Durante la navigazione, i marinai non fecero altro che versare sacchetti di cemento a presa rapida nel gavone di prua, per turare lo squarcio; per fortuna navigammo con mare piatto.
A Rotterdam, nel giro di ventiquattro ore, la nave scaricò il grano, passò a un’altra banchina, caricò carbon coke e ripartì, facendo rotta su Vado Ligure; solo a conclusione del viaggio entrò in cantiere di riparazione, a La Spezia.

– Una volta, a Leningrado. rimanemmo bloccati nel ghiaccio per quaranta giorni. Una fila di oltre venti navi era bloccata. Finalmente qualche nave rompighiaccio riuscì nell’impresa di creare un varco nella lastra di ghiaccio ma, subito dopo il suo passaggio, la lastra si richiudeva” – Gianco rievoca.
Dopo qualche anno Gianco, insieme ad altri soci, fonda la Cooperativa Barcaioli: talvolta le rotte bisogna tracciarle, non limitarsi a percorrerle.

– Ho un ottimo ricordo degli anni trascorsi a Procida. Vado spesso a Ischia e, ogni volta, faccio un salto a Procida – dice Gianco.
Beniamino Mazzella aggiunge: – A Procida ho lasciato pezzettini del mio cuore…mi fa piacere ogni tanto andare a vedere come stanno…e non ho intenzione di riprendermeli….sono dannatamente innamorato di quell’isola!

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