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Epicrisi 327. Del Tempo e della Storia

 di Enzo Di Giovanni

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Sono giorni strani, come sospesi, in attesa di un cambio di stagione che non è solo un fatto meteorologico. Noi che non abbiamo vissuto le guerre del secolo breve facciamo forse più fatica a cogliere e somatizzare il cambiamento che da qualche parte deve pur esserci.

I dopoguerra di solito sono caratterizzati da dinamismo, da creatività intellettuale e sviluppo economico: ma nelle strane guerre che si combattono nella nostra epoca le cose appaiono diverse, più confuse.

Accade perché il nemico è subdolo, non si mostra. Può avere le sembianze di un virus influenzale invisibile, talmente invisibile che per una percentuale di persone non esiste, oppure un altro tipo di virus, non meno pericoloso, che potremmo chiamare nichilismo post-moderno.
Galleggiamo insomma tra complottismi e disincanto, che poi sono parenti stretti.

Per dirla con le parole di Franco De Luca in Impressioni apriline: L’insegnamento della storia sosteneva che ci si mobilita per realizzare una idealità o un’aspirazione. Ma l’esperienza ha acclarato che l’aspirazione nel suo procedere perde di vista il fine di partenza. E ciò che si realizza è lontano e diverso da quanto si è aspirato. Si dissolve nella cupidigia, nella sopraffazione, nell’indifferenza.

Eppure, come dicevo, la necessità di cambiamento è nell’aria.
Le belle giornate si susseguono con sempre maggior frequenza, nella Ponza che si stiracchia dopo il lungo inverno.
Certo, i ritmi sono lenti; ci si muove come smarriti, con un linguaggio del corpo che è drasticamente cambiato ora che siamo mascherati. Persino i suoni delle attività che riprendono vita appaiono sordi, offuscati.

Torneremo alla normalità? Tutti lo vogliamo, ma in realtà non sappiamo come, nè cosa aspettarci.
Ne è esempio la querelle che sta montando a proposito della vaccinazione per gli abitanti delle isole minori: Governo e Regione, sbrigatevi!

Come spesso accade, abbiamo la sgradevole sensazione che non si comprendono le ragioni e le difficoltà del vivere su un’isola – vivere, non villeggiare!
O che non sappiamo renderle manifeste, che poi è lo stesso.

Come uscirne, allora? No, perché il nichilismo post- moderno, quella cosa che predica l’accettazione da parte dell’uomo della propria condizione e l’inutilità delle speranze che sono fuori dalla sua portata, non è proprio il massimo per ripartire.

Davvero siamo condannati ad una vita senza idee ed ideali, Homo homini lupus?

Voglio strizzare l’occhio all’epicrisi della scorsa settimana di Sandro Russo perché, haiku o non haiku, le filosofie orientali spesso vengono a soccorrerci.

Il wabi sabi è un concetto intraducibile nella lingua italiana. Sintetizzando, potremmo definirlo come l’accostamento tra wabi, la ricerca della bellezza nella semplicità, e sabi, il modo in cui le cose evolvono, il modo di invecchiare.

L’unione tra la semplicità delle cose ed il loro invecchiamento naturale, è ciò che crea quell’attimo transitorio in cui veniamo a conoscere la perfezione. Che è, naturalmente, imperfetta.

Qualcosa di simile può aver provato chi dall’alto di Frontone ha osservato il lento incedere della balena grigia, o ha vissuto o semplicemente ascoltato le storie di precedenti avvistamenti come quello descritto in L’occhio sul mare.

O la bellezza dell’albero di Giuda.

“Il wabi sabi è la naturalezza; riguarda le cose nel loro stato naturale e più autentico. Tutto qui.”
Tutto qua.

“Lui era proprio “l’uomo”, l’uomo per definizione che non possiede niente ma ha però la sostanza, la vita, l’essenza dell’essere al mondo. E l’uomo che fa? L’uomo sta là. Non giudica, non ha malizia, non ha vendetta, se può fare qualcosa di buono lo fa, se no sta là e basta”.
Parliamo del Vichingo, “coi suoi occhi azzurri, che poi è per quello che lo chiamavano Vichingo”.

E chi riesce a vedere leggermente oltre il proprio naso, prima o poi può avere la fortuna di incontrare un uomo.

Francesco De Gregori è stato la colonna sonora della mia adolescenza da liceale. Segnaliamo un libro ed un articolo per i suoi 70 anni.

…e una bella notizia: è nato Leonardo.

Da segnalare anche una new-entry, Lianella, che ricorda il suo approccio con la Ponza di tanti anni fa L’angolo di Lianella/1; e la sua personale esperienza in Etiopia nel 1937, L’angolo di Lianella/2. Personale, anzi, personalissima (sic!) esperienza di una bambina di 4 anni, e come tale riportata.

Bene perciò ha fatto Rosanna Conte a mettere gli eventi nella giusta cornice per non perdere il senso e la misura della Storia.

Perché proprio negli anni ricordati accadevano cose come questa riportata dallo storico Angelo Del Boca, nel suo Italiani, brava gente?: “Il 19 febbraio 1937, in seguito ad un attentato al maresciallo Graziani, alcune migliaia di italiani, civili e militari, uscivano dalle loro case e davano inizio alla più furiosa e sanguinosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto. Armati di randelli, di mazze, di spranghe di ferro, abbattevano chiunque – uomo, donna, vecchio, bambino – incontravano sul loro cammino nella città-foresta di Addis Abeba. E perché era stabilito che la strage durasse tre giorni e l’uso dei randelli si era rilevato troppo faticoso, già dal secondo giorno si ricorreva a metodi più sbrigativi. Il più praticato era quello di cospargere una capanna di benzina e poi di incendiarla, con dentro tutti i suoi occupanti, con il lancio di una bomba a mano… dal 19 al 21 febbraio 1937 furono uccisi fino ad un massimo di 30000 etiopici”.

il massacro di Addis Abeba, vergogna dell’Italia

Tornando alle vicende di casa nostra, questa settimana tre comunicazioni del Comune di Ponza:

Scuola di Santa Maria, aggiudicati i lavori di messa in sicurezza

Sicurezza e riqualificazione di Cala Fonte, un passo avanti

Riqualificazione energetica edificio comunale, appalto dei lavori.

E dai cugini di Ventotene lo stato dell’arte del recupero del carcere di Santo Stefano.

Torniamo al wabi sabi con l’ultimo pezzo della settimana, quale piacevole sorpresa!.

“Ponza nasconde un’anima autentica, con una umanità rustica e pudìca. Senza nessuna amplificazione dopata”.

E sia.

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