Voci di Ieri

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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

L’occhio sul mare

di Francesco De Luca

 

Ho un occhio sul mare, perché  godo di una finestra a circa 20 metri dalla sua superficie, incastonata in una parete rocciosa a picco, che si apre sulla vastità dell’acqua. E’ al di sopra di una piccola cala, racchiusa dal faraglione della Madonna a sinistra e dal faraglione del Calzone Muto a destra. Lontano tagliano l’orizzonte gli scogli delle Formiche, ancora oltre, con l’aria tersa, compare lo scoglio della Botte. E talora, con la tramontana che sferza le guance, sempre a est fa capolino la sagoma dell’isola di Ventotene, e dietro, sfumato ed evanescente, il profilo dell’isola di Ischia.

E’ un occhio sul mare. Dalla sua vista si può valutare appieno la forza delle onde, perché è mare aperto quello che si mostra. E quando inizia a turbinare con le piccole onde, che poi si imbiancano sulla cresta e divengono cavalli d’acqua che tentano l’assalto all’isola, si ha la sensazione verace della potenza del mare mosso. Il vento lo sospinge. Spira dal primo e dal secondo quadrante, si mescola ad altri, si accapigliano, turbinano e aizzano le onde. Che fracassano sulle rocce sottostanti alla finestra. Si intrufolano nelle cavità, fra gli scogli, echeggiano cupi fragori.

Al mattino il sole sorge di faccia e sopisce i tumulti, e i gabbiani lacerano il rosa del cielo, e l’azzurro del mare diventa uno specchio. Una motobarca lo solca e quella superficie sempre inquieta disegna una tremula scia che ora si nota e ora già è persa, mentre la prua dirige verso Palmarola.

Quest’occhio avverte sui mutamenti che il tempo insieme al mare apporta e ciò che si vedeva ieri oggi non compare più perché gli uomini mutano abitudini e la stessa natura si trasforma nell’aspetto fisico e in quello biologico. Intatto è rimasto lo stupore di assistere ai fenomeni naturali che si intersecano per cause proprie e dispiegano forme e fisionomie impreviste, oppure talmente identiche che è difficile definire la normalità degli eventi. Tutto si trasforma impercettibilmente o talora vistosamente, ed è la bellezza dell’esistenza. Questa è certamente una caratteristica propria di quest’occhio: l’evidenza viva e materiale della natura.

Una natura pervasa dalla presenza umana. Che vi ha messo mano in modo intensivo e devastante. Lasciando ‘tracce di storia’ con evidenti disastri. Chi è il giudice supremo che attribuisce meriti e colpe? E’ il tempo. E’ la dimensione provvisoria e caduca della presenza umana sulla terra. La cultura, con le osservazioni acclarate, con gli studi specifici, con la passione propria dell’animo sta dimostrando come l’affermarsi dell’uomo sulla terra si stia palesando catastrofica. E come occorra mettere riparo allo sfruttamento insano della bellezza della natura. E’ dovere dell’umanità perché ad essa è stata demandata la responsabilità d’essere la ‘coscienza dell’universo’.

Cosa vuol dire: rappresentare la ‘coscienza dell’universo?’ Lo mostrerò in modo indiretto, ossia rispondendo non con una affermazione argomentata bensì con un racconto.

Il mese più caldo, quell’anno si stava mostrando tale, luglio. Mi svegliai nel cuore della notte tutto sudato. Il sudore aveva impregnato il letto, che non induceva al sonno. Mi alzai. D’istinto mi portai alla finestra sul mare. La luce della luna in crescita tracciava sulla superficie dell’acqua quella via luminosa che rapisce gli occhi e i pensieri, e li sospinge lontano. Tutta tremolante di bagliori era quell’immensità. Non pensavo niente ma nemmeno ero assonnato perché ormai i sensi erano stati messi in moto da quanto intorno a me pulsava. Vidi così oltre gli scogli delle Formiche levarsi uno spruzzo. Troppo lontano per percepire un qualche rumore emesso, e forse troppo lontano anche per essere sicuro di avere visto bene. Attesi con trepidazione, perché il fenomeno era inconsueto. Non c’è memoria nei racconti tramandati ma poterlo escludere del tutto è eccessivo. La zona la tenni in osservazione estrema e di nuovo, un po’ più lontano, s’alzò uno spruzzo d’acqua, e comparve, indolente, una schiena ricurva.

Fortunato, fui fortunato perché riuscii a discernere quel movimento scuro nello scuro della notte, soltanto in conseguenza delle onde che luccicavano per il manto di luce che la luna donava quella notte.

Ponza non è nella strada migratoria delle balene nel Mediterraneo, però qualche notizia c’è di fugaci e repentine presenze nelle acque dell’arcipelago. Di solito sono balenottere. Quello ‘stracquato’ sulla piana bianca del Fortino (negli anni ’60) era il corpo d’una balenottera. Papà ci portò a vederla. Con un fetore acuto d’intorno. Insopportabile, ma non tanto da non fare le foto per ricordo.

Diverso fu invece il racconto che diedero papà e Aniello rientrando a casa, anni dopo. Si era dotato, mio padre, di un motore che Maurino installò sulla barca, la Marta, e con essa poteva soddisfare il desiderio di pesca. Comprò appositamente una decina di capi di rezzelle (reti piccole) e con loro si divertiva. Io e mio fratello Antonio eravamo piccoli e pertanto non lo potevamo aiutare, o forse aveva deciso di tenerci lontano dal mare e dalle sue attività. Come compagno portava mio fratello più grande, Aniello.

Con lui era andato quella mattina a tirare i nassielle (piccole nasse) posti fra il faro della Guardia e il Fieno. Erano partiti di buon mattino. Furono di ritorno che Ponza turistica ancora non s’era svegliata. E già, perché in estate il Porto si sveglia indolente col sole alto. E’ come se ci si fosse accordati per non fare rumore, di modo che i turisti possano dormire. Dopo una notte di movimentato svago.

Ritornarono come cani bastonati. “Cosa è successo? Cosa vi è capitato?”.

Stanno tirando le nasse dal fondo quando a pochi metri, senza nessun preavviso, fa vedere il dorso butterato un cetaceo. Rimangono di sasso. Si fermano allibiti. Troppo vicini per far finta di niente. Troppo grande per non rappresentare un pericolo. Cosa fare? S’aspetta un po’… può darsi che sia passato per sbaglio. Ma che sbaglio…! Questa volta viene fuori con la testa. Ha una specie di cappuccio (Berardius arnuxii). Si mostra un attimo e poi si immerge. E’ troppo… la paura prende il sopravvento. Buttano in acqua quello che avevano tirato su, Aniello mette in moto e fuggono. Nel ritorno c’è quella grotticina alla base del faraglione. Vi entrano per prendere fiato e pensare a cosa fare. Lì sono con le spalle al sicuro e poi il grottino è piccolo… non può entrarvi un corpaccione così. Gli occhi puntati sulla superficie del mare per scorgerne le mosse. Niente. Nessun avvistamento, nessun movimento. Il mare non si mostra per nulla urtato. E’ tutta una calmarìa irreale. Troppo, e perciò insicura.

Dopo un’ora d’attesa vigile e inutile papà e Aniello prendono la decisione di ritornare in porto. Curnute e mazziate, senza pescato e con tanta paura addosso. Papà racconta l’accaduto a tavola mentre si mangia. Apparentemente con distacco… ma il racconto diviene memoria in noi. Da fatto diventa conoscenza. In questo modo la natura si correda di significato e diviene cultura. Assume aspetti per l’uomo, giacché prende temporalità, si situa nelle esistenze, acquista sentimenti. Da pura e semplice natura, ovvero circostanza di fenomeni, diviene evento con risvolto affettivo, storico finanche.

Ecco, in questo senso affermo che l’umanità rappresenta la “coscienza dell’universo”.

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