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L’occhio di oggi sulla Festa della Liberazione, 76 anni dopo. La post-memoria

di Sandro Russo

 .

Il 25 aprile 1945 (1) è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – il cui comando aveva sede a Milano – presieduto da Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani -, proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate.
Entro il 1º maggio tutta l’Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). Napoli aveva avuto le sue epiche “Quattro giornate”, tra il 27 e il 30 settembre 1943 (2).

Benito Mussolini
, sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo (28 aprile). La morte di Adolf Hitler avvenne il 30 aprile 1945, nella fase finale della battaglia di Berlino, per suicidio con un colpo di pistola alla testa dopo aver ingerito una capsula di cianuro presso il suo Führerbunker a Berlino.
Si chiudeva in una manciata di giorni – qui simbolicamente raggruppati – un incubo durato circa oltre vent’anni che avrebbe marchiato di vergogna il ’900 nei secoli futuri.
Dalla presa del potere del fascismo e di Mussolini, ufficialmente avvenuta il 31 ottobre 1922 cui seguì il cosiddetto “deprecato ventennio” (così si definisce ora; evidentemente non al suo tempo). L’avvento al potere del nazionalsocialismo (nazismo) in Germania con Adolf Hitler è del 1933.
Quindi gli anni della guerra e gli orrori che ne son seguiti. Con la parola fine segnata dalle due bombe atomiche sul Giappone: “Il mattino del 6 agosto 1945 alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica ‘Little Boy’ sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno ‘Fat Man’ su Nagasaki” (3).

Questa sintesi sommaria e ovviamente incompleta di anni cruciali del secolo scorso mi è apparsa necessaria per rinfrescare la memoria di quanti – della generazione nata dopo la guerra – la stanno perdendo; e dei “più giovani” – qui nominati tutti insieme, ma ci sono differenze rilevanti – che vedono questi eventi così lontani che per loro è come se non fossero mai accaduti.

Le tragedie della prima e poi della Seconda Guerra mondiale, l’Olocausto, il genocidio degli armeni. La guerra partigiana. Il conflitto in Vietnam. Anche il mai sopito orrore della schiavitù in America. Snodi della storia che segnano di cicatrici l’umanità, con un pathos che impone la necessità della testimonianza di chi c’era, di chi ha vissuto l’evento e lo narra, esibendo attraverso la sua carne e la sua voce quel che è stato definito il “patto di compassione”, ovvero l’amministrazione dell’insegnamento contenuto in quelle memorie. È così che nel nostro tempo, con tutto l’approccio di normalizzazione che gli appartiene, si è generato il calendario solenne dei giorni della Memoria, scadenzario varato per legare diverse generazioni attorno alla celebrazione, alla rivisitazione e al monito di tremendi, epocali fatti accaduti e dei traumi, a volte insanabili, a essi connessi. La commozione non manca mai, ma l’invito alla riflessione potrebbe toccare sempre le stesse persone, mentre il pudore impedisce di reclamare più partecipazione.

Il problema è questo: col succedersi degli anniversari, il ripetersi dei rituali, l’allontanarsi inesorabile degli eventi, soprattutto col diradarsi dei testimoni diretti e il goffo insorgere dei “testimoni dei testimoni” — coloro che hanno raccolto i racconti dei protagonisti —, come si può far sì che sul nostro presente e sul futuro dei nostri figli continuino a riverberarsi gli insegnamenti che questi orrori devono generare?
A questo proposito, da tempo si va definendo la necessità d’una procedura diversa, a cui si è dato l’ingannevole ma seducente appellativo di “post-memoria”, per sintetizzare il rapporto che le “generazioni-dopo” dovrebbero provare a stabilire col trauma fisico e/o psicologico patito da coloro che sono venuti prima.
Ovvero: come mantenere vivo ciò che viene “a posteriori” dell’esperienza personale e della condivisione intima del suo ricordo; quei ricordi che traversano come filamenti le famiglie di chi ha vissuto questi drammi e ne trasmette l’esperienza (4).

Il concetto è stato sviluppato soprattutto in relazione alla conservazione della memoria dell’Olocausto, a partire dal fondamentale lavoro di Marianne Hirsch docente alla Columbia University (2012) (5).


Il termine “post-memoria” è stato usato originariamente in riferimento ai figli di sopravvissuti all’Olocausto e al modo in cui essi si rapportavano con le memorie dei loro genitori, ma si è fortemente evoluto dal suo significato iniziale.
Ora il concetto è andato ben oltre queste restrizioni familiari e generazionali, per descrivere “la relazione che le ultime generazioni o i testimoni contemporanei di quelle lontane esperienze mantengono del trauma subito dagli altri – sia stato esso personale, collettivo o culturale – e il modo di trasmettere la loro conoscenza o i loro ricordi per mezzo di storie, immagini e comportamenti.

All’ambito della post-memoria vogliamo ascrivere due modi che in maniera diversa si prestano a solennizzare la ricorrenza odierna: l’iniziativa de la Repubblica – edizione bolognese – di indire una selezione di fotografie che la ricordino attraverso immagini di fiori:

Fotogallery (40 foto) da #chebelfior, un fiore ai partigiani: le vostre foto per il 25 aprile /40

Antonio Bombelli, autore di una delle foto, è il figlio della “nostra” collaboratrice Patrizia Maccotta

L’altro modo è contemporaneamente un omaggio a Milva – scomparsa l’altro ieri 23 aprile 2021- a ricordo del personaggio, del suo impegno artistico e civile e della sua magistrale interpretazione di Bella Ciao, nata nella versione originale come canto delle mondine (presentata a Canzonissima ’71).

Note

1 – Il 25 aprile del 1945 rappresenta un giorno fondamentale per la storia d’Italia e assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze armate Alleate (principalmente britanniche ed americane), dall’Esercito co-belligerante italiano ed anche dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 (leggi qui e qui; per quanto attiene ai film, leggi qui)
La Liberazione mise così fine a vent’anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l’avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica, e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.
La data del 25 aprile fu istituita come ricorrenza nazionale, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, dal re Umberto II, allora principe e luogotenente del Regno d’Italia, il 22 aprile 1946

(2) – Le quattro giornate di Napoli furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, a insorgere, e con successo, contro l’occupazione tedesca (leggi qui).

(3) – Tutte le notizie di rilevanza storica con date e particolari sono state riprese da Wikipedia (ibidem) e arbitrariamente raggruppate.

(4) – Di post memoria ha scritto anche Stefano Pistolini giornalista, scrittore e autore radiotelevisivo. Collabora con Il Foglio.

(5) – Marianne Hirsch ha scritto al riguardo un saggio illuminante: The Generation of Postmemory, (sottotitolo: “Cultura scritta e visiva dopo l’Olocausto”) – Columbia University Press: 2012. Altrettanto importante l’opera dell’artista visuale Jack Sal (Connecticut, 1954)

 

Appendice  del 25/04 h. 17 (Cfr. Commento: Sandro Russo propone un Twitter di David Charles)

Gilberto Malvestuto è stato uno dei primi partigiani italiani a combattere contro i nazisti. Per festeggiare i suoi 100 anni un gruppo di giovani gli ha cantato « Bella ciao » davanti alla sua casa di riposo.
Video prodotto dall’A.N.P.I. (sezione de L’Aquila), del 20 aprile 2021 – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

 

 

Immagine inviata da Patrizia Angelotti (Cfr. Commento)


Vignetta di Mauro Biani da la Repubblica del 25 aprile 2021

***

Video da Ventotene, inviato da Sandro Romano (Cfr. Commento).

Cambiano i luoghi, ma la musica è sempre la stessa:

 

5 commenti per L’occhio di oggi sulla Festa della Liberazione, 76 anni dopo. La post-memoria

  • Sandro Russo trasferisce sul sito un twitter di David Charles

    Mi scrive dalla Francia David, figlio trentaquattrenne di una amica:
    “Gilberto Malvestuto a été un des premiers partisans italien à combattre les nazis. Pour fêter ses 100 ans, on a chanté «Bella Ciao» devant sa maison de retraite

    https://twitter.com/limportant_fr/status/1385667899814293508?s=24

    Non ho Twìtter, e ho potuto vedere, ma non scaricare e trasferire il suo video.
    Fortunatamente l’ho ritrovato identico su Youtube e lo propongo nell’articolo di base ai lettori del sito, sottolineando allo stesso tempo la sua natura di (involontario) esempio di post memoria.
    I valori di libertà e di antifascismo si sono travasati (quasi naturalmente) da una generazione all’altra e sono espressi con i modi e i mezzi attuali

  • Patrizia Angelotti

    In tema di “Festa della Liberazione” (e di post memoria), invio questa foto.

    A cura della Redazione, nell’articolo di base (il sistema per i commenti non accetta immagini)

  • Alessandro Romano

    Da Ventotene. Cambiano i luoghi, ma la musica è sempre la stessa.
    Vedi video aggiunto all’articolo di base

  • La Redazione propone Michele Serra sul 25 aprile e su Milva

    Oggi Milva canta Bella ciao
    di Michele Serra – da la Repubblica del 25 aprile 2021

    La voce di Milva ha riempito la mia casa (La rossa di Jannacci, Dicono di me di Vangelis, Alexander Platz di Battiato, e Mackie Messer a gogò). Fortunati i cantanti, che quando se ne vanno fanno risuonare, tutte insieme, le nostre vite, al loro funerale il corteo è interminabile, sono i milioni di donne e di uomini che cantano le loro canzoni, non si capisce bene se le loro lacrime sono di tristezza o di gioia, triste è morire, infinitamente bello avere vissuto e cantato.

    Quando un cantante muore la sua voce esce dalla nostra memoria come se l’avessimo ascoltata ieri: scopro che La rossa è di quarantuno anni fa e mi sembra incredibile – incredibile, del resto, è non avere più vent’anni. Se avete tempo cercate la copertina di quel disco, la Rossa era bellissima, secca e impetuosa come un canneto della sua terra piatta, e i suoi capelli erano musica. Una nuvola di musica. Da bambino, forse per la potenza della voce, credevo fosse un donnone, era invece mingherlina, anche fragile, ma con una energia artistica spaventosa – i suoi bassi affioravano dal profondo, erano underground come il fiato dei vulcani.

    Milva è stata una donna di sinistra per doppia via: perché era del popolo (spesso, in quegli anni, di sinistra) e perché incontrò Strehler e la Milano del Piccolo Teatro, che oggi sarebbe detto, cretinamente, radical chic, ma fu semplicemente un glorioso avamposto della migliore cultura europea, che sì, per coincidenza astrale, in quegli anni era piuttosto di sinistra, abbiate pazienza. Cantò con la stessa voce Kurt Weill e la fatica e il coraggio delle mondariso.
    Oggi, 25 aprile, Milva canta Bella ciao, e noi con lei.

  • Paola Carlini

    Il 25 aprile di Ruggero Carlini

    Il 25 aprile non è stato solo quello dei partigiani sulle montagne. E’ stato anche quello delle centinaia di migliaia di militari italiani IMI (Internati Militari Italiani) che, presi prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre e deportati in campi di concentramento in Germania o in Polonia si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. E a questo proposito voglio ricordare mio padre, Ruggero Carlini. Preso prigioniero dai tedeschi a Mostar dopo l’8 settembre, lui e gli altri ufficiali, furono posti davanti alla scelta se aderire o no alla Repubblica di Salò. Nel primo caso un trattamento di favore per tutta la durata della guerra, nel secondo caso mesi e mesi di prigionia dura, senza neanche i pacchi della Croce Rossa (due al mese da 5 chili) non previsti per i “traditori” italiani. Lui non aderì, come la maggior parte degli altri ufficiali, perché tutti loro avevano giurato al Re e allo Statuto e il Re aveva nominato Capo del Governo Badoglio, che quindi era il Capo del Governo legittimo. Ora sembra una scelta scontata, tuttavia pensiamo che lui e tutti quei ragazzi avevano meno di 30 anni e che preferirono affrontare l’inferno piuttosto che collaborare coi tedeschi.
    Quando arrivarono nel campo di Sandbostel in Polonia gli insorti del Ghetto di Varsavia, in gran parte donne, vecchi e bambini, i militari italiani, ormai ridotti al lumicino, offrirono loro una parte della loro misera razione di marmellata, zucchero e margarina. Ne venne fuori una quantità notevole che i tedeschi del campo si prestarono a consegnare ai polacchi. Segno che, anche in quelle condizioni, non era venuta meno la solidarietà verso chi stava peggio.
    Mio padre tornò in Italia con 18 chili in meno.
    Fu liberato il 16 aprile del 1944 dalla 2^ armata inglese. Il maggiore inglese che entrò per primo nel campo trovò una situazione così degradata e subumana che non riuscì a trattenere le lacrime. Per molto tempo gli IMI sono stati dimenticati dalla Resistenza ufficiale e anzi sono stati oggetto di sospetto e di diffidenza, perché… avrebbero rinunciato a combattere.
    Ma mio padre, insieme ad altri, ebbe la soddisfazione di ottenere il giusto riconoscimento per le sue scelte coraggiose. Grazie alla cosiddetta Legge Pertini la condizione degli IMI fu equiparata a quella dei partigiani combattenti e grazie a questo lui poté ricevere la promozione da Colonnello a Generale. Per lui significò molto e infatti lo ricordava continuamente.
    Gli IMI furono circa 800 mila, ed è grazie anche a loro che noi godiamo oggi della nostra libertà.

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