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L’angolo di Lianella/5. Rientro in paese (prima parte)

di Amelia Ciarnella

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Nella tarda primavera del 1944, dopo il catastrofico periodo di sfollamento trascorso a Roma, dove perdemmo mio fratello che aveva solo sedici anni sotto un bombardamento aereo, tornammo in paese dove trovammo un completo sfacelo.

Tutto appariva diverso: le campagne incolte giacevano sepolte sotto erbacce alte oltre un metro; alberi bruciati e spaccati, caduti di traverso sui viottoli di campagna, che impedivano di passare, materiale bellico sparso ovunque. Bossoli, bombe a mano, mine anticarro, collegate l’una all’altra con un filo di acciaio e polvere da sparo a forma di spaghetti (!) che molti usarono anche per accendere il fuoco nel camino.
Ma a due persone che lo fecero, senza nessuna precauzione perché, poverini, ingenui e ignari del pericolo, fu fatale.
Questo successe a due anziani coniugi, dopo qualche mese che eravamo arrivati in paese.

Avevano raccolto questa polvere da sparo a forma di spaghetti e ne avevano riempito due cassette di ferro, sistemandole vicino al camino, dove loro sedevano abitualmente per riscaldarsi.
Ma una sera, mentre chiacchieravano piacevolmente con una vicina, il fuoco, dopo aver riscaldato ben bene sia loro due che la loro amica, passò ad arroventare anche le due cassette di metallo sulle quali sedevano e che poco dopo esplosero con grande fragore, facendoli saltare per aria tutti e tre.

Io li andai a vedere, perché abitavano vicino casa mia e, insieme ad una mia cugina, undicenne come me, curiose entrambe di vedere come sarebbero diventate le persone dopo morte, ogni volta che moriva qualcuno, prese sempre dalla stessa curiosità, andavamo a vederli tutti.
Però quando andammo a vedere questi due anziani coniugi morti bruciati, ci spaventammo parecchio, a causa del loro aspetto per le gravi ustioni e gonfiori sparsi in tutto il corpo.

Naturalmente io e mia cugina, che non avevamo né l’età né la maturità per assistere indifferenti ad una scena del genere, corremmo via terrorizzate, ripromettendoci che, da quel momento in poi non saremmo più andate a vedere morti. Purtroppo, a undici anni si hanno anche queste curiosità e non si pensa mai alle tragedie degli altri.

Ma torniamo alle condizioni in cui trovammo il nostro paese. Ricordo che, appena raggiungemmo a piedi la sommità della collina da dove si poteva vedere tutta la vallata fino al mare, la prima cosa che ci colpì fu l’inondazione completa della pianura del Garigliano.
Sembrava che il mare si fosse avvicinato così tanto da rasentare la collina, con la sola differenza che l’acqua, anziché azzurra come quella del mare, era un po’ torbida e biancastra e appariva come una enorme tavola ferma e piatta.
Proseguendo poi verso Tufo ci aspettava un’altra brutta sorpresa.

Pochi metri prima di entrare in paese, sopra un terreno confinante con la strada e alla portata di tutti, c’era un grosso deposito di bossoli da cannone, che dopo qualche mese esplose per colpa di alcuni “affaristi” che cominciarono a manometterli, svuotandoli, per poterne prendere il rame e venderselo. Cosa questa che provocò diversi morti e ferit, fra la già scarsa popolazione.

Arrivati poi dentro il paese trovammo il corso principale stracolmo di macerie, calcinacci, finestre rotte, mobili a pezzi, detriti e rottami sparsi da ogni parte: per poterci passare sopra, abbiamo dovuto fare gli equilibristi.

Erano tutti resti delle moltissime case distrutte, parte dalle bombe degli aerei americani, ma la maggior parte, dalle mine dei tedeschi che, prima di lasciare la zona, ritirandosi, avevano deciso di radere al suolo l’intero paese, per non lasciare agli americani nulla che potesse agevolarli in qualche modo.

Infatti avevano cominciato a minare ogni singola casa, una dopo l’altra, fino alla piazza della chiesa. Ma poi forse, pressati dagli americani che stavano avanzando, erano dovuti fuggire senza riuscire a completare l’opera.

Finalmente arrivammo davanti la nostra casa che, apparentemente, almeno da fuori, sembrava essere rimasta ancora intatta. Però, salendo le scale fino al secondo piano, dove noi abitavamo, la prima cosa che notammo subito fu la mancanza della porta d’ingress, davanti la prima stanza, l’unica rimasta agibile.

Ma era completamente vuota. Priva di tutti i mobili e di ogni altra suppellettile. Sembrava perfino che l’avessero pulita.  Cosa però questa, comprensibilissima per noi, poiché mancavano i vetri a tutte le finestre, e il vento in quella casa aveva sempre fatto da padrone.

Entrammo quindi nella seconda stanza (dove siamo rimasti nascosti ventotto giorni, sperando che gli americani passassero entro un paio di giorni perché erano accampati a soli cinque chilometri dal nostro paese, invece impiegarono tre mesi, quando eravamo già sfollati a Roma, ed era priva sia di tetto che di pavimento: una bomba l’aveva centrata in pieno sfondando il palazzo fino al piano terra. Ed era rimasto disponibile e calpestabile poco più di un metro di pavimento intorno alle quattro pareti, attraverso il quale potevamo raggiungere la terza stanza, badando sempre a non mettere il piede sul bordo di quel pezzo di pavimento rimasto, per timore che si sgretolasse sotto il nostro peso e sprofondassimo di sotto, in mezzo alle macerie.

Per cui, se si guardava in su si vedevano il sole, il cielo azzurro e qualche passerotto di passaggio. Mentre se si guardava in giù si vedeva un ammasso di macerie, calcinacci, vetri rotti, mobili a pezzi e masserizie di ogni genere, che riempivano tutta la parte bassa della casa.  Un completo disastro.

La terza stanza non aveva subito molti danni. Aveva due finestre. Da una si vedeva la montagna con tutti i suoi splendidi paesini, anche se da lontano. Invece dall’altra si vedeva soltanto una traversa secondaria della strada principale del paese, denominata via Vecchia, dove però avevano combattuto e erano morti due poveri soldati, che erano stati semisepolti lì, sul posto, ma con troppa fretta, poiché al primo era rimasta scoperta una spalla e all’altro un ginocchio.

Tutto il nostro paese e dintorni sono stati zona di vera guerra e di prima linea. Si è combattuto da ogni parte. nelle campagne, nelle vie, nelle strade, dentro il paese e perfino dentro le case. Prova ne sia che vicino la finestra di questa nostra terza stanza abbiamo trovato ammonticchiati diversi sacchetti di sabbia. sia a destra che a sinistra della stessa finestra e per terra un gran mucchio di bossoli vuoti. Il che stava a dimostrare che da quella finestra avevano sparato con qualche mitraglia o un’arma del genere.
E deve essere stato proprio così.

[L’angolo di Lianella/5. Rientro in paese (prima parte) – continua]

 

Nota della redazione: le foto di repertorio sono prese dal web

 

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